martedì 18 dicembre 2018

UN PARTITO DEI CATTOLICI NON FA BENE AI CATTOLICI


di Massimo Colaiacomo

     Il presidente della Conferenza episcopale italiana, card. Gualtiero Bassetti, in una lunga intervista  ad "Avvenire" del 9 dicembre è tornato con vigore sulla necessità per i cattolici di tornare a un impegno diretto sulla scena politica. A scanso di equivoci, e contro ogni possibile lettura strumentale, Bassetti ha spiegato che compito della Chiesa è solo quello di annunciare Gesù Cristo, ma che è "auspicabile un impegno concreto e responsabile dei cattolici in politica (...) è un impegno che spetta senza dubbio ai laici. Laici che, però, non solo devono essere adeguatamente formati nella fede, ma sono chiamati ad assumere come bussola dei loro comportamenti quella 'visione martiriale' della politica evocata da papa Francesco. La politica per i cristiani non è il luogo per fare soldi o per avere il potere. È all'opposto il luogo del servizio, di chi non si lascia corrompere e del martirio quotidiano. Come pastore ho il dovere di ricordare e suggerire ai laici di servirsi di quel tesoro prezioso che è la Dottrina sociale della Chiesa. Un tesoro a disposizione dell'umanità intera, ma che non è ancora stato compreso appieno".
     Si tratta di affermazioni impegnative, di grande valore etico e sociale, che non sconfinano, come si sono affrettati a chiosare alcuni critici, nell'esortazione a ricostituire un partito cattolico. Per la semplice ragione che in Italia non è mai esistito un partito "di raccolta" dei cattolici. Non lo fu la DC, almeno nell'incarnazione degasperiana. Il leader politico, da anni in attesa di beatificazione, amava ricordare che la DC doveva essere un partito "di" cattolici e mai "dei" cattolici. Con ciò prefigurando una traiettoria di impegno vigoroso sui valori etico-sociali senza mai mettere il dato di fede avanti a tutto. Alcide De Gasperi operava in una realtà profondamente diversa e dopo aver fissato nell'art. 7 della Costituzione il rango privilegiato dei rapporti fra Stato e Chiesa cattolica ritenne, proprio per questa ragione, di aver guadagnato spazi di manovra in una società italiana che si voleva laica nelle sue ragioni di fondo.
     Oggi i cattolici sono chiamati a una sfida completamente nuova, in una società ormai secolarizzata e con l'accresciuta tendenza a "relativizzare" i valori etico-sociali. Si prenda la famiglia: l'uso del singolare è rimasto soltanto nella Costituzione, negli articoli dal 29 al 31. "La Repubblica - sancirono i costituenti all'art. 31 - agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo". Si badi bene ai verbi: agevolare "la formazione della famiglia" e "proteggere" la maternità. Che cosa è transitato di questi principi nella legislazione attuativa e ordinaria? Poco, dirà qualcuno. Niente, si può dire con uno sguardo più onesto. Quando i cattolici si sono impegnati in un'azione di contrasto sul terreno dei diritti civili, hanno registrato sconfitte pesanti e laceranti per la stessa comunità cattolica. Perché il contrasto al relativismo è stato quasi sempre giocato sul terreno della politica e poco o niente sul terreno della formazione e dell'educazione dove invece la Chiesa avrebbe avuto le carte migliori da spendere. Amintore Fanfani, nel 1974, si assunse la responsabilità dell'ultima crociata "clericale" in un'Italia sulla via di una rapida secolarizzazione e portò la DC a una sconfitta storica, sul piano sociale prima ancora che sul piano politico. All'opposto di Alcide De Gasperi, Fanfani caricò sul partito responsabilità che non gli competevano. Il contrasto al divorzio esigeva allora, ed esige oggi, politiche di sostegno economico alla famiglia, di tutela sociale per l'infanzia e la gioventù. Il contrasto al divorzio o all'aborto non si realizza istruendo crociate fuori luogo e fuori tempo, ma si costruisce attraverso una legislazione mirata a costruire una rete di protezione e di incoraggiamento per la maternità, per l'educazione dei figli. Insomma, è una Chiesa più inserita nella società quella che può modificare i comportamenti collettivi e individuali, aggiustare la bussola etica delle persone.
     L'unico partito sulla scena europea che si muove con prudenza e determinazione sulle questioni etico-sociali sembra essere oggi la CDU di Angela Merkel e, si può immaginare, della sua erede designata Annegret Kramp-Karrenbauer. Il testimone del comando passerà da una leader protestante a una leader cattolica. AKK, come è stata ribattezzata dall'informazione, si presenta come una personalità tranquilla, forse un po' scialba, ma ha manifestato sempre idee molto nette su diverse questioni etiche e sociali. E c'è da scommettere che nessuna battaglia, per quanto ardimentosa sul fronte dei grandi valori, intaccherà la natura profondamente laica della CDU. La politica ha strumenti di straordinaria efficacia per contrastare la deriva relativistica mascherata con l'affermazione dei "diritti positivi". Incoraggiare la maternità con forti assegni per i bimbi che nascono; depotenziare l'eutanasia aprendo con forza alla ricerca scientifica e alla terapia del dolore; tutelare il matrimonio con politiche di sostegno economico alla famiglia o potenziando il diritto all'abitazione. La politica può restituire "valore" alla vita accettando e ribaltando la sfida della sua mercificazione. Per fare questo non serve un partito cattolico. Quando il Popolo della famiglia presenta sue liste alle elezioni per raccogliere l'1% non ha reso un servizio né alla famiglia né alla comunità cattolica. Fors era reso un servizio a qualche leader. Ma questa è un traguardo che a un buon cattolico non dovrebbe mai interessare.
     

domenica 21 ottobre 2018

DI MAIO E SALVINI HANNO SCELTO LA LINEA DI GALLEGGIAMENTO, FINCHÉ TIENE


di Massimo Colaiacomo


     Era scontato un compromesso politico Lega-M5S sulla scivolosa questione del condono fiscale. Messa da parte la questione sull'origine del controverso comma in cui si prevedeva di scusare anche i soldi "residenti" all'estero, si trattava di capire chi è che dovesse fare un passo indietro. In apparenza è stato Salvini, nella sostanza le cose sono rimaste immutate anche se, sul piano contabile, defalcare una quota di condono lascerà evidentemente un buco nei conti pubblici con evidente aggravio per le stime del deficit. In fondo, eliminare il controverso comma sulla non punibilità dell'evasione fiscale, ha consentito a Di Maio di salvare la bandiera della legalità, e a Salvini di portare a casa un condono di tipo per così dire "sovranista". Un accordo che accontenta le esigenze dei due vice-premier ma nello stesso tempo semina un velo di diffidenza nei rapporti personali. Di Maio e Salvini saranno resi più guardinghi, ma non al punto da mettere in discussione la maggioranza e il governo.
     Né la Lega né il M5s hanno un interesse immediato a provocare una crisi che li vedrebbe sul banco degli imputati perché verrebbero colti nel mezzo di un autentico percorso di guerra sulla manovra economica: il giudizio della Commissione europea; il re-rating di Fitch; soprattutto, però, il giudizio dei mercati finanziari. Tre occasioni per altrettanti inciampi. È dubbia l'idea che una bocciatura su tutto il fronte, consentirebbe a Lega e M5s di presentarsi alle europee nella veste di garanti della sovranità nazionale perché per la primavera del 2019 gli elettori avranno sperimentato gli effetti dello spread nella vita quotidiana. E all'elettore poco importa se la rata più alta del mutuo sia responsabilità della UE o di Moody's, perché al governo dell'italia ci sono Salvini e Di Maio e difficilmente la narrazione di un'Europa "mare matrigna" sarà sufficiente, da qui a maggio, a trattenere o addirittura accrescere il consenso elettorale dei popul-sovranisti.
     Perché allora le opposizioni parlamentari sono o appaiono così inadeguate, sicuramente deboli, prive di proposte alternative? Una ragione della debolezza non è soltanto nei numeri, perché la maggioranza giallo-verde non ha alternative in Parlamento. C'è una ragione più profonda che spiega la debolezza delle opposizioni e la forza della maggioranza che va oltre gli stessi numeri parlamentari: si tratta della speranza, al momento mal riposta, di FI da una parte e del PD dall'altra di assistere all'improvvisa implosione della maggioranza e quindi alla possibilità, per il Pd di aprire il dialogo con il M5s e, per Forza Italia di riaccasarsi con la Lega di Salvini. Si tratta di due illusioni e Salvini e Di Maio hanno tutto l'interesse che Forza Italia e PD le coltivino perché questo in realtà cementa ancora di più l'alleanza giallo-verde.
     C'è, in tutto questo, l'eccezione di Matteo Renzi. Al comizio conclusivo della Leopolda, l'ex premier ha confermato e sviluppato la strategia di un'opposizione senza quartiere alla maggioranza in carica. Soprattutto, ha rivendicato il merito di aver impedito ogni confronto con il M5s verso il quale ha ribadito il "non possumus" del PD. Nella logica renziana, l'opposizione al governo non ammette distinzioni fra M5s e Lega: due partiti populisti, ugualmente pericolosi, che porteranno l'Italia contro il muro. Renzi blocca ancora il confronto interno al PD ed è pronto a mettersi di traverso contro ogni suggestione di apertura al M5s. La sua polemica, neanche troppo velata, verso Dario Franceschini e quanti con lui confidano nell'apertura di un confronto con i grillini è la conferma del peso sempre notevole che Renzi ha tutt'ora nel PD. Per non perdere il quale, l'ex premier ha escogitato la creazione di "comitati civici", una sorta di evangelizzatori elettorali che formandosi fuori dal PD avrebbero più credibilità presso gli elettori. Renzi non si ritiene ancora fuori gioco e ha carte importanti a giocare nella partita surreale del congresso, da tenere all'inizio del prossimo anno secondo una parte del gruppo dirigente ma se possibile anche da rinviare, nella logica renziana. Mettere più tempo fra la sconfitta del 4 marzo e la battaglia per la segreteria, passano magari attraverso un risultato non strabiliante di Lega e M5s alle europee, sarebbe ottimo fieno da mettere in cascina per Renzi.
      
            

lunedì 1 ottobre 2018

DI MAIO E SALVINI OTTENGONO LO SCONTRO A LUNGO CERCATO CON L'EUROPA

L'egoismo della politica, le regole dei mercati, le attese dei cittadini: è un'equazione difficile quella che devono risolvere Commissione europea, BCE e Angela Merkel. Ma la soluzione si trova soltanto a Roma ed è tutta nelle mani di Salvini e Di Maio.

di Massimo Colaiacomo

     L'Europa non può concedere "trattamenti speciali" all'Italia perché altri Paesi potrebbero reclamarli e questo significherebbe la fine dell'euro. Sono parole come pietre quelle pronunciate in Germania da Jean Claude Juncker, presidente della Commissione europea, e riportate dall'ANSA con un lancio delle 21:18. Parole che non sembrano suscitare preoccupazione nel governo italiano se è vero che neanche mezz'ora e da palazzo Chigi filtra una replica, affidata alle solite "fonti", solo in apparenza conciliante ma in realtà dura e urticante perché vi si annuncia che il governo "frutto del voto democratico, è impegnato e determinato ad andare avanti nella direzione della manovra impostata". Una giornata avviata con il fiato sospeso per la reazione dei mercati, si è chiusa in un clima di scontro quale non si era mai visto fra gli organismi comunitari e un Paese membro dell'UE.
       La drammaticità del momento si coglie in due eventi: nel pomeriggio, il ministro Tria rientra da Lussemburgo, al termine del vertice dei ministri delle Finanze, e fa sapere che non parteciperà domani all'Ecofin, un vertice che si occuperà di un primo esame del Documento di economia e finanza italiani. In serata, la nota "ufficiosa" con cui palazzo Chigi replica ai moniti di Juncker non ha il consueto stile diplomatico con cui si è fin qui affidato al premier Conte il compito di smussare e assorbire le asprezze dialettiche nel rapporto con l'Europa.
     La sensazione palpabile è di un governo che ha deciso di tagliarsi i ponti alle spalle e andare allo scontro in campo aperto con l'Europa, incurante dei danni incalcolabili che possono derivare all'Italia ma altresì convinto dei cospicui vantaggi elettorali che potranno cogliere i due soci di maggioranza. Il "me ne frego" con cui Salvini liquida ogni domanda dei cronisti sul Def e sulle perplessità dell'Europa, è diventato in pochi giorni il mantra quotidiano del governo. A conferma della lucida consapevolezza con cui si vuole perseguire un disegno politico temerario, in un certo senso napoleonico, che mira a scardinare la costruzione europea svuotandone di significato e di valore le regole attorno a cui è stata costruita la sovranità monetaria europea.
     La dimensione polemica e anti-europea messa dal governo nella scrittura del Def finisce in questo modo per mettere in ombra il profilo sociale ed economico di un provvedimento concepito come un ponte, un traghettamento propagandistico fra le promesse del voto del 4 marzo, e la loro realizzazione in vista del voto europeo del 26 maggio 2019.
     Salvini e Di Maio non possono arretrare di fronte a questa sfida, per loro significherebbe rendere una vittoria "mutilata" quella del 4 marzo e gettare la spugna in vista dello scardinamento dell'edificio europeo. Il problema loro e dei sovranità in generale è che alla parte destruens, chiara ed evidente, non si affianca un progetto comune per ricostruire su basi nuove.
     L'egoismo della politica e la bulimia di consensi non prevedono, purtroppo, momenti di riflessione critica sui vantaggi o sui danni che una strategia di politica economica e sociale può arrecare al proprio Paese. Una volta denunciate le trame complottiste per fermare il"cambiamento" e l'affermazione della "manovra del popolo", una volta irrisi i "numerini" e lo "spread" buono "da mangiare a colazione", è evidente che la narrazione della realtà viene sopraffatta dalla sua manipolazione. La realtà come rappresentazione e proiezione dei desideri collettivi, alimentati da un'incessante e abile propaganda quotidiana, travolgono ogni residua capacità di giudizio critico. 
     Se anche Papa Francesco si spende per indicare nel lavoro, e non nel sussidio, l'unica dignità vera per ogni persona umana vuol dire che qualcosa di profondo si è incrinato nel sentimento collettivo di un popolo. Se tutto quello che è stato costruito dalla politica e dalla società prima del 4 marzo era indegno e inquinato dalla corruzione, dal malaffare, è difficile arginare la perdita di memoria storica e impedire la deriva etica e sociale dell'Italia.
     Se i "mercati" sono il luogo diabolico in cui si tessono trame ai danni dei poveri e degli ultimi, e non sono invece il luogo in cui ogni cittadino cerca di tutelare i propri interessi e mettere a frutto i propri risparmi, è difficile spiegare i guasti che a quegli interessi e a quei risparmi possono derivare da una sfida aperta alla regola primaria di ogni comportamento umano, la regola del buon senso.
     Queste contraddizioni, questa realtà ