venerdì 13 marzo 2020

L’ITALIA GUARDA IL DITO DI LAGARDE MA NON VEDE LA LUNA

di Massimo Colaiacomo

     Christine Lagarde poteva risparmiarsi certe affermazioni alquanto ruvide sullo spread la gestione della cui ampiezza non rientrerebbe, così ha fatto intendere, fra i compiti della Bce. Quest’affermazione, come tutti hanno potuto constatare, ha scatenato un generale panic selling sulle Borse mondiali ma ha spezzato le gambe in particolare a Piazza Affari caduta di oltre il 16%. In questi casi, come usa dire, sono stati “bruciati” centinaia di miliardi. Un’affermazione temeraria e infondata, poiché i miliardi bruciati riguardano eventualmente i venditori, che registrano perdite più o meno notevoli, non certo i compratori che si preparano a fare buoni affari.
    Se si guarda con più ragionevolezza e meno emotività all’affermazione di Lagarde non si può trascurare un aspetto importante che non è subito balzato all’attenzione degli osservatori. La presidente della Bce ha voluto richiamare gli Stati dell’eurozona a farsi carico delle responsabilità e delle decisioni conseguenti e ineluttabili per fronteggiare l’emergenza sanitaria da coronavirus e le sue imponderabili conseguenze economiche. Se c’è un leader politico a doversi sentire chiamato sul banco degli imputati dall’affermazione di Lagarde, questa è Angela Merkel. Non sappiamo come gli analisti hanno interpretato la sua affermazione di qualche giorno fa. La Germania è pronta a sostenere tutti gli sforzi economici necessari contro il coronavirus. Ecco il punto cruciale, il bersaglio contro cui erano indirizzate ieri le parole di Lagarde: la Germania “è pronta”. E l’Europa? E la Commissione europea?
     Lagarde non ha negato, come si è pensato in un primo momento, la disponibilità della Bce a sostenere i bilanci pubblici, in particolare di quei Paesi, come l’Italia, più colpiti dalla diffusione del contagio e dunque più vulnerabili nell’attività delle sue filiere produttive. No, la presidente della Bce ha voluto mettere la Commissione europea e i singoli Stati di fronte alle loro responsabilità politiche. Decidete voi, è stato in sostanza il suo messaggio, se e in che misura ritenete opportuno valicare i bastioni del deficit e del debito pubblico fissati nel Trattato di Maastricht. Una denuncia dell’inadeguatezza delle scelte politiche quale mai si era vista o sentita prima d’ora. Ma anche assolutamente in linea con il suo predecessore Draghi del quale Lagarde si limita a sviluppare le conseguenze del suo whatever it takes. Con una chiosa importante: la Bce è impegnata da anni nel ruolo di supplenza della politica comunitaria, ora è il momento che sia la politica ad assumersi la responsabilità di scelte e decisioni non più rinviabili. E il discorso tocca il cuore della politica tedesca, sorda a ogni richiamo di ridurre il suo surplus commerciale. E colpisce l’egoismo dei Paesi di Visegrad, riottosi, al pari dell’Europa del Nord, a superare le colonne d’Ercole dei parametri di Maastricht.
    Vista sotto questa luce, l’affermazione di Christine Lagarde può ragionevolmente iscriversi fra i combattenti per un’Europa davvero politica e non soltanto tenuta insieme dalle politiche monetarie della Bce.

mercoledì 26 febbraio 2020

LE DIFFICOLTÀ DI CONTE E LE DIFFICOLTÀ DI CHI VUOLE SOSTITUIRLO


di Massimo Colaiacomo


     L'arte della comunicazione è finita sul banco degli imputati come il responsabile principale del panico provocato dal coronavirus. Quell'arte, è il caso di ricordarlo, è stata maneggiata con troppa disinvoltura prima dall'opposizione, con Salvini che lamentava il ritardo nella chiusura dei voli dalla Cina o la mancanza di obbligatorietà della quarantena. Sulla scia di Salvini, si è subito inserito il governo con il presidente del Consiglio impegnato nell'ultimo week end con a drammatizzare al massimo il pericolo coronavirus con provvedimenti draconiani come l'isolamento di 60 mila persone e il fermo totale di ogni attività produttiva o ricreativa o ludica nei due focolai individuati per estenderla poi a tutto il Nord Italia.
     In questo bailamme il coronavirus è stato via via degradato a semplice pretesto per combattere l'ennesima battaglia politica tra il leader della Lega e il presidente del Consiglio, con l'aggiunta non irrilevante di Matteo Renzi a sostegno di Salvini. Quello che non è riuscito a fare con la prescrizione, votare contro il governo e, in successione, presentare una mozione di sfiducia al ministro Bonafede, Renzi pensa ora di riguadagnare cavalcando la palese inadeguatezza mostrata dal governo nella gestione dell'emergenza sanitaria.
     Salvini e Renzi appaiono ancora questa volta meno divisi sulla strategia di accerchiamento al presidente del Consiglio. Per la verità Conte ha fatto molto poco per non prestare il fianco alle critiche delle opposizioni. La gestione dell'emergenza coronavirus lo ha convinto ad accettare una sovraesposizione mediatica con la conseguenza, però, di mostrare in modo clamoroso le contraddizioni di un governo che ha drammatizzato l'allarme, prendendo misure micidiali per l'economia del Nord,  salvo dopo 48 ore fare marcia indietro e minimizzare i rischi sanitari dell'emergenza.
     Giuseppe Conte è chiamato ora a uno sforzo straordinario per arginare le conseguenze economiche di quanto è accaduto. Uno sforzo che presuppone, per riuscire, una maggioranza talmente coesa nel programma e nelle scelte da fare al punto da trasmettere al Paese e all'Europa l'immagine di un governo completamente diverso da quello fin qui visto. Si tratta di superare difficoltà non da poco, a cominciare dalla diffidenza suscitata nei governatori del Nord improvvidamente messi nel mirino dal presidente del Consiglio nel tentativo di scrollarsi da dosso ogni responsabilità. Si tratta, impresa ancora più complicata, di convincere l'Unione europea a concedere margini di flessibilità nei conti pubblici ben superiori a quelli pur previsti dalle attuali regole per situazioni di emergenza, come fu il sisma del 2016 e oggi il coronavirus.
     Conte sa di non disporre di una maggioranza simile. Sa che è passato il momento in cui avrebbe potuto dar vita a un gruppo di "responsabili" perché la corrosione accelerata della maggioranza ha reso oggi più plausibile uno scenario alternativo per il quale il voto dei "responsabili" avrebbe un peso politico maggiore e maggiore visibilità. Per questo motivo Forza Italia, e al suo interno Mara Carfagna, esclude ogni prospettiva di dialogo e di sostegno all'attuale esecutivo.
     Di altro segno, ma non meno impervie sono le difficoltà degli assalitori di Conte. È vero: ieri Salvini, dopo l'apripista Giorgetti, ha fatto balenare una disponibilità della Lega, meno vaga che in passato, per un governo di scopo a condizione "che ci sia una data per il voto". È di tutta evidenza che siamo in presenza di un atto politico vero, mascherato dietro un po' di tattica. Il governo di scopo per andare al voto nel 2021, è la richiesta di Salvini. Ma, si può obiettare, se il governo non avrà raggiunto lo scopo, si potrà andare ugualmente alle urne nel 2021? Lo scopo di un governo "senza Conte" è cambiato rispetto a un mese fa: non più la legge elettorale, il ridisegno dei collegi e poi tutti alle urne. No, lo scopo è oggi molto più impegnativo: fronteggiare una recessione già annunciata a fine 2019, ma resa oggi micidiale dopo l'emergenza coronavirus. Un governo di scopo potrebbe mai raddrizzare la barca e rimetterla sulla linea di galleggiamento in 12 mesi? Ecco la domanda, e il cruccio, che assale i sostenitori del governo di scopo. Dal quale sembra sottrarsi Giorgia Meloni, convinta che il logoramento di Salvini e di Forza Italia porterebbe nuovi consensi a Fratelli d'Italia. E lo stesso PD si dice indisponibile per ovvie ma non sempre plausibili ragioni. Perdere voti verso il M5s, che resterebbe fuori, significa per Zingaretti mandare in fumo quel poco fin qui fatto.
     Non sono poche le grane che devono affrontare i sostenitori del "fine Conti". Dopo l'emergenza coronavirus sembra farsi largo una prospettiva alla quale né Conte, né Salvini né Zingaretti avevano pensato: che la legislatura andrà fino alla scadenza naturale (Salvini si rassegni), ma che molto probabilmente non sarà Conte (si rassegni anche lui) a tagliare il traguardo.         

