sabato 29 giugno 2019

L'ITALIA BRANCOLA NEL BUIO SENZA UNA POLITICA "CENTRISTA"

Da Calenda a Carfagna e Toti, la confusione è grande: non si costruisce un partito "di centro" per concessione di qualcuno, neppure avrebbe senso un partito che nasce per allearsi a uno schieramento escludendo a priori ogni altra alleanza. La nascita di un partito moderato, liberale, di ispirazione cristiana costa fatica e tempo. E presuppone la ricostituzione di una tavola di valori e di un programma chiaramente riconoscibili e nettamente distinti da destra e sinistra


di Massimo Colaiacomo


     Angelo Panebianco ha spesso affrontato il tema del "grande vuoto" nella politica italiana, per riferirsi all'assenza ormai decennale di una politica "centrista" in grado di rappresentare e declinare sul piano legislativo gli interessi di quel vasto spettro sociale un tempo noto come "classe media", un ceto via via marginalizzato sul mercato del consenso politico. Non c'è molto da aggiungere alle analisi fin qui fatte e che individuano nella caduta delle protezioni sociali, conseguente a una globalizzazione ridotta a pura dimensione finanziaria, e nella relativizzazione dei valori sociali e dell'etica pubblica le cause principali della deriva politica e sociale che ha colpito l'Italia.
     È evidente come rispetto all'Europa, gli esiti della crisi finanziaria del 2008-2009 hanno avuto in Italia conseguenze molto peculiari o più radicali rispetto ad altri Paesi. È vero, il populismo sovranista si è affermato nei Paesi un tempo comunisti dell'Est Europa, ma le caratteristiche dei governi di Viktor Orban in Ungheria o di Andrej Babis nella Repubblica Ceca solo in minima parte sono sovrapponibili con quelle del governo Salvini-Di Maio. Diverse sono le storie nazionali e il rigurgito nazionalista in quella parte d'Europa dopo mezzo secolo di dominio comunista sovietico sono una reazione quasi naturale. Nessuno di loro è sfiorato dall'idea di uscire dall'Europa da cui lucrano rigogliosi aiuti finanziari. Le politiche di bilancio a Budapest o a Praga sono naturalmente rigoriste, così come sono rigide e ingenerose le loro politiche sociali.
     Il nazional-populismo italiano ha un retroterra del tutto diverso. Esso si è affermato come reazione alla predicazione decennale, ieri di Matteo Renzi, l'altro ieri di Silvio Berlusconi, che denunciava nell'Europa e nei parametri "stupidi" di Maastricht (copyright Romano Prodi) la causa unica ed esclusiva delle difficoltà italiane. Con l'aggiunta, tutta grillina, della corruzione endemica degli apparati pubblici italiani. Come dovrebbe orientarsi una forza "centrista", e quindi storicamente e culturalmente europeista, in un panorama dove dell'Europa restano soltanto le macerie?
     Come, per stare a fatti concreti, una forza di centro e cristianamente ispirata può rielaborare politiche di solidarietà sociale senza utilizzare solo la leva fiscale, ormai inutilizzabile? Attraverso la riaffermazione del principio di sussidiarietà, si diceva fino a qualche tempo fa. Ma questo principio, che vede nella responsabilità della persona il primo motore della vita sociale, non può davvero agire e fermentare senza un sostanziale alleggerimento della pressione fiscale. Meno tasse e dunque un uso piò oculato dei servizi sociali, collettivi o individuali, che vanno erogati gratuitamente a tutti i cittadini disoccupati. Dove non riesce con le proprie forze il cittadino, arriva il Comune e via via fino all'inter vento dello Stato. Ma perché questa "catena della solidarietà" funzioni davvero e non sia inutilmente onerosa per il contribuente è altresì necessario immaginarla dotata di una burocrazia ridotta al minimo e priva di ogni potere di controllo ex ante.
     Una forza genuinamente centrista ed europeista guarda al futuro europeo dell'Italia ma volge anche lo sguardo indietro per indagare sulle radici di un debito pubblico che ha ipotecato la vita delle prossime generazioni. Quelle radici sono tutte ed esclusivamente italiane, e nulla hanno a che vedere con l'Europa o con il Trattato di Maastricht. La vocazione populista del ceto politico italiani è molto più antica della stagione berlusconiana e di quella più recente di Renzi. Essa affonda nella DC post-degasperiana perché quello di De Gasperi era un partito saldamente ancorato alla visione liberale dominante nei Partiti popolari europei, e in quello tedesco in particolare.
     Lo spazio per una simile forza politica è oggi occupato abusivamente da chi si è appropriato di un'identità non sua, magari sfruttando abilmente slogan e parole d'ordine che evocano una visione semplificata della realtà. Il successo di Salvini e anche di Di Maio è stato reso possibile dall'abilità mostrata nel semplificare la complessità della realtà. I problemi esplodono però quando con la stessa semplificazione si vorrebbe legiferare. In tal caso, la realtà complessa non entra nella camicia di forza del populismo.  






venerdì 7 giugno 2019

impazientimasenzafretta: INSIEME PER SFIDARE L'EUROPA, SALVINI E DI MAIO SI...

impazientimasenzafretta: INSIEME PER SFIDARE L'EUROPA, SALVINI E DI MAIO SI...: di Massimo Colaiacomo       C ontro le richieste della Commissione europea e contro i parametri di Maastricht Salvini e Di Maio han...

INSIEME PER SFIDARE L'EUROPA, SALVINI E DI MAIO SIGLANO LA TREGUA


di Massimo Colaiacomo


     Contro le richieste della Commissione europea e contro i parametri di Maastricht Salvini e Di Maio hanno trovato il terreno giusto per siglare una tregua in attesa del prossimo scontro. In assenza del presidente del Consiglio, i due vice si sono incontrati per discutere probabilmente la linea comune da tenere nei confronti delle richieste avanzate dai commissari europei, richieste sulle quali il presidente Conte si è detto disponibile ad aprire un confronto con Bruxelles. È probabile, come già è accaduto a ottobre, che nel gioco delle parti si ripetano gli stessi ruoli: i due vice liberi, per ragioni politiche, di fare la faccia feroce come piace ai rispettivi elettorati (a quello leghista più di quello grillino, al Nord meno che al Sud), mentre il premier si impegnerà a trovare un accordo non troppo oneroso per il governo.
     Si può ragionevolmente ritenere che Salvini e Di Maio abbiano siglato una tregua momentanea, utile per scavallare l'estate e arrivare al "fatale" settembre, quando dovranno mettere mano alla legge di Bilancio. È vero, il prossimo luglio il Consiglio Ecofin si riunirà e potrebbe decidere di dare semaforo verde alla "procedura di infrazione" in assenza di correttivi importanti all'andamento della finanza pubblica. Si tratterà probabilmente di reperire 3-3,5 miliardi per sistemare i conti del 2018 e, in prospettiva, mettere su basi meno precarie i già difficili conti per il 2020. In tal caso si può ipotizzare una serie di interventi catalogabili come spending review o qualche ritocco alle accise, senza troppi riflessi. Il sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti è convinto, per esempio, che ci siano le basi per opporsi alla procedura di infrazione dal momento che l'andamento di finanza pubblica per il 2019 si vai delineando meglio del previsto.
     Decisamente più impegnativa per il governo è la partita autunnale sul bilancio. Quella scadenza andrà a incrociare una serie di altri eventi. Per l'autunno si sarà insediata la nuova Commissione europea, per fine ottobre o forse prima si conoscerà il successore di Mario Draghi alla BCE e il nuovo Parlamento europeo sarà pienamente operativo. Da qui ad allora, il governo italiano dovrà impegnarsi  per designare un commissario europeo in un ruolo che, ovviamente, si vorrebbe di rilievo visto il peso del Paese, ma per ottenere il quale Conte e Tria dovranno negoziare duramente con i partner europei resi sempre più scettici dall'aggressività gialloverde. Senza una rete di relazioni con i Paesi che contano in Europa e dopo mesi di attacchi a testa bassa ora verso la Francia (Di Maio) ora verso la Germania (Salvini), conquistare un commissario "di peso" appare un'impresa piuttosto complicata.
     La questione, come spesso capita nell'Unione, riguarda prima di tutto il miglioramento delle relazioni con i partner europei. L'ambizione di Salvini di essere il "mattatore" nei nuovi equilibri a Bruxelles viene avvertita dagli altri governi come una pretesa velleitaria, non sorretta dai numeri di una compagine sovranista che si è dissolta ancora prima che si insedi il nuovo Parlamento. L'idea che l'Italia possa rinunciare a un commissario di prestigio in cambio di qualche decimale aggiuntivo di flessibilità sui conti non sarebbe nuova. La sperimentò a suo tempo Matteo Renzi quando, in cambio dei 10 miliardi per distribuire gli 80 euro ai lavoratori dipendenti diede semaforo verde all'accoglienza di immigrati. Il profilo dell'Italia nella nuova Europa uscirà decisamente ridimensionato. L'allineamento astrale che portò ad avere insieme la presidenza della Bce, del Parlamento europeo e del ministro degli Esteri non potrà ripetersi. Per fine ottobre Mario Draghi lascerà la BCE. L'Italia rischia di trovarsi un disoccupato in più, un disoccupato, c'è da scommettere, che non si accontenterà del reddito di cittadinanza.
     

     

venerdì 22 marzo 2019

ZINGARETTI SULLA RUOTA DI M5S, MA LA GRANDE SFIDA È A ROMA


di Massimo Colaiacomo

     Il caos in cui si trova l'amministrazione Cinquestelle in Campidoglio viene da lontano, anche se esso ci appare nella sua dimensione più drammatica solo oggi, dopo l'arresto del presidente dell'Assemblea capitolina, Marcello De Vito, e le dimissioni dell'assessore allo Sport, Daniele Frongia, coinvolto in una vicenda minore. Stiamo parlando, però, solo degli ultimi capitoli di una Via Crucis che va avanti, senza interruzioni apprezzabili, dal giorno dell'insediamento di Virginia Raggi. La girandola di assessori sostituiti, alcuni allontanati, altri in fuga (sono i casi di Massimo Colomban o dell'assessore all'urbanistica, Paolo Berdini) solo in parte poteva essere spiegata con l'inesperienza di amministratori nuovi e poco avvezzi alla grande ribalta mediatica della Capitale.
     L'inesperienza ha avuto senz'altro il suo peso, anche se è difficile considerarla il fattore decisivo del collasso verso cui si sta avviando la giunta pentastellata. Non si può considerare trascurabile, per esempio, il metodo un po' primitivo e sicuramente abborracciato per la selezione del personale politico. Se dopo le elezioni politiche del 2013 quello del M5s veniva considerato il carro vincente, è naturale che attorno ad esso si è radunata una folla di plauditores di provenienza incerta, talvolta pittoresca sul piano del costume (si pensi alle scie chimiche) talaltra più inquietante per certe opacità dei comportamenti. Pensare che un'umanità così ampia e assortita potesse essere selezionata con criteri adeguati facendo votare alcune centinaia di persone sulla piattaforma Rousseau era qualcosa di più di un'illusione: un abbaglio, oltre che una temeraria e colpevole sottovalutazione delle regole che presiedono alla lotta politica, mutate e mutevoli quanto si vuole, ma sempre generate da quell'impasto in cui si incontrano razionalità e malizia tattica, lucidità e visione strategica. Qualità, si è visto, drammaticamente assenti nei dirigenti del M5s, a cominciare dal leader politico Luigi Di Maio.
     Era una nebulosa il Movimento conosciuto appena cinque anni fa. Una legislatura non è stata sufficiente per dare una qualche concretezza a programmi politici solo in parte ambizioni e più sicuramente irrealistici. È stato così sul piano locale e sul piano nazionale. Con un'eccezione che i dirigenti grillini non hanno mai colto: considerare l'amministrazione di Roma alla stregua di una vicenda locale e non invece come il biglietto da visita sul piano nazionale e internazionale. Inesperti e incapaci quanto si vuole, a Roma non sono consentiti errori madornali perché il prezzo da pagare è sul piano nazionale. È sufficiente ripercorrere gli ultimi 20 anni di amministrazione per rendersi conto del peso che la "prova" del governo capitolino ha avuto sulla sorte elettorale dei partiti e dei sindaci: Rutelli e Veltroni, buoni amministratori, hanno lasciato Roma per diventare candidati a palazzo Chigi di coalizioni di centrosinistra. Marino e Alemanno, in misura e per ragioni molto diverse, sono stati "bruciati" dall'esperienza capitolina.
     I Cinquestelle si trovano oggi davanti allo stesso bivio. Ne sa qualcosa Zingaretti, navigatore esperto delle acque politiche romane, mai tentato dall'ascesa in Campidoglio ben sapendo a quali rischi andava incontro per un guadagno assai incerto. Il segretario del PD vede perciò nell'affanno della giunta capitolina la chiave di volta per dare concretezza e vigore alla sua campagna elettorale. Si tratta, come sempre in politica, di mettere sulla bilancia le convenienze e i rischi di una scelta. Di Maio non può permettersi di perdere Roma alla vigilia delle elezioni europee. Il tonfo elettorale previsto già da qualche sondaggio potrebbe assumere proporzioni tali da spazzare via il M5s con la stessa rapidità con cui si dissolse l'Uomo Qualunque. Quale utile elettorale potrebbe venire al PD da un collasso della giunta Raggi? È un calcolo difficile e complicato da fare. Il vento dei consensi gonfia le vele di Matteo Salvini e un centrodestra arrembante, saldamente in pugno alla Lega, potrebbe avere partita facile per la conquista del Campidoglio. Per il PD sarebbe uno smacco sulla via della lenta e incerta ripresa dei consensi. Per quanto paradossale, "congelare" il caos amministrativo in Campidoglio è la prospettiva meno onerosa e forse più redditizia per il PD in vista delle europee. In fondo, la periclitante stagione grillina a Roma può essere il miglior viatico per rinsanguare le fortune elettorali del PD e portare consensi crescenti a Salvini. A bruciarsi le mani è il solo Luigi Di Maio e il manipolo di sognatori che lo circonda

martedì 18 dicembre 2018

UN PARTITO DEI CATTOLICI NON FA BENE AI CATTOLICI


di Massimo Colaiacomo

     Il presidente della Conferenza episcopale italiana, card. Gualtiero Bassetti, in una lunga intervista  ad "Avvenire" del 9 dicembre è tornato con vigore sulla necessità per i cattolici di tornare a un impegno diretto sulla scena politica. A scanso di equivoci, e contro ogni possibile lettura strumentale, Bassetti ha spiegato che compito della Chiesa è solo quello di annunciare Gesù Cristo, ma che è "auspicabile un impegno concreto e responsabile dei cattolici in politica (...) è un impegno che spetta senza dubbio ai laici. Laici che, però, non solo devono essere adeguatamente formati nella fede, ma sono chiamati ad assumere come bussola dei loro comportamenti quella 'visione martiriale' della politica evocata da papa Francesco. La politica per i cristiani non è il luogo per fare soldi o per avere il potere. È all'opposto il luogo del servizio, di chi non si lascia corrompere e del martirio quotidiano. Come pastore ho il dovere di ricordare e suggerire ai laici di servirsi di quel tesoro prezioso che è la Dottrina sociale della Chiesa. Un tesoro a disposizione dell'umanità intera, ma che non è ancora stato compreso appieno".
     Si tratta di affermazioni impegnative, di grande valore etico e sociale, che non sconfinano, come si sono affrettati a chiosare alcuni critici, nell'esortazione a ricostituire un partito cattolico. Per la semplice ragione che in Italia non è mai esistito un partito "di raccolta" dei cattolici. Non lo fu la DC, almeno nell'incarnazione degasperiana. Il leader politico, da anni in attesa di beatificazione, amava ricordare che la DC doveva essere un partito "di" cattolici e mai "dei" cattolici. Con ciò prefigurando una traiettoria di impegno vigoroso sui valori etico-sociali senza mai mettere il dato di fede avanti a tutto. Alcide De Gasperi operava in una realtà profondamente diversa e dopo aver fissato nell'art. 7 della Costituzione il rango privilegiato dei rapporti fra Stato e Chiesa cattolica ritenne, proprio per questa ragione, di aver guadagnato spazi di manovra in una società italiana che si voleva laica nelle sue ragioni di fondo.
     Oggi i cattolici sono chiamati a una sfida completamente nuova, in una società ormai secolarizzata e con l'accresciuta tendenza a "relativizzare" i valori etico-sociali. Si prenda la famiglia: l'uso del singolare è rimasto soltanto nella Costituzione, negli articoli dal 29 al 31. "La Repubblica - sancirono i costituenti all'art. 31 - agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo". Si badi bene ai verbi: agevolare "la formazione della famiglia" e "proteggere" la maternità. Che cosa è transitato di questi principi nella legislazione attuativa e ordinaria? Poco, dirà qualcuno. Niente, si può dire con uno sguardo più onesto. Quando i cattolici si sono impegnati in un'azione di contrasto sul terreno dei diritti civili, hanno registrato sconfitte pesanti e laceranti per la stessa comunità cattolica. Perché il contrasto al relativismo è stato quasi sempre giocato sul terreno della politica e poco o niente sul terreno della formazione e dell'educazione dove invece la Chiesa avrebbe avuto le carte migliori da spendere. Amintore Fanfani, nel 1974, si assunse la responsabilità dell'ultima crociata "clericale" in un'Italia sulla via di una rapida secolarizzazione e portò la DC a una sconfitta storica, sul piano sociale prima ancora che sul piano politico. All'opposto di Alcide De Gasperi, Fanfani caricò sul partito responsabilità che non gli competevano. Il contrasto al divorzio esigeva allora, ed esige oggi, politiche di sostegno economico alla famiglia, di tutela sociale per l'infanzia e la gioventù. Il contrasto al divorzio o all'aborto non si realizza istruendo crociate fuori luogo e fuori tempo, ma si costruisce attraverso una legislazione mirata a costruire una rete di protezione e di incoraggiamento per la maternità, per l'educazione dei figli. Insomma, è una Chiesa più inserita nella società quella che può modificare i comportamenti collettivi e individuali, aggiustare la bussola etica delle persone.
     L'unico partito sulla scena europea che si muove con prudenza e determinazione sulle questioni etico-sociali sembra essere oggi la CDU di Angela Merkel e, si può immaginare, della sua erede designata Annegret Kramp-Karrenbauer. Il testimone del comando passerà da una leader protestante a una leader cattolica. AKK, come è stata ribattezzata dall'informazione, si presenta come una personalità tranquilla, forse un po' scialba, ma ha manifestato sempre idee molto nette su diverse questioni etiche e sociali. E c'è da scommettere che nessuna battaglia, per quanto ardimentosa sul fronte dei grandi valori, intaccherà la natura profondamente laica della CDU. La politica ha strumenti di straordinaria efficacia per contrastare la deriva relativistica mascherata con l'affermazione dei "diritti positivi". Incoraggiare la maternità con forti assegni per i bimbi che nascono; depotenziare l'eutanasia aprendo con forza alla ricerca scientifica e alla terapia del dolore; tutelare il matrimonio con politiche di sostegno economico alla famiglia o potenziando il diritto all'abitazione. La politica può restituire "valore" alla vita accettando e ribaltando la sfida della sua mercificazione. Per fare questo non serve un partito cattolico. Quando il Popolo della famiglia presenta sue liste alle elezioni per raccogliere l'1% non ha reso un servizio né alla famiglia né alla comunità cattolica. Fors era reso un servizio a qualche leader. Ma questa è un traguardo che a un buon cattolico non dovrebbe mai interessare.
     

domenica 21 ottobre 2018

DI MAIO E SALVINI HANNO SCELTO LA LINEA DI GALLEGGIAMENTO, FINCHÉ TIENE


di Massimo Colaiacomo


     Era scontato un compromesso politico Lega-M5S sulla scivolosa questione del condono fiscale. Messa da parte la questione sull'origine del controverso comma in cui si prevedeva di scusare anche i soldi "residenti" all'estero, si trattava di capire chi è che dovesse fare un passo indietro. In apparenza è stato Salvini, nella sostanza le cose sono rimaste immutate anche se, sul piano contabile, defalcare una quota di condono lascerà evidentemente un buco nei conti pubblici con evidente aggravio per le stime del deficit. In fondo, eliminare il controverso comma sulla non punibilità dell'evasione fiscale, ha consentito a Di Maio di salvare la bandiera della legalità, e a Salvini di portare a casa un condono di tipo per così dire "sovranista". Un accordo che accontenta le esigenze dei due vice-premier ma nello stesso tempo semina un velo di diffidenza nei rapporti personali. Di Maio e Salvini saranno resi più guardinghi, ma non al punto da mettere in discussione la maggioranza e il governo.
     Né la Lega né il M5s hanno un interesse immediato a provocare una crisi che li vedrebbe sul banco degli imputati perché verrebbero colti nel mezzo di un autentico percorso di guerra sulla manovra economica: il giudizio della Commissione europea; il re-rating di Fitch; soprattutto, però, il giudizio dei mercati finanziari. Tre occasioni per altrettanti inciampi. È dubbia l'idea che una bocciatura su tutto il fronte, consentirebbe a Lega e M5s di presentarsi alle europee nella veste di garanti della sovranità nazionale perché per la primavera del 2019 gli elettori avranno sperimentato gli effetti dello spread nella vita quotidiana. E all'elettore poco importa se la rata più alta del mutuo sia responsabilità della UE o di Moody's, perché al governo dell'italia ci sono Salvini e Di Maio e difficilmente la narrazione di un'Europa "mare matrigna" sarà sufficiente, da qui a maggio, a trattenere o addirittura accrescere il consenso elettorale dei popul-sovranisti.
     Perché allora le opposizioni parlamentari sono o appaiono così inadeguate, sicuramente deboli, prive di proposte alternative? Una ragione della debolezza non è soltanto nei numeri, perché la maggioranza giallo-verde non ha alternative in Parlamento. C'è una ragione più profonda che spiega la debolezza delle opposizioni e la forza della maggioranza che va oltre gli stessi numeri parlamentari: si tratta della speranza, al momento mal riposta, di FI da una parte e del PD dall'altra di assistere all'improvvisa implosione della maggioranza e quindi alla possibilità, per il Pd di aprire il dialogo con il M5s e, per Forza Italia di riaccasarsi con la Lega di Salvini. Si tratta di due illusioni e Salvini e Di Maio hanno tutto l'interesse che Forza Italia e PD le coltivino perché questo in realtà cementa ancora di più l'alleanza giallo-verde.
     C'è, in tutto questo, l'eccezione di Matteo Renzi. Al comizio conclusivo della Leopolda, l'ex premier ha confermato e sviluppato la strategia di un'opposizione senza quartiere alla maggioranza in carica. Soprattutto, ha rivendicato il merito di aver impedito ogni confronto con il M5s verso il quale ha ribadito il "non possumus" del PD. Nella logica renziana, l'opposizione al governo non ammette distinzioni fra M5s e Lega: due partiti populisti, ugualmente pericolosi, che porteranno l'Italia contro il muro. Renzi blocca ancora il confronto interno al PD ed è pronto a mettersi di traverso contro ogni suggestione di apertura al M5s. La sua polemica, neanche troppo velata, verso Dario Franceschini e quanti con lui confidano nell'apertura di un confronto con i grillini è la conferma del peso sempre notevole che Renzi ha tutt'ora nel PD. Per non perdere il quale, l'ex premier ha escogitato la creazione di "comitati civici", una sorta di evangelizzatori elettorali che formandosi fuori dal PD avrebbero più credibilità presso gli elettori. Renzi non si ritiene ancora fuori gioco e ha carte importanti a giocare nella partita surreale del congresso, da tenere all'inizio del prossimo anno secondo una parte del gruppo dirigente ma se possibile anche da rinviare, nella logica renziana. Mettere più tempo fra la sconfitta del 4 marzo e la battaglia per la segreteria, passano magari attraverso un risultato non strabiliante di Lega e M5s alle europee, sarebbe ottimo fieno da mettere in cascina per Renzi.
      
            

lunedì 1 ottobre 2018

DI MAIO E SALVINI OTTENGONO LO SCONTRO A LUNGO CERCATO CON L'EUROPA

L'egoismo della politica, le regole dei mercati, le attese dei cittadini: è un'equazione difficile quella che devono risolvere Commissione europea, BCE e Angela Merkel. Ma la soluzione si trova soltanto a Roma ed è tutta nelle mani di Salvini e Di Maio.

di Massimo Colaiacomo

     L'Europa non può concedere "trattamenti speciali" all'Italia perché altri Paesi potrebbero reclamarli e questo significherebbe la fine dell'euro. Sono parole come pietre quelle pronunciate in Germania da Jean Claude Juncker, presidente della Commissione europea, e riportate dall'ANSA con un lancio delle 21:18. Parole che non sembrano suscitare preoccupazione nel governo italiano se è vero che neanche mezz'ora e da palazzo Chigi filtra una replica, affidata alle solite "fonti", solo in apparenza conciliante ma in realtà dura e urticante perché vi si annuncia che il governo "frutto del voto democratico, è impegnato e determinato ad andare avanti nella direzione della manovra impostata". Una giornata avviata con il fiato sospeso per la reazione dei mercati, si è chiusa in un clima di scontro quale non si era mai visto fra gli organismi comunitari e un Paese membro dell'UE.
       La drammaticità del momento si coglie in due eventi: nel pomeriggio, il ministro Tria rientra da Lussemburgo, al termine del vertice dei ministri delle Finanze, e fa sapere che non parteciperà domani all'Ecofin, un vertice che si occuperà di un primo esame del Documento di economia e finanza italiani. In serata, la nota "ufficiosa" con cui palazzo Chigi replica ai moniti di Juncker non ha il consueto stile diplomatico con cui si è fin qui affidato al premier Conte il compito di smussare e assorbire le asprezze dialettiche nel rapporto con l'Europa.
     La sensazione palpabile è di un governo che ha deciso di tagliarsi i ponti alle spalle e andare allo scontro in campo aperto con l'Europa, incurante dei danni incalcolabili che possono derivare all'Italia ma altresì convinto dei cospicui vantaggi elettorali che potranno cogliere i due soci di maggioranza. Il "me ne frego" con cui Salvini liquida ogni domanda dei cronisti sul Def e sulle perplessità dell'Europa, è diventato in pochi giorni il mantra quotidiano del governo. A conferma della lucida consapevolezza con cui si vuole perseguire un disegno politico temerario, in un certo senso napoleonico, che mira a scardinare la costruzione europea svuotandone di significato e di valore le regole attorno a cui è stata costruita la sovranità monetaria europea.
     La dimensione polemica e anti-europea messa dal governo nella scrittura del Def finisce in questo modo per mettere in ombra il profilo sociale ed economico di un provvedimento concepito come un ponte, un traghettamento propagandistico fra le promesse del voto del 4 marzo, e la loro realizzazione in vista del voto europeo del 26 maggio 2019.
     Salvini e Di Maio non possono arretrare di fronte a questa sfida, per loro significherebbe rendere una vittoria "mutilata" quella del 4 marzo e gettare la spugna in vista dello scardinamento dell'edificio europeo. Il problema loro e dei sovranità in generale è che alla parte destruens, chiara ed evidente, non si affianca un progetto comune per ricostruire su basi nuove.
     L'egoismo della politica e la bulimia di consensi non prevedono, purtroppo, momenti di riflessione critica sui vantaggi o sui danni che una strategia di politica economica e sociale può arrecare al proprio Paese. Una volta denunciate le trame complottiste per fermare il"cambiamento" e l'affermazione della "manovra del popolo", una volta irrisi i "numerini" e lo "spread" buono "da mangiare a colazione", è evidente che la narrazione della realtà viene sopraffatta dalla sua manipolazione. La realtà come rappresentazione e proiezione dei desideri collettivi, alimentati da un'incessante e abile propaganda quotidiana, travolgono ogni residua capacità di giudizio critico. 
     Se anche Papa Francesco si spende per indicare nel lavoro, e non nel sussidio, l'unica dignità vera per ogni persona umana vuol dire che qualcosa di profondo si è incrinato nel sentimento collettivo di un popolo. Se tutto quello che è stato costruito dalla politica e dalla società prima del 4 marzo era indegno e inquinato dalla corruzione, dal malaffare, è difficile arginare la perdita di memoria storica e impedire la deriva etica e sociale dell'Italia.
     Se i "mercati" sono il luogo diabolico in cui si tessono trame ai danni dei poveri e degli ultimi, e non sono invece il luogo in cui ogni cittadino cerca di tutelare i propri interessi e mettere a frutto i propri risparmi, è difficile spiegare i guasti che a quegli interessi e a quei risparmi possono derivare da una sfida aperta alla regola primaria di ogni comportamento umano, la regola del buon senso.
     Queste contraddizioni, questa realtà ossimorica fanno da sfondo al travaglio della politica italiana di questi mesi e si riversano sulla società provocando un senso di smarrimento e di disagio che non sono mai stati forieri di un futuro positivo e utile.