lunedì 29 luglio 2019

LA MOZIONE ANTI-TAV INSIDIA PER SALVINI
E CANTO DEL CIGNO PER M5S

Le strategie parlamentari utilizzate dalla maggioranza giallo-verde per non soccombere sotto il peso delle proprie contraddizioni sono in via di esaurimento. All’orizzonte, però, non si intravvede nessuna alternativa capace di ridare slancio alla legislatura o quanto meno di contenere gli effetti dirompenti generati dalla dialettica esasperata dentro la maggioranza. La mozione presentata al Senato dal M5s contro il Tav minaccia, a questo punto, se non di risolvere il prolungato braccio di ferro con la Lega quanto meno di incanalarlo su binario nuovo e diverso rispetto a quello visto dal 2 giugno 2018.
I boatos parlamentari raccontano infatti di un Salvini attivissimo sul piano della diplomazia parlamentare. Il ministro dell’Interno avrebbe sondato o fatto sondare i vertici di Forza Italia e del Pd per comprenderne l’orientamento di voto sulla mozione, partendo dall’ovvio presupposto di un voto contrario essendo entrambi partiti favorevoli al Tav. che cosa avrebbe cercato Salvini? Secondo alcuni, il leader leghista avrebbe argomentato con Forza Italia e con il Pd sull’utilità di un loro voto di astensione, che, è bene ricordare, al Senato equivale a un voto contrario e, di conseguenza, darebbe via libera alla mozione pentastellata con il risultato di bloccare nuovamente il Tav.
Tralasciando l’abnormità del risultato, avendo il Mit spedito la lettera con cui il governo ha dato via libera all’opera appena cinque giorni fa, rimane abbastanza fumoso lo scenario politico che potrebbe scaturire da una simile circostanza. Una spaccatura tanto clamorosa, con il M5s che tornerebbe padrone in Parlamento, e con il presidente Conte costretto a quel punto alle dimissioni, per andare in quale direzione? E perché mai Salvini dovrebbe puntare a tale esito non avendo la certezza del voto anticipato?
Viene da chiedersi come potrebbe il Pd accettare un accordo a tal punto suicida, in caso di voto anticipato, senza essersi prima assicurata la prosecuzione della legislatura con un altro governo “tecnico“. Questo potrebbe, effettivamente, essere il nocciolo di un’intesa: un governo tecnico che faccia la finanziaria per portare al voto il prossimo febbraio. Salvini avrebbe preso molti piccioni con una fava: altri dovrebbero accollarsi l’onere politico di una legge di stabilità quanto meno problematica; metterebbe un certo arco di tempo fra la crisi e il voto così da poter attaccare il M5s è sbiadire i mesi passati insieme al governo; avrebbe il tempo necessario per assistere alle ultime contorsioni di Forza Italia e imbarcarne quei naufraghi titolari di qualche gruzzolo di voti personali.
Un piano, insomma, troppo perfetto e tutto in discesa perché gli avversari si prestino docilmente alla sua realizzazione. Più verosimile appare invece l’intenzione di PD e Forza Italia di sminare il terreno parlamentare sul Tav, bocciando la mozione grillina e lasciando così al governo attuale peso di scrivere la legge di stabilità. Con il che lasciando a Salvini la decisione non facile di affossare il bilancio, il ministro Tria e il governo. A quel punto, per, il governo tecnico per la stesura del Bilancio diverrebbe una scelta obbligata, che Salvini dovrebbe subire e senza più la capacità di incidere. Una campagna elettorale urlata contro l’Europa sarebbe anche l’ultima spiaggia per il leader che volle incoronarsi re contro tutti.

lunedì 22 luglio 2019

I TORMENTI DEL PD, IL DILEMMA DI SALVINI E L'ARBITRO MATTARELLA


di Massimo Colaiacomo


     Può essere una riflessione ad alta voce, senza per questo anticipare un disegno politico, ma le parole al Corriere della Sera di Dario Franceschini, ministro nel governo di Matteo Renzi e oggi ben distante dall'ex leader, hanno cosparso quest'afosa mattinata di luglio di ipotesi politiche a una prima occhiata strampalate, salvo, a guardarle più da vicino, scoprire che sono assai meno bizzarre. Il succo del ragionamento dell'ex ministro è semplice: nessun governo Pd-M5s, però non è da trascurare la ricostituzione di un arco costituzionale, come era nella prima Repubblica, per stendere un cordone sanitario, allora attorno al Movimento sociale, oggi attorno a Matteo Salvini e alla Lega.
     Viene facile da commentare: se non è zuppa è pan bagnato. Franceschini muove da una considerazione che è sotto gli occhi di tutti, vale a dire lo sfarinamento inarrestabile della maggioranza al punto che il governo è un sopravvissuto rispetto a un'alleanza finita già da qualche mese. La crisi politica non è stata fino a oggi formalizzata perché i suoi protagonisti non hanno ancora scritto un canovaccio sulla possibile uscita, e non potranno scriverlo fintanto che non avranno almeno intuito un punto di caduta. Per Salvini e Meloni, ma anche per Zingaretti e Berlusconi, la via d'uscita, almeno sulla carta, è semplice e lineare: si torna alle urne. Di fronte a uno schieramento così compatto per la fine della legislatura, che cosa è che frena Salvini dal provocarla?
     Come spesso succede in politica, le variabili finiscono per prevalere sul disegno dei leader e, di conseguenza, possono cambiare a tal punto il traguardo da tramutare un'agognata vittoria in una cocente sconfitta. Salvini e Meloni sono i due protagonisti che tutti i sondaggi danno con il vento in poppa, dunque sono loro più degli altri a poter trarre vantaggio dal voto anticipato. Però, Salvini ha assaporato il gusto amaro della vittoria alle europee, una vittoria dannunziamente "mutilata" perché se è vero che gli ha portato una dote elettorale cospicua, ha scoperto poi a sue spese che quei voti sono stati congelati nel capiente freezer dell'Unione europea. Inservibili a lui, inservibili a Ursula Von der Leyen, eletta invece con i voti decisivi dei grillini. Sconfitti sul piano elettorale, ma vincitori sul piano politico. Grazie alla regia di Giuseppe Conte e, forse, da remoto, di David Casaleggio.
     Perché sulle ambizioni e i progetti dei protagonisti, oggi dei litigi quotidiani domani, forse, di una crisi politica formalizzata, incombe il silenzio dell'arbitro istituzionale. Sergio Mattarella, si sa, non ama uscire dai solchi ben delimitati della Costituzione né ha mai tentato, almeno fino a oggi, di farsene un interprete creativo. Il suo scrupolo istituzionale ne ha fatto un custode fermo e determinato, limitandosi ogni volta a registrare la volontà politica dei singoli leader e a comporre il conseguente quadro di sintesi. Così è nato il governo giallo-verde, risultato di un "contratto" fra il partito vincitore, il M5s, e il terzo partito per numero di consensi. Un'alleanza, come Mattarella non si stancherà di ripetere ai suoi interlocutori, nata in Parlamento e grazie alla trattativa fra due partiti. L'unica in grado di esprimere una maggioranza in Parlamento, poiché il centrodestra, primo nei consensi elettorali, non disponeva della maggioranza alla Camera e al Senato. Né Salvini né Di Maio si erano presentati uniti agli elettori. Questo aspetto ha pesato e peserà naturalmente nelle valutazioni che farà il Quirinale il giorno in cui Salvini dovesse decidersi a far calare il sipario.
     Zingaretti ha ragione di dire che il PD è indisponibile a entrare in una nuova maggioranza, senza prima passare dalle urne. Non essendo chiaro il punto di caduta di un'eventuale crisi, come sbilanciarsi offrendo una disponibilità politica che potrebbe ritorcersi contro il PD in caso di voto anticipato? In questo caso, Zingaretti deve fronteggiare la fronda dei renziani, irriducibili nel rifiuto a qualsiasi intesa con il M5s. Un'opposizione tautologica, dal momento che lo stesso Zingaretti chiede le urne in caso di scioglimento. Evidentemente, sotto la chiarezza di ciò che brilla in superficie si muovono disegni più articolati, ancora inespressi. Di fronte ai tormenti del PD e al dilemma di Salvini se convenga una corsa elettorale, con tutte le incognite del Russigate, o un aggiornamento del "contratto" di governo, l'arbitro istituzionale non può che osservare. E registrare, quando si manifestano con chiarezza, le volontà dei singoli protagonisti. Come ha fatto, qualche giorno fa, il sottosegretario Giancarlo Giorgetti recandosi al Quirinale per esprimere la sua indisponibilità a fare il Commissario europeo. Una scelta, a dire il vero, un po' singolare poiché Giorgetti avrebbe dovuto manifestare la sua volontà al presidente del Consiglio, unico titolare del potere di indicazione presso la UE. Ma Giorgetti ha preferito rivolgersi a Mattarella, considerato evidentemente un arbitro più vigile e distaccato rispetto alle sorti del governo.




lunedì 15 luglio 2019

DIETRO IL "CASO SAVOINI" C'È UNA POLITICA ESTERA SENZA DIREZIONE


di Massimo Colaiacomo

     Le indagini avviate dalla procura di Milano faranno il loro corso, fra colpi di scena più o meno risolutivi, e tutta l'attenzione mediatica sarà focalizzata sulla dimensione giudiziaria del "caso Savoini". Più indietro, e ancora parzialmente in ombra, rimane una questione forse più grave anche se di minore impatto sul piano della cronaca. Si sta parlando della politica estera del governo giallo-verde, dell'improvvisazione e delle acrobazie con cui si muove sulla scena europea e internazionale privo come è di una direzione. Prima l'accordo con la Cina, voluto e perseguito con abnegazione dal vice premier grillino Luigi Di Maio, poi la visita di Salvini a Washington e il semaforo verde dato ai principali dossier cari alla Casa Bianca (Tap in cima a tutti). Quindi l'incontro con Vladimir Putin, a Roma, lo scorso 4 luglio (en passant, è l'Independence Day, festa nazionale americana) con la rinnovata promessa di Salvini al leader russo di impegnarsi per rimuovere le sanzioni occidentali a Mosca. Frammezzo a questi "giri di valzer", l'unica direzione presa con una qualche determinazione è l'allentamento dell'ancoraggio dell'Italia all'Unione europea.
     Ai tempi della Triplice Alleanza (siamo nel 1880-1882) i governi italiani, nella fattispecie il governo Rudinì, strinsero accordi con Germania e l'Impero austro-ungarico in chiave difensiva rispetto alla Triplice Intesa (Russia, Francia, Inghilterra). Mentre l'Italia siglava la Triplice Alleanza, lo stesso governo firmava un protocollo segreto con il governo francese per la spartizione della Tunisia. Fu da comportamenti come questo che il cancelliere von Bulow potè definire la politica estera italiana come la politica di un Paese che amava fare "giri di valzer" con chiunque potesse tornare utile. Quell'Italia aveva ancora qualche giustificazione per tanta incoerenza: il Risorgimento si era concluso ma le terre irredente erano rimaste tali e dunque i governi italiani si ritenevano autorizzati a sposare i comportamenti più obliqui per raggiungere lo scopo.
     Più difficile, onestamente, trovare una qualche spiegazione alla politica estera del governo Conte. È vero che la politica estera italiana è stata spesso il terreno di scontro della politica interna (il caso più clamoroso fu Sigonella, con Spadolini e Craxi schierati su posizioni contrapposte pur essendo nello stesso governo), ma mai era successo che si mettesse in discussione l'appartenenza del Paese al sistema di alleanze internazionali che si identifica in qualche modo con la stessa nascita della Repubblica. Il lento e graduale disancoraggio dall'Europa (anche se è più retorico che concreto) sta spingendo l'Italia verso il largo ed espone il Paese alla mutevolezza dei rapporti fra le grandi potenze (Russia, Stati Uniti e Cina) senza peraltro avere gli strumenti diplomatici e la forza politica ed economica per reggere l'urto di interessi troppo sovrastanti.
     Se il "caso Savoini" può essere ragionevolmente riassorbito nella sua dimensione giudiziaria, sarà opportuno non sottovalutarne il suo significato sul piano della politica estera. Come ha scritto autorevolmente Stefano Folli (la Repubblica, lunedì 15 luglio) Salvini dovrà mostrare un sussulto di realismo e votare per l'elezione di Ursula von der Layen alla presidenza della Commissione europea, senza curarsi troppo se i voti della Lega saranno aggiuntivi e non decisivi. È la sola carta di cui dispone il leader leghista per sottrarsi ai marosi delle tempeste internazionali. È evidente che un voto del genere costringe Salvini a una doppia capriola, perché si ritroverebbe a votare una candidata scelta da Macron e Merkel, cioè dai suoi nemici giurati. Questo è il prezzo necessario da pagare per essersi esposto in politica estera senza avere uno straccio di strategia, un canovaccio da seguire con il risultato di aver minato gravemente la credibilità residua dell'Italia.
     

sabato 29 giugno 2019

L'ITALIA BRANCOLA NEL BUIO SENZA UNA POLITICA "CENTRISTA"

Da Calenda a Carfagna e Toti, la confusione è grande: non si costruisce un partito "di centro" per concessione di qualcuno, neppure avrebbe senso un partito che nasce per allearsi a uno schieramento escludendo a priori ogni altra alleanza. La nascita di un partito moderato, liberale, di ispirazione cristiana costa fatica e tempo. E presuppone la ricostituzione di una tavola di valori e di un programma chiaramente riconoscibili e nettamente distinti da destra e sinistra


di Massimo Colaiacomo


     Angelo Panebianco ha spesso affrontato il tema del "grande vuoto" nella politica italiana, per riferirsi all'assenza ormai decennale di una politica "centrista" in grado di rappresentare e declinare sul piano legislativo gli interessi di quel vasto spettro sociale un tempo noto come "classe media", un ceto via via marginalizzato sul mercato del consenso politico. Non c'è molto da aggiungere alle analisi fin qui fatte e che individuano nella caduta delle protezioni sociali, conseguente a una globalizzazione ridotta a pura dimensione finanziaria, e nella relativizzazione dei valori sociali e dell'etica pubblica le cause principali della deriva politica e sociale che ha colpito l'Italia.
     È evidente come rispetto all'Europa, gli esiti della crisi finanziaria del 2008-2009 hanno avuto in Italia conseguenze molto peculiari o più radicali rispetto ad altri Paesi. È vero, il populismo sovranista si è affermato nei Paesi un tempo comunisti dell'Est Europa, ma le caratteristiche dei governi di Viktor Orban in Ungheria o di Andrej Babis nella Repubblica Ceca solo in minima parte sono sovrapponibili con quelle del governo Salvini-Di Maio. Diverse sono le storie nazionali e il rigurgito nazionalista in quella parte d'Europa dopo mezzo secolo di dominio comunista sovietico sono una reazione quasi naturale. Nessuno di loro è sfiorato dall'idea di uscire dall'Europa da cui lucrano rigogliosi aiuti finanziari. Le politiche di bilancio a Budapest o a Praga sono naturalmente rigoriste, così come sono rigide e ingenerose le loro politiche sociali.
     Il nazional-populismo italiano ha un retroterra del tutto diverso. Esso si è affermato come reazione alla predicazione decennale, ieri di Matteo Renzi, l'altro ieri di Silvio Berlusconi, che denunciava nell'Europa e nei parametri "stupidi" di Maastricht (copyright Romano Prodi) la causa unica ed esclusiva delle difficoltà italiane. Con l'aggiunta, tutta grillina, della corruzione endemica degli apparati pubblici italiani. Come dovrebbe orientarsi una forza "centrista", e quindi storicamente e culturalmente europeista, in un panorama dove dell'Europa restano soltanto le macerie?
     Come, per stare a fatti concreti, una forza di centro e cristianamente ispirata può rielaborare politiche di solidarietà sociale senza utilizzare solo la leva fiscale, ormai inutilizzabile? Attraverso la riaffermazione del principio di sussidiarietà, si diceva fino a qualche tempo fa. Ma questo principio, che vede nella responsabilità della persona il primo motore della vita sociale, non può davvero agire e fermentare senza un sostanziale alleggerimento della pressione fiscale. Meno tasse e dunque un uso piò oculato dei servizi sociali, collettivi o individuali, che vanno erogati gratuitamente a tutti i cittadini disoccupati. Dove non riesce con le proprie forze il cittadino, arriva il Comune e via via fino all'inter vento dello Stato. Ma perché questa "catena della solidarietà" funzioni davvero e non sia inutilmente onerosa per il contribuente è altresì necessario immaginarla dotata di una burocrazia ridotta al minimo e priva di ogni potere di controllo ex ante.
     Una forza genuinamente centrista ed europeista guarda al futuro europeo dell'Italia ma volge anche lo sguardo indietro per indagare sulle radici di un debito pubblico che ha ipotecato la vita delle prossime generazioni. Quelle radici sono tutte ed esclusivamente italiane, e nulla hanno a che vedere con l'Europa o con il Trattato di Maastricht. La vocazione populista del ceto politico italiani è molto più antica della stagione berlusconiana e di quella più recente di Renzi. Essa affonda nella DC post-degasperiana perché quello di De Gasperi era un partito saldamente ancorato alla visione liberale dominante nei Partiti popolari europei, e in quello tedesco in particolare.
     Lo spazio per una simile forza politica è oggi occupato abusivamente da chi si è appropriato di un'identità non sua, magari sfruttando abilmente slogan e parole d'ordine che evocano una visione semplificata della realtà. Il successo di Salvini e anche di Di Maio è stato reso possibile dall'abilità mostrata nel semplificare la complessità della realtà. I problemi esplodono però quando con la stessa semplificazione si vorrebbe legiferare. In tal caso, la realtà complessa non entra nella camicia di forza del populismo.  






venerdì 7 giugno 2019

impazientimasenzafretta: INSIEME PER SFIDARE L'EUROPA, SALVINI E DI MAIO SI...

impazientimasenzafretta: INSIEME PER SFIDARE L'EUROPA, SALVINI E DI MAIO SI...: di Massimo Colaiacomo       C ontro le richieste della Commissione europea e contro i parametri di Maastricht Salvini e Di Maio han...

INSIEME PER SFIDARE L'EUROPA, SALVINI E DI MAIO SIGLANO LA TREGUA


di Massimo Colaiacomo


     Contro le richieste della Commissione europea e contro i parametri di Maastricht Salvini e Di Maio hanno trovato il terreno giusto per siglare una tregua in attesa del prossimo scontro. In assenza del presidente del Consiglio, i due vice si sono incontrati per discutere probabilmente la linea comune da tenere nei confronti delle richieste avanzate dai commissari europei, richieste sulle quali il presidente Conte si è detto disponibile ad aprire un confronto con Bruxelles. È probabile, come già è accaduto a ottobre, che nel gioco delle parti si ripetano gli stessi ruoli: i due vice liberi, per ragioni politiche, di fare la faccia feroce come piace ai rispettivi elettorati (a quello leghista più di quello grillino, al Nord meno che al Sud), mentre il premier si impegnerà a trovare un accordo non troppo oneroso per il governo.
     Si può ragionevolmente ritenere che Salvini e Di Maio abbiano siglato una tregua momentanea, utile per scavallare l'estate e arrivare al "fatale" settembre, quando dovranno mettere mano alla legge di Bilancio. È vero, il prossimo luglio il Consiglio Ecofin si riunirà e potrebbe decidere di dare semaforo verde alla "procedura di infrazione" in assenza di correttivi importanti all'andamento della finanza pubblica. Si tratterà probabilmente di reperire 3-3,5 miliardi per sistemare i conti del 2018 e, in prospettiva, mettere su basi meno precarie i già difficili conti per il 2020. In tal caso si può ipotizzare una serie di interventi catalogabili come spending review o qualche ritocco alle accise, senza troppi riflessi. Il sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti è convinto, per esempio, che ci siano le basi per opporsi alla procedura di infrazione dal momento che l'andamento di finanza pubblica per il 2019 si vai delineando meglio del previsto.
     Decisamente più impegnativa per il governo è la partita autunnale sul bilancio. Quella scadenza andrà a incrociare una serie di altri eventi. Per l'autunno si sarà insediata la nuova Commissione europea, per fine ottobre o forse prima si conoscerà il successore di Mario Draghi alla BCE e il nuovo Parlamento europeo sarà pienamente operativo. Da qui ad allora, il governo italiano dovrà impegnarsi  per designare un commissario europeo in un ruolo che, ovviamente, si vorrebbe di rilievo visto il peso del Paese, ma per ottenere il quale Conte e Tria dovranno negoziare duramente con i partner europei resi sempre più scettici dall'aggressività gialloverde. Senza una rete di relazioni con i Paesi che contano in Europa e dopo mesi di attacchi a testa bassa ora verso la Francia (Di Maio) ora verso la Germania (Salvini), conquistare un commissario "di peso" appare un'impresa piuttosto complicata.
     La questione, come spesso capita nell'Unione, riguarda prima di tutto il miglioramento delle relazioni con i partner europei. L'ambizione di Salvini di essere il "mattatore" nei nuovi equilibri a Bruxelles viene avvertita dagli altri governi come una pretesa velleitaria, non sorretta dai numeri di una compagine sovranista che si è dissolta ancora prima che si insedi il nuovo Parlamento. L'idea che l'Italia possa rinunciare a un commissario di prestigio in cambio di qualche decimale aggiuntivo di flessibilità sui conti non sarebbe nuova. La sperimentò a suo tempo Matteo Renzi quando, in cambio dei 10 miliardi per distribuire gli 80 euro ai lavoratori dipendenti diede semaforo verde all'accoglienza di immigrati. Il profilo dell'Italia nella nuova Europa uscirà decisamente ridimensionato. L'allineamento astrale che portò ad avere insieme la presidenza della Bce, del Parlamento europeo e del ministro degli Esteri non potrà ripetersi. Per fine ottobre Mario Draghi lascerà la BCE. L'Italia rischia di trovarsi un disoccupato in più, un disoccupato, c'è da scommettere, che non si accontenterà del reddito di cittadinanza.
     

     

venerdì 22 marzo 2019

ZINGARETTI SULLA RUOTA DI M5S, MA LA GRANDE SFIDA È A ROMA


di Massimo Colaiacomo

     Il caos in cui si trova l'amministrazione Cinquestelle in Campidoglio viene da lontano, anche se esso ci appare nella sua dimensione più drammatica solo oggi, dopo l'arresto del presidente dell'Assemblea capitolina, Marcello De Vito, e le dimissioni dell'assessore allo Sport, Daniele Frongia, coinvolto in una vicenda minore. Stiamo parlando, però, solo degli ultimi capitoli di una Via Crucis che va avanti, senza interruzioni apprezzabili, dal giorno dell'insediamento di Virginia Raggi. La girandola di assessori sostituiti, alcuni allontanati, altri in fuga (sono i casi di Massimo Colomban o dell'assessore all'urbanistica, Paolo Berdini) solo in parte poteva essere spiegata con l'inesperienza di amministratori nuovi e poco avvezzi alla grande ribalta mediatica della Capitale.
     L'inesperienza ha avuto senz'altro il suo peso, anche se è difficile considerarla il fattore decisivo del collasso verso cui si sta avviando la giunta pentastellata. Non si può considerare trascurabile, per esempio, il metodo un po' primitivo e sicuramente abborracciato per la selezione del personale politico. Se dopo le elezioni politiche del 2013 quello del M5s veniva considerato il carro vincente, è naturale che attorno ad esso si è radunata una folla di plauditores di provenienza incerta, talvolta pittoresca sul piano del costume (si pensi alle scie chimiche) talaltra più inquietante per certe opacità dei comportamenti. Pensare che un'umanità così ampia e assortita potesse essere selezionata con criteri adeguati facendo votare alcune centinaia di persone sulla piattaforma Rousseau era qualcosa di più di un'illusione: un abbaglio, oltre che una temeraria e colpevole sottovalutazione delle regole che presiedono alla lotta politica, mutate e mutevoli quanto si vuole, ma sempre generate da quell'impasto in cui si incontrano razionalità e malizia tattica, lucidità e visione strategica. Qualità, si è visto, drammaticamente assenti nei dirigenti del M5s, a cominciare dal leader politico Luigi Di Maio.
     Era una nebulosa il Movimento conosciuto appena cinque anni fa. Una legislatura non è stata sufficiente per dare una qualche concretezza a programmi politici solo in parte ambizioni e più sicuramente irrealistici. È stato così sul piano locale e sul piano nazionale. Con un'eccezione che i dirigenti grillini non hanno mai colto: considerare l'amministrazione di Roma alla stregua di una vicenda locale e non invece come il biglietto da visita sul piano nazionale e internazionale. Inesperti e incapaci quanto si vuole, a Roma non sono consentiti errori madornali perché il prezzo da pagare è sul piano nazionale. È sufficiente ripercorrere gli ultimi 20 anni di amministrazione per rendersi conto del peso che la "prova" del governo capitolino ha avuto sulla sorte elettorale dei partiti e dei sindaci: Rutelli e Veltroni, buoni amministratori, hanno lasciato Roma per diventare candidati a palazzo Chigi di coalizioni di centrosinistra. Marino e Alemanno, in misura e per ragioni molto diverse, sono stati "bruciati" dall'esperienza capitolina.
     I Cinquestelle si trovano oggi davanti allo stesso bivio. Ne sa qualcosa Zingaretti, navigatore esperto delle acque politiche romane, mai tentato dall'ascesa in Campidoglio ben sapendo a quali rischi andava incontro per un guadagno assai incerto. Il segretario del PD vede perciò nell'affanno della giunta capitolina la chiave di volta per dare concretezza e vigore alla sua campagna elettorale. Si tratta, come sempre in politica, di mettere sulla bilancia le convenienze e i rischi di una scelta. Di Maio non può permettersi di perdere Roma alla vigilia delle elezioni europee. Il tonfo elettorale previsto già da qualche sondaggio potrebbe assumere proporzioni tali da spazzare via il M5s con la stessa rapidità con cui si dissolse l'Uomo Qualunque. Quale utile elettorale potrebbe venire al PD da un collasso della giunta Raggi? È un calcolo difficile e complicato da fare. Il vento dei consensi gonfia le vele di Matteo Salvini e un centrodestra arrembante, saldamente in pugno alla Lega, potrebbe avere partita facile per la conquista del Campidoglio. Per il PD sarebbe uno smacco sulla via della lenta e incerta ripresa dei consensi. Per quanto paradossale, "congelare" il caos amministrativo in Campidoglio è la prospettiva meno onerosa e forse più redditizia per il PD in vista delle europee. In fondo, la periclitante stagione grillina a Roma può essere il miglior viatico per rinsanguare le fortune elettorali del PD e portare consensi crescenti a Salvini. A bruciarsi le mani è il solo Luigi Di Maio e il manipolo di sognatori che lo circonda

martedì 18 dicembre 2018

UN PARTITO DEI CATTOLICI NON FA BENE AI CATTOLICI


di Massimo Colaiacomo

     Il presidente della Conferenza episcopale italiana, card. Gualtiero Bassetti, in una lunga intervista  ad "Avvenire" del 9 dicembre è tornato con vigore sulla necessità per i cattolici di tornare a un impegno diretto sulla scena politica. A scanso di equivoci, e contro ogni possibile lettura strumentale, Bassetti ha spiegato che compito della Chiesa è solo quello di annunciare Gesù Cristo, ma che è "auspicabile un impegno concreto e responsabile dei cattolici in politica (...) è un impegno che spetta senza dubbio ai laici. Laici che, però, non solo devono essere adeguatamente formati nella fede, ma sono chiamati ad assumere come bussola dei loro comportamenti quella 'visione martiriale' della politica evocata da papa Francesco. La politica per i cristiani non è il luogo per fare soldi o per avere il potere. È all'opposto il luogo del servizio, di chi non si lascia corrompere e del martirio quotidiano. Come pastore ho il dovere di ricordare e suggerire ai laici di servirsi di quel tesoro prezioso che è la Dottrina sociale della Chiesa. Un tesoro a disposizione dell'umanità intera, ma che non è ancora stato compreso appieno".
     Si tratta di affermazioni impegnative, di grande valore etico e sociale, che non sconfinano, come si sono affrettati a chiosare alcuni critici, nell'esortazione a ricostituire un partito cattolico. Per la semplice ragione che in Italia non è mai esistito un partito "di raccolta" dei cattolici. Non lo fu la DC, almeno nell'incarnazione degasperiana. Il leader politico, da anni in attesa di beatificazione, amava ricordare che la DC doveva essere un partito "di" cattolici e mai "dei" cattolici. Con ciò prefigurando una traiettoria di impegno vigoroso sui valori etico-sociali senza mai mettere il dato di fede avanti a tutto. Alcide De Gasperi operava in una realtà profondamente diversa e dopo aver fissato nell'art. 7 della Costituzione il rango privilegiato dei rapporti fra Stato e Chiesa cattolica ritenne, proprio per questa ragione, di aver guadagnato spazi di manovra in una società italiana che si voleva laica nelle sue ragioni di fondo.
     Oggi i cattolici sono chiamati a una sfida completamente nuova, in una società ormai secolarizzata e con l'accresciuta tendenza a "relativizzare" i valori etico-sociali. Si prenda la famiglia: l'uso del singolare è rimasto soltanto nella Costituzione, negli articoli dal 29 al 31. "La Repubblica - sancirono i costituenti all'art. 31 - agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo". Si badi bene ai verbi: agevolare "la formazione della famiglia" e "proteggere" la maternità. Che cosa è transitato di questi principi nella legislazione attuativa e ordinaria? Poco, dirà qualcuno. Niente, si può dire con uno sguardo più onesto. Quando i cattolici si sono impegnati in un'azione di contrasto sul terreno dei diritti civili, hanno registrato sconfitte pesanti e laceranti per la stessa comunità cattolica. Perché il contrasto al relativismo è stato quasi sempre giocato sul terreno della politica e poco o niente sul terreno della formazione e dell'educazione dove invece la Chiesa avrebbe avuto le carte migliori da spendere. Amintore Fanfani, nel 1974, si assunse la responsabilità dell'ultima crociata "clericale" in un'Italia sulla via di una rapida secolarizzazione e portò la DC a una sconfitta storica, sul piano sociale prima ancora che sul piano politico. All'opposto di Alcide De Gasperi, Fanfani caricò sul partito responsabilità che non gli competevano. Il contrasto al divorzio esigeva allora, ed esige oggi, politiche di sostegno economico alla famiglia, di tutela sociale per l'infanzia e la gioventù. Il contrasto al divorzio o all'aborto non si realizza istruendo crociate fuori luogo e fuori tempo, ma si costruisce attraverso una legislazione mirata a costruire una rete di protezione e di incoraggiamento per la maternità, per l'educazione dei figli. Insomma, è una Chiesa più inserita nella società quella che può modificare i comportamenti collettivi e individuali, aggiustare la bussola etica delle persone.
     L'unico partito sulla scena europea che si muove con prudenza e determinazione sulle questioni etico-sociali sembra essere oggi la CDU di Angela Merkel e, si può immaginare, della sua erede designata Annegret Kramp-Karrenbauer. Il testimone del comando passerà da una leader protestante a una leader cattolica. AKK, come è stata ribattezzata dall'informazione, si presenta come una personalità tranquilla, forse un po' scialba, ma ha manifestato sempre idee molto nette su diverse questioni etiche e sociali. E c'è da scommettere che nessuna battaglia, per quanto ardimentosa sul fronte dei grandi valori, intaccherà la natura profondamente laica della CDU. La politica ha strumenti di straordinaria efficacia per contrastare la deriva relativistica mascherata con l'affermazione dei "diritti positivi". Incoraggiare la maternità con forti assegni per i bimbi che nascono; depotenziare l'eutanasia aprendo con forza alla ricerca scientifica e alla terapia del dolore; tutelare il matrimonio con politiche di sostegno economico alla famiglia o potenziando il diritto all'abitazione. La politica può restituire "valore" alla vita accettando e ribaltando la sfida della sua mercificazione. Per fare questo non serve un partito cattolico. Quando il Popolo della famiglia presenta sue liste alle elezioni per raccogliere l'1% non ha reso un servizio né alla famiglia né alla comunità cattolica. Fors era reso un servizio a qualche leader. Ma questa è un traguardo che a un buon cattolico non dovrebbe mai interessare.
     

domenica 21 ottobre 2018

DI MAIO E SALVINI HANNO SCELTO LA LINEA DI GALLEGGIAMENTO, FINCHÉ TIENE


di Massimo Colaiacomo


     Era scontato un compromesso politico Lega-M5S sulla scivolosa questione del condono fiscale. Messa da parte la questione sull'origine del controverso comma in cui si prevedeva di scusare anche i soldi "residenti" all'estero, si trattava di capire chi è che dovesse fare un passo indietro. In apparenza è stato Salvini, nella sostanza le cose sono rimaste immutate anche se, sul piano contabile, defalcare una quota di condono lascerà evidentemente un buco nei conti pubblici con evidente aggravio per le stime del deficit. In fondo, eliminare il controverso comma sulla non punibilità dell'evasione fiscale, ha consentito a Di Maio di salvare la bandiera della legalità, e a Salvini di portare a casa un condono di tipo per così dire "sovranista". Un accordo che accontenta le esigenze dei due vice-premier ma nello stesso tempo semina un velo di diffidenza nei rapporti personali. Di Maio e Salvini saranno resi più guardinghi, ma non al punto da mettere in discussione la maggioranza e il governo.
     Né la Lega né il M5s hanno un interesse immediato a provocare una crisi che li vedrebbe sul banco degli imputati perché verrebbero colti nel mezzo di un autentico percorso di guerra sulla manovra economica: il giudizio della Commissione europea; il re-rating di Fitch; soprattutto, però, il giudizio dei mercati finanziari. Tre occasioni per altrettanti inciampi. È dubbia l'idea che una bocciatura su tutto il fronte, consentirebbe a Lega e M5s di presentarsi alle europee nella veste di garanti della sovranità nazionale perché per la primavera del 2019 gli elettori avranno sperimentato gli effetti dello spread nella vita quotidiana. E all'elettore poco importa se la rata più alta del mutuo sia responsabilità della UE o di Moody's, perché al governo dell'italia ci sono Salvini e Di Maio e difficilmente la narrazione di un'Europa "mare matrigna" sarà sufficiente, da qui a maggio, a trattenere o addirittura accrescere il consenso elettorale dei popul-sovranisti.
     Perché allora le opposizioni parlamentari sono o appaiono così inadeguate, sicuramente deboli, prive di proposte alternative? Una ragione della debolezza non è soltanto nei numeri, perché la maggioranza giallo-verde non ha alternative in Parlamento. C'è una ragione più profonda che spiega la debolezza delle opposizioni e la forza della maggioranza che va oltre gli stessi numeri parlamentari: si tratta della speranza, al momento mal riposta, di FI da una parte e del PD dall'altra di assistere all'improvvisa implosione della maggioranza e quindi alla possibilità, per il Pd di aprire il dialogo con il M5s e, per Forza Italia di riaccasarsi con la Lega di Salvini. Si tratta di due illusioni e Salvini e Di Maio hanno tutto l'interesse che Forza Italia e PD le coltivino perché questo in realtà cementa ancora di più l'alleanza giallo-verde.
     C'è, in tutto questo, l'eccezione di Matteo Renzi. Al comizio conclusivo della Leopolda, l'ex premier ha confermato e sviluppato la strategia di un'opposizione senza quartiere alla maggioranza in carica. Soprattutto, ha rivendicato il merito di aver impedito ogni confronto con il M5s verso il quale ha ribadito il "non possumus" del PD. Nella logica renziana, l'opposizione al governo non ammette distinzioni fra M5s e Lega: due partiti populisti, ugualmente pericolosi, che porteranno l'Italia contro il muro. Renzi blocca ancora il confronto interno al PD ed è pronto a mettersi di traverso contro ogni suggestione di apertura al M5s. La sua polemica, neanche troppo velata, verso Dario Franceschini e quanti con lui confidano nell'apertura di un confronto con i grillini è la conferma del peso sempre notevole che Renzi ha tutt'ora nel PD. Per non perdere il quale, l'ex premier ha escogitato la creazione di "comitati civici", una sorta di evangelizzatori elettorali che formandosi fuori dal PD avrebbero più credibilità presso gli elettori. Renzi non si ritiene ancora fuori gioco e ha carte importanti a giocare nella partita surreale del congresso, da tenere all'inizio del prossimo anno secondo una parte del gruppo dirigente ma se possibile anche da rinviare, nella logica renziana. Mettere più tempo fra la sconfitta del 4 marzo e la battaglia per la segreteria, passano magari attraverso un risultato non strabiliante di Lega e M5s alle europee, sarebbe ottimo fieno da mettere in cascina per Renzi.
      
            

lunedì 1 ottobre 2018

DI MAIO E SALVINI OTTENGONO LO SCONTRO A LUNGO CERCATO CON L'EUROPA

L'egoismo della politica, le regole dei mercati, le attese dei cittadini: è un'equazione difficile quella che devono risolvere Commissione europea, BCE e Angela Merkel. Ma la soluzione si trova soltanto a Roma ed è tutta nelle mani di Salvini e Di Maio.

di Massimo Colaiacomo

     L'Europa non può concedere "trattamenti speciali" all'Italia perché altri Paesi potrebbero reclamarli e questo significherebbe la fine dell'euro. Sono parole come pietre quelle pronunciate in Germania da Jean Claude Juncker, presidente della Commissione europea, e riportate dall'ANSA con un lancio delle 21:18. Parole che non sembrano suscitare preoccupazione nel governo italiano se è vero che neanche mezz'ora e da palazzo Chigi filtra una replica, affidata alle solite "fonti", solo in apparenza conciliante ma in realtà dura e urticante perché vi si annuncia che il governo "frutto del voto democratico, è impegnato e determinato ad andare avanti nella direzione della manovra impostata". Una giornata avviata con il fiato sospeso per la reazione dei mercati, si è chiusa in un clima di scontro quale non si era mai visto fra gli organismi comunitari e un Paese membro dell'UE.
       La drammaticità del momento si coglie in due eventi: nel pomeriggio, il ministro Tria rientra da Lussemburgo, al termine del vertice dei ministri delle Finanze, e fa sapere che non parteciperà domani all'Ecofin, un vertice che si occuperà di un primo esame del Documento di economia e finanza italiani. In serata, la nota "ufficiosa" con cui palazzo Chigi replica ai moniti di Juncker non ha il consueto stile diplomatico con cui si è fin qui affidato al premier Conte il compito di smussare e assorbire le asprezze dialettiche nel rapporto con l'Europa.
     La sensazione palpabile è di un governo che ha deciso di tagliarsi i ponti alle spalle e andare allo scontro in campo aperto con l'Europa, incurante dei danni incalcolabili che possono derivare all'Italia ma altresì convinto dei cospicui vantaggi elettorali che potranno cogliere i due soci di maggioranza. Il "me ne frego" con cui Salvini liquida ogni domanda dei cronisti sul Def e sulle perplessità dell'Europa, è diventato in pochi giorni il mantra quotidiano del governo. A conferma della lucida consapevolezza con cui si vuole perseguire un disegno politico temerario, in un certo senso napoleonico, che mira a scardinare la costruzione europea svuotandone di significato e di valore le regole attorno a cui è stata costruita la sovranità monetaria europea.
     La dimensione polemica e anti-europea messa dal governo nella scrittura del Def finisce in questo modo per mettere in ombra il profilo sociale ed economico di un provvedimento concepito come un ponte, un traghettamento propagandistico fra le promesse del voto del 4 marzo, e la loro realizzazione in vista del voto europeo del 26 maggio 2019.
     Salvini e Di Maio non possono arretrare di fronte a questa sfida, per loro significherebbe rendere una vittoria "mutilata" quella del 4 marzo e gettare la spugna in vista dello scardinamento dell'edificio europeo. Il problema loro e dei sovranità in generale è che alla parte destruens, chiara ed evidente, non si affianca un progetto comune per ricostruire su basi nuove.
     L'egoismo della politica e la bulimia di consensi non prevedono, purtroppo, momenti di riflessione critica sui vantaggi o sui danni che una strategia di politica economica e sociale può arrecare al proprio Paese. Una volta denunciate le trame complottiste per fermare il"cambiamento" e l'affermazione della "manovra del popolo", una volta irrisi i "numerini" e lo "spread" buono "da mangiare a colazione", è evidente che la narrazione della realtà viene sopraffatta dalla sua manipolazione. La realtà come rappresentazione e proiezione dei desideri collettivi, alimentati da un'incessante e abile propaganda quotidiana, travolgono ogni residua capacità di giudizio critico. 
     Se anche Papa Francesco si spende per indicare nel lavoro, e non nel sussidio, l'unica dignità vera per ogni persona umana vuol dire che qualcosa di profondo si è incrinato nel sentimento collettivo di un popolo. Se tutto quello che è stato costruito dalla politica e dalla società prima del 4 marzo era indegno e inquinato dalla corruzione, dal malaffare, è difficile arginare la perdita di memoria storica e impedire la deriva etica e sociale dell'Italia.
     Se i "mercati" sono il luogo diabolico in cui si tessono trame ai danni dei poveri e degli ultimi, e non sono invece il luogo in cui ogni cittadino cerca di tutelare i propri interessi e mettere a frutto i propri risparmi, è difficile spiegare i guasti che a quegli interessi e a quei risparmi possono derivare da una sfida aperta alla regola primaria di ogni comportamento umano, la regola del buon senso.
     Queste contraddizioni, questa realtà ossimorica fanno da sfondo al travaglio della politica italiana di questi mesi e si riversano sulla società provocando un senso di smarrimento e di disagio che non sono mai stati forieri di un futuro positivo e utile.   
     

mercoledì 25 luglio 2018

IN AUTUNNO LA PARTITA DECISIVA PER IL GOVERNO E PER L'ITALIA


di Massimo Colaiacomo

     Non basta denunciare la confusione in cui si muove il governo per certificare l'esistenza in vita delle opposizioni. Il paradosso dei sondaggi è tutto qui: il caos in cui operano Matteo Salvini e Liuigi Di Maio è sotto gli occhi di tutti, ma i consensi dell'opinione pubblica sono in forte aumento per entrambi i i leader. Gli italiani confidano che qualcosa di diverso - non di meglio, ma di diverso - alla fine può essere prodotto da M5s e Lega più di quanto abbiano saputo fare i governi e le maggioranze dei partiti tradizionali.
     La campagna elettorale permanente in cui Salvini ha immerso l'Italia sulla questione dell'immigrazione è riuscita fin qui a monopolizzare le attese e le speranze di quanti credono che molti se non tutti i problemi derivano dall' "invasione" delle ondate migratorie. A Salvini va riconosciuta una grande abilità mediatica. Dietro la cortina fumogena dell'immigrazione, Lega e M5s hanno potuto nascondere il fallimento delle loro promesse elettorali, impossibili da attuare senza violare tutti i parametri europei e, soprattutto, senza esporre il Paese a una nuova ondata speculativa sul debito pubblico.
     Si spiega così l'avvio di una campagna di pressione sul ministro dell'Economia, Giovanni Tria, finito nel mirino di Lega e M5s a causa della sua ortodossia "europeista" vissuta dai due leader politici come un ingombro al dispiegamento dei loro programmi. La sfida, e i limiti del populismo, sono tutti qui: l'idea di far coincidere le promesse elettorali con i programmi di governo al punto da ritenerle realizzabili al di là e al di fuori di ogni vincolo. Una visione prometeica tipica di chi si illude, una volta spezzate le "catene" dell'Europa, di poter volare liberamente e riguadagnare d'un colpo la crescita economica, l'occupazione e il benessere di un tempo.
     Una visione ingenua e insieme estremamente pericolosa, suicida, quasi. L'idea che sia l'Europa a impedire la rinascita economica dell'Italia significa ignorare che i veri giudici non sono quelli di Bruxelles, ma le migliaia di operatori finanziari che ogni giorno negoziano i titoli del debito pubblico, con un occhio all'andamento del deficit e del debito, e pronti a prezzare il livello di rischio dopo ogni provvedimento del governo. Salvini e Di Maio sanno, anche se fingono di non sapere, che la loro scommessa su reddito di cittadinanza e flat tax è persa in partenza. Viene da domandarsi come sia possibile pensare di smontare le politiche populiste solo annunciate ma non ancora realizzate con un'opposizione altrettanto populista e destinata perciò a essere opposizione ancora a lungo.
     Si prenda il caso di Forza Italia, un partito che i sondaggi vedono ogni giorno più esangue. Rimproverare a Salvini di non aver ancora realizzato la flat tax è una critica legittima e un modo spicciolo per cercare di mettere in difficoltà la Lega. Ma questo significa anche sfidare il governo a presentare un piano di taglio delle tasse e ad appoggiarlo. È pura follia. Meglio, molto meglio allora, l'idea di Antonio Tajani - con Brunetta gli unici rimasti a pensare qualcosa di politico in quel partito - che sfida l'esecutivo a sforare sì il tetto del 3% nel rapporto deficit-Pil, ma semmai per cancellare i 90 miliardi di debito della P.A. verso le imprese. In sostanza, è la tesi di Tajani, si faccia debito ma se questo serve per cancellare un debito più vecchio. Fuori da queste idee, Forza Italia è davvero un partito reso acefalo dalla "botta" del 4 marzo e il personale politico che la rappresenta in Parlamento non sa staccarsi dalla propria mediocrità, essendo ogni parlamentare impegnato a non urtare Salvini nel timore di non vedersi ricandidato. E il comportamento tipico di chi si arrende senza combattere.
     Manca, con ogni evidenza, un ricambio all'attuale maggioranza ma non tanto in termini politici quanto in termini di ceto politico che sia un minimo adeguato e temprato ad affrontare i gravi problemi del Paese. Manca, cioè una élite politica capace di assumere sulle proprie spalle la responsabilità di governo del Paese avendo una visione lunga e le soluzioni credibili.

mercoledì 13 giugno 2018

DA SALVINI UNA VITTORIA TATTICA, MA PER L'ITALIA IL RISCHIO DI UNA SCONFITTA STRATEGICA


di Massimo Colaiacomo

     Non c'è alcun dubbio sull'errore commesso dal governo francese di intervenire sulla vicenda della nave Acquarius con una tracotanza ingiustificata e offensiva per la dignità dell'Italia. L'errore di Macron e del suo portavoce ha in qualche modo velato gli errori del ministro dell'Interno italiano, Matteo Salvini, convinto di aver avvicinato se non addirittura impresso una svolta in chiave europeista alla vicenda delle immigrazioni. Salvini ha riferito al Senato e ha reso la pariglia ai francesi con parole di inusuale durezza. Alle quali non poteva che seguire l'annullamento del vertice bilaterale fra il ministro dell'Economia Giovanni Tria e il suo omologo France, Bruno Le Maire. Annullare un vertice è un atto grave sul piano diplomatico senza considerare i risvolti politici che questo fatto comporta.
     Salvini ha colto una vittoria significativa sul piano dell'immagine e, nel breve termine, sul piano politico. Il suo decisionismo è stato apprezzato senza riserve dagli alleati minori del centrodestra e ha sicuramente incontrato il favore di una larga maggioranza dell'opinione pubblica. Una vittoria tattica innegabile ma assai difficile da capitalizzare sul piano politico e in campo europeo. È vero, la Spagna del socialista Sanchez ha tolto per ora le castagne dal fuoco all'Italia, ma la notizia di altre navi in arrivo per le quali è difficile ripetere il rifiuto vincente sull'Acquarius è una conferma delle difficoltà enormi che si incontrano nel gestire il fenomeno migratorio in assenza di una strategia fondata sui flussi e sugli accordi bilaterali con i paesi rivieraschi del Mediterraneo.
     È in Europa, però, diversamente dai suoi calcoli, che Salvini si trova ad affrontare una partita da oggi sempre più in salita. L'asprezza dello scontro con la Francia, il rapporto teso con la Spagna, le tensioni suscitate nel governo tedesco, con la Csu schierata con Salvini e la Cdi più cauta, gli applausi ipocriti che arrivano all'Italia dai Paesi di Visegrad: sono tanti capitoli della matassa ingarbugliata da Salvini con un gesto unilaterale, manifestazione di energia politica ma anche di breve respiro. L'idea di convincere l'Europa a riformare gli accordi di Dublino sotto l'impeto di decisioni energiche è suggestiva a condizione che essa non riveli una natura ricattatoria nei confronti degli altri partner. Salvini è convinto della bontà della sua scelta, i governi europei. colti alla sprovvista, lo sono un po' meno e si preparano a negoziare con più durezza su un tema che esigeva invece un approccio persuasivo e più problematico.
     All'Italia non restano più altre carte da giocare in Europa, dopo la dimostrazione di forza con il rifiuto di accogliere la nave con 629 immigrati. Il merito che in molti riconoscono al ministro dell'Interno non è tanto di ave dato una soluzione alla questione, quanto di averla posta in termini perentori e in una chiave, come lo stesso Salvini ha detto in un'intervista al Corriere della Sera, addirittura europeista se è vero che ha riconosciuto l'impossibilità per l'Italia da sola di risolvere il problema. È una mezza verità, perché quando in un negoziato si pensa di mettere il proprio interlocutore spalle al muro le possibilità sono due: o cede il tuo interlocutore, oppure salta il tavolo. Allora, è vero che l'Italia, come hanno ribadito i ministri Tria e Savona, non ha alcuna intenzione di uscire dall'euro, riconosciuto indispensabile, ma è anche vero che comportamenti come quello di Salvini sono destinati a portare scompiglio e a creare le condizioni materiali per raggiungere quel risultato che si proclama di non voler perseguire. Il rischio non sarà più l'Italia che lascia l'Europa, ma quello opposto.
     

impazientimasenzafretta: IL DIRITTO A NON EMIGRARE VIENE PRIMA DEL DIRITTO ...

impazientimasenzafretta: IL DIRITTO A NON EMIGRARE VIENE PRIMA DEL DIRITTO ...: di Massimo Colaiacomo          I n occasione della giornata mondiale del migrante e del rifugiato, Papa Benedetto XVI inviò, il 12 ot...

IL DIRITTO A NON EMIGRARE VIENE PRIMA DEL DIRITTO A EMIGRARE (BENEDETTO XVI)

di Massimo Colaiacomo

   
     In occasione della giornata mondiale del migrante e del rifugiato, Papa Benedetto XVI inviò, il 12 ottobre 2012, un messaggio in cui affrontava, alla luce della Costituzione conciliare, la questione, da qualche decennio cruciale nella nostra epoca, della libertà di emigrare che andava integrata, se non addirittura preceduta, dalla libertà di non emigrare. Ecco che cosa scriveva Benedetto XVI: bene sarebbe, nell'infuocato dibattito politico di queste ore, non strumentalizzare le sue parole:

"Certo, ogni Stato ha il diritto di regolare i flussi migratori e di attuare politiche dettate dalle esigenze generali del bene comune, ma sempre assicurando il rispetto della dignità di ogni persona umana. Il diritto della persona ad emigrare – come ricorda la Costituzione conciliare Gaudium et spes al n. 65 – è iscritto tra i diritti umani fondamentali, con facoltà per ciascuno di stabilirsi dove crede più opportuno per una migliore realizzazione delle sue capacità e aspirazioni e dei suoi progetti. Nel contesto socio-politico attuale, però, prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra, ripetendo con il Beato Giovanni Paolo II che «diritto primario dell’uomo è di vivere nella propria patria: diritto che però diventa effettivo solo se si tengono costantemente sotto controllo i fattori che spingono all’emigrazione» (Discorso al IV Congresso mondiale delle Migrazioni, 1998). Oggi, infatti, vediamo che molte migrazioni sono conseguenza di precarietà economica, di mancanza dei beni essenziali, di calamità naturali, di guerre e disordini sociali. Invece di un pellegrinaggio animato dalla fiducia, dalla fede e dalla speranza, migrare diventa allora un «calvario» per la sopravvivenza, dove uomini e donne appaiono più vittime che autori e responsabili della loro vicenda migratoria. Così, mentre vi sono migranti che raggiungono una buona posizione e vivono dignitosamente, con giusta integrazione nell’ambiente d’accoglienza, ve ne sono molti che vivono in condizioni di marginalità e, talvolta, di sfruttamento e di privazione dei fondamentali diritti umani, oppure che adottano comportamenti dannosi per la società in cui vivono. Il cammino di integrazione comprende diritti e doveri, attenzione e cura verso i migranti perché abbiano una vita decorosa, ma anche attenzione da parte dei migranti verso i valori che offre la società in cui si inseriscono".
     "A tale proposito, non possiamo dimenticare la questione dell’immigrazione irregolare, tema tanto più scottante nei casi in cui essa si configura come traffico e sfruttamento di persone, con maggior rischio per donne e bambini. Tali misfatti vanno decisamente condannati e puniti, mentre una gestione regolata dei flussi migratori, che non si riduca alla chiusura ermetica delle frontiere, all’inasprimento delle sanzioni contro gli irregolari e all’adozione di misure che dovrebbero scoraggiare nuovi ingressi, potrebbe almeno limitare per molti migranti i pericoli di cadere vittime dei citati traffici. Sono, infatti, quanto mai opportuni interventi organici e multilaterali per lo sviluppo dei Paesi di partenza, contromisure efficaci per debellare il traffico di persone, programmi organici dei flussi di ingresso legale, maggiore disponibilità a considerare i singoli casi che richiedono interventi di protezione umanitaria oltre che di asilo politico. Alle adeguate normative deve essere associata una paziente e costante opera di formazione della mentalità e delle coscienze. In tutto ciò è importante rafforzare e sviluppare i rapporti di intesa e di cooperazione tra realtà ecclesiali e istituzionali che sono a servizio dello sviluppo integrale della persona umana. Nella visione cristiana, l’impegno sociale e umanitario trae forza dalla fedeltà al Vangelo, con la consapevolezza che «chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, diventa anch’egli più uomo» (Gaudium et spes, 41).

sabato 24 marzo 2018

LA LEGISLATURA SOTTO IL SEGNO DI LEGA E CINQUESTELLE

Ma è presto per dire se è nato un nuovo bipolarismo. È certo invece che è calato il sipario sull'epoca che ha avuto in Berlusconi il suo simbolo


di Massimo Colaiacomo


La XVIII legislatura parte nel segno della Lega di Matteo Salvini e del Movimento Cinquestelle di Beppe Grillo. Sulla pagina degli sconfitti sono scritti diversi nomi, ma quello di Silvio Berlusconi campeggia su tutti. Il teatrino sulla candidatura d Paolo Romani, prima avanzata e poi ritirata, alla presidenza del Senato non è abbastanza per nascondere il brutale diktat al quale si è dovuto piegare quello che è stato per un quarto di secolo il padre-padrone del centrodestra. È vero, il M5s aveva candidato Fraccaro e poi ha dovuto fare marcia indietro per puntare su Fico, con ciò dando soddisfazione al centrodestra che non poteva limitarsi a subire il diktat su Romani senza metterne a sua volta sulla candidatura grillina alla Camera. Ma sempre di un teatrino si è trattato, uno spettacolo quasi penoso allestito al solo scopo di ammansire il vecchio leone Berlusconi impedito dalla realtà dei numeri parlamentari  a cacciare i suoi ruggiti.
Sono Salvini e Di Maio i due kingmaker nella costruzione degli equilibri istituzionali, perché così hanno deciso gli elettori. E saranno ancora loro, con qualche cautela, a delimitare la futura maggioranza di governo. C'è del vero, nel comunicato congiunto diffuso dopo il vertice del centrodestra, quando si afferma che gli accordi per le presidenze del Parlamento non devono essere considerati prodromici per la nascita della maggioranza di governo. Non saranno prodromici, ma hanno pur sempre la forza riconosciuta a ogni precedente. Che cosa, infatti, potrà impedire di replicare una tale maggioranza se l'arbitro del Quirinale non dovesse disporre di altre carte? È vero che per affidare l'incarico di governo Mattarella dovrà fare valutazioni molto più approfondite di quelle necessarie per la scelta dei vertici parlamentari. La compatibilità dei programmi delle forzse politiche con gli impegni europei e di politica estera e di difesa sui quali è stata costruita l'identita dell'Italia nel corso di questi decenni. Mattarella vorrà inoltre verificare il grado di compatibilità dei programmi esposti dalle diverse forze politiche in campagna elettorale per capire quanta parte di essi era per la vetrina della propaganda e quanta parte potrà entrare nei programmi di governo e con quali conseguenze sugli equilibri di finanza pubblica.
Non si spingerà mai oltre il confine dei suoi doveri istituzionali, ma le consultazioni che si apriranno al Quirinale dopo Pasqua ritagliano per Mattarella un ruolo di "maieuta" per la nascita del governo perché mai come in questa circostanza la neutralità politica del presidente della Repubblica non potrà essere confusa con la indifferenza per quello che i partiti metteranno nero su bianco per il governo dell'Italia. Se davvero Salvini insisterà per cancellare la legge Fornero, come ha sempre sostenuto, come può il presidente Mattarella sottrarsi al dovere di conoscere con quali misure precise il governo intende recuperare i circa 24 miliardi di spese aggiuntive che ne derivano? Se davvero i Cinquestelle intendono introdurre il reddito di cittadinanza o di nascita, può Mattarella lasciar correre senza prima conoscere da dove verranno le risorse per una tale impresa?

La coalizione di centrodestra esce ammaccata dalla vicenda delle presidenze delle Camere, ma ancora formalmente in piedi. Ben maggiori rischi correrà la coalizione quando si passerà alle trattative per la formazione del governo. Berlusconi non ha più la chiave di quell'alleanza ttrasformata, molto per i suoi errori e molto per la spavalderia di Salvini, in una prigione al cui interno Forza Italia è diventato un socio ancora importante nei numeri ma irrilevante come peso politico. Berlusconi ha voluto tenersi stretta la Lega di Salvini seguendolo sempre in tutti gli strappi consumati sulla via dell'estremismo: dall'abolizione della Fornero, all'espulsione degli immigrati all'abolizione del jobs act. Oggi raccoglie i frutti di un abbaglio strategico che ha tentato disperatamente di correggere in corso d'opera con una giravolta europeista e con la candidatura di Tajani a palazzo Chigi. Due "pezze" messe lì alla buona, senza alcuna credibilità perché il danno era stato fatto e i cocci sono tutti di Berlusconi e di Forza Italia. 

martedì 6 marzo 2018

IL POPULISMO SCUOTE L'EUROPA, MA SOLO IN ITALIA GOVERNA


di Massimo Colaiacomo

     La lunga stagione della delegittamazione della politica ha avuto il suo culmine con il voto del 4 marzo. Gli elettori hanno fatto calare il sipario su Matteo Renzi e Silvio Berlusconi e hanno messo sugli altari il movimento Cinquestelle e il leader della Lega Nord, Matteo Salvini. Giudizio più netto non poteva venire dalle urne anche se lo scenario disegnato dal voto si annuncia denso di incognite complicate per risolvere le quali non sarà sufficiente la tenacia e l'abilità che tutti riconoscono al presidente Mattarella. Senza un supplemento di responsabilità da parte dei vincitori il quadro politico è destinato ad aggrovigliarsi e nuove elezioni sarebbero inevitabili, con conseguenze al momento non facili da immaginare. Preso atto del verdetto elettorale, i partiti sono attesi a una seria riflessione sulle ragioni che hanno sconvolto la rappresentanza politica in Parlamento come non è accaduto in nessun altro Paese europeo, con l'eccezione dei Paesi ex comunisti (Ungheria, Polonia, Slovacchia) in cui però le forze politiche tradizionali resistono e hanno una rappresentanza importante in Parlamento.
     Giusto allora chiedersi perché le forze populiste, presenti in Germania non meno che in Francia, Spagna e Gran Bretagna, soltanto in Italia sono cresciute al punto da diventare forze di governo. Perché il Paese con l'opinione pubblica più europeista, almeno fino alla firma del Trattato di Maastricht, è scivolato via via fino a tramutare l'entusiasmo in rifiuto dell'Europa? Salvini e Grillo non vengono dal nulla o da un altro pianeta. Le loro idee e i loro giudizi hanno trovato terreno fertile in un'opinione pubblica alla quale per decenni è stato spiegato che la causa dei nostri problemi stava nelle regole europee, nel rigore di bilancio tedesco imposto agli altri partner. Hanno predicato così Silvio Berlusconi e lo stesso Matteo Renzi, prima di una strumentale riconversione in chiave europeista in campagna elettorale.
     I partiti hanno seminato vento e il 4 marzo hanno raccolto tempesta. È dal lontano 1992, con l'esplosione di Tangentopoli, che la politica è stata messa in mora. È da un quarto di secolo che agli elettori viene chiesto di votare contro qualcuno o contro qualcosa dietro la promessa di regalare quello che il Paese non ha. È vero che il populista Salvini, fiero di esserlo, ha smorzato il suo antieuropeismo una volta intravista la soglia di palazzo Chigi. I Cinquestelle sono pronti a violare il limite del 3%  nel rapporto deficit-Pil, ma sono anche disponibili a rinunciare al referendum sull'euro. Si tratta in ogni caso di impegni molto vaghi, come vaghe sono state finora le minacce. Così la "promessa" di rimpatriare 600 mila clandestini, che nessun governo, foss'anche sorretto da una maggioranza straordinaria, può essere in grado di mantenere.
     Dar vita a un esecutivo che abbia un certo orizzonte temporale diventa, leggendo i numeri del voto, un'impresa titanica, al di là di ogni ragionevolezza. Il presidente Mattarella non può aver apprezzato i paletti messi da un Renzi "candidato alle dimissioni" da segretario. Il rifiuto a qualsiasi alleanza con le forze populiste ed estremiste è soltanto la manifestazione di un orgoglio politico fuori misura per chi ha guidato il partito a una rotta elettorale e politica superiore a quella della SPD di Schultz. Un governo ci sarà e non sarà, come immaginano Di Maio e Salvini, un governo coeso e "anti-inciucio". Uno dei più brutti neologismi coniati dalla politica recente è destinato a nuova vita proprio con la nascita di un esecutivo che avrà, per necessità, il sostegno di forze esterne al M5S o alla coalizione di centrodestra. E il PD, pur nella sconfitta, sarà ancora decisivo con i suoi parlamentari. Da qui a immaginare l'Italia laboratorio di una nuova dimensione della politica e della rappresentanza parlamentare ne corre abbastanza. Tutt'al più l'Italia può essere il laboratorio di quello che può accadere in una grande democrazia quando la politica smarrisce il filo e il proprio ubi consistam. L'ultimo, e il più fatale errore è pensare che la nascita di un esecutivo purchessia consenta di archiviare quello che è accaduto il 4 marzo.

sabato 24 febbraio 2018

UN VOTO PER PIÙ EUROPA (E MENO BONINO E MENO SOROS)


di Massimo Colaiacomo

Si può avere più Europa senza Emma Bonino e "meno" George Soros? La domanda è deliberatamente provocatoria perché provocatori sono certi accostamenti fatti in queste settimane e riconducibili a esponenti politici, non solo italiani, sia di sinistra che di destra sul presunto ruolo svolto dal finanziere ungaro-americano e sulle sue propaggini politiche nel determinare le posizioni dell'Unione europea su questioni controverse come l'immigrazione e le politiche di accoglienza. Attraverso la sua Open Society Foundation, Soros opera, dal 1991, nel campo della charity e ha profuso energie (e soldi) in quantità straordinarie. A cpminciare dal suo paese natale, l'Ungheria, da lui aiutato senza risparmio nella complicata fase di transizione dal comunismo a un'economia di mercato.
Per Soros, come per ogni finanziere che si rispetti e desideri rendere sempre più floridi i propri affari, la speculazione finanziaria è uno strumento prezioso grazie al quale accrescere il patrimonio delle proprie società e suo personale. Che cosa poi spinga un uomo ricchissimo a volgere la propria attenzione alla beneficenza, a soccorrere i poveri, magari dopo averne creati con il proprio lavoro, rimane uno dei misteri più affascinanti in cui si trascina l'umanità. E in questo mistero Soros può dire di specchiarsi come pochi altri. Speculare, sia chiaro, non è un reato, e soltanto la letteratura politica un po' becera di questo tempo può vedere nello speculatore un affamatore di popoli. La speculazione non è la febbre, come si dice, ma è soltanto il termometro che misura la febbre provocata dagli errori e dalle inadempienze della politica. Il finanziere abile, senz'essere necessariamente vorace o cattivo, con la sua azione segnala gli abbagli e le presunzioni della politica. Accadde così con la speculazione di contro la sterlina, all'inizio degli anni '90, circostanza dalla quale, si racconta, Soros trasse un profitto stimato in circa 1 miliardo di sterline.
Sorprende non poco, però, vedere questo anziano signore buttarsi a capofitto sulla questione dell'immigrazione e sulle politiche in materia dell'Unione europea. Tanto ardore ha già fruttato uno scontro aperto e durissimo fra Soros e il governo del suo Paese natale essendo l'Ungheria di Viktor Orban, al pari della Polonia, contrarissima alla ripartizione delle quote di immigrati. Con la conseguenza che il governo ungherese ha deciso di chiudere l'Università privata costeruita da Soros a Budapest. Più sotterraneo, ma non meno incisivo, è il lavoro ai fianchi dell'Unione europea. A Soros si attribuiscono rapporti di amicizia, eufemismo per non parlare di finanziamenti, con una quota rilevante degli europarlamentari soprattutto tra le file della sinistra, per sostenere la causa dell'immigrazione. Qualcuno potrebbe chiedere al finanziere perché mai la sua fondazione non impieghi massicce risorse per lo sviluppo dei territori di provenienza dell'immigrazione. Oppure, perché mai si preoccupa di legare il rilancio dell'Unione europea alla capacità dei suoi Paesi membri di assorbire quote crescenti di immigrazione. 
Tanto fervore ha destato e desta più di un sospetto sulle reali finalità di questo lavoro di lobbying. Soros è anche impegnato a sostenere i gruppi anti-Brexit in Gran Bretagna, così pure finanzia i gruppi politici ostili a Orban o al governo polacco. La sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa che va oltre l'attività della charity è molto forte perché alcune di queste attività, come anche il finanziamento dei gruppi anti-russi in Ucraina, nulla hanno a che vedere con la soccorevolezza verso gli ultimi e molto, invece, hanno a che fare con le strategie politiche nazionali o dell'Unione europea. Si tratta, insomma, di una robusta capacità di condizionamento delle scelte politiche, compito reso più agevole a Soros dalle divisioni nazionali. Lui, in passato ostile all'Unione europea, oggi è, al contrario, un suo fervente sostenitore ma secondo una logica che monopolizza il tema dell'immigrazione fino al punto di vedervi il motore unico ed esclusivo di ogni ripresa del processo di integrazione.
Domanda che si pone l'elettore che domenica 4 marzo si reca alle urne: come posso votare per i partiti europeisti senza che il mio voto venga assimilato a un sostegno a Soros? Domanda che si pone l'elettore indeciso: se non vado a votare, chi ne trae maggiore beneficio, gli antieuropeisti? La risposta alla prima domanda è semplice: andare a votare e non votare la lista Più Europa di Emma Bonino. La risposta alla seconda è banale: gli antieuropeisti sono i beneficiari del non voto o della scheda nulla e beffarda.

  

venerdì 16 febbraio 2018

DOPO IL 4 MARZO TUTTE LE VIE PORTANO AL QUIRINALE



di Massimo Colaiacomo


     Mai più governi di Große Koalition con Angela Merkel. L'ineffabile Martin Schulz lo ripeté per tutta l'estate del 2017, fino all'ultimo giorno di campagna elettorale. Si sa, poi, come è finita, o sta per finire, la vicenda tedesca. La Große Koalition si conferma l'unica soluzione possibile per la Germania. Quale lezione la politica italiana può ricavare dalla vicenda tedesca? Una, molto semplice: non esiste forza politica, a meno che non sia mossa da istinto suicida, che affronti una campagna elettorale dicendo che all'indomani del voto si alleerà con il suo principale avversario.
     È una lezione semplice, si può dire un precetto elementare di sopravvivenza per ogni partito di qualche peso elettorale. Non si spiega altrimenti la diffidenza di Salvini e Meloni verso Berlusconi, sospettato da sempre di prepararsi a un nuovo Nazareno. Sospetti non diversi nutrono le formazioni alla sinistra del PD sulle vere intenzioni di Renzi-Gentiloni. Sulla grande cappa di ipocrisia, o di pretattica elettorale, ha lanciato ieri un sasso il ministro dell'Interno, Marco Minniti, per dirsi pronto a  un governo di unità nazionale se tutto il PD dovesse accettare la formula.
     A spingere verso quello che sembra l'esito più scontato è la forza delle cose. Gli ultimi sondaggi non hanno registrato mutamenti apprezzabili nelle percentuali di consenso dei singoli partiti. Soprattutto, hanno confermato un dato incontrovertibile: il 5 marzo l'Italia si sveglierà senza una maggioranza chiara, ma con il governo Gentiloni pienamente in carica e non solo per il disbrigo degli affari correnti (Gentiloni non si è mai dimesso). Il governo "siede" in Parlamento, amava ricordare il grande costituzionalista Costantino Mortati, e l'esecutivo Gentiloni siede in un Parlamento senza una maggioranza e più frantumato di quello appena sciolto.
     Il ritorno al sistema proporzionale imboccato con il Rosatellum ha restituito una forte centralità al Quirinale. Dal 1994 in avanti, il Capo dello Stato era tornato, almeno nella formazione dei governi, nel suo ruolo di notaio e ratificatore della volontà elettorale che si esprimeva, con il sistema maggioritario, dando vita a maggioranze più o meno solide, ora di centrodestra ora di centrosinistra. L'arrivo dei Cinquestelle ha mandato in frantumi la fragile alternanza propiziata dal Mattarellum e la risposta del Parlamento, con l'approvazione del Rosatellum, è stato il tentativo estremo di arginare l'avanzata di Grillo. 
     Che cosa accadrà dopo il 4 marzo? Al netto delle profezie, è più semplice rispondere, appoggiandosi al buon senso, alla domanda su che cosa NON ACCADRÀ il 5 marzo. Ecco: dalle urne non uscirà una maggioranza. Il Capo dello Stato sarà arbitro scrupoloso rispetto ai giochi delle forze politiche ma dovrà assolvere all'imperativo categorico di assicurare un governo al Paese. La saggezza e l'equilibrio di Sergio Mattarella saranno messi a dura prova dalle richieste presumibili, insistenti e insistite, di nuove elezioni. Fortuna per l'Italia, Mattarella è un osso duro e prima di lanciare il Paese in una nuova ravvicinata competizione elettorale tenterà tutte le strade capaci di dare un governo stabile con una larga maggioranza.
     Come potrà vedere la luce una "grande coalizione" se PD e Forza Italia non avranno i numeri in Parlamento? Sono tante le variabili che entrano in gioco. Ad esempio: la Lega sarà tutta compatta nel "no" all'accordo con il PD oppure Roberto Maroni, non più candidato alla presidenza della Lombardia, farà sentire il suo peso? E Massimo D'Alema a chi si è rivolto qualche settimana fa quando ha ipotizzato la nascita di un governo del presidente? Maroni e D'Alema sono le due personalità da tener d'occhio, dopo il voto, più di tanti altri. Mattarella non potrà che assolvere al suo compito di "facilitatore" nella nascita di un governo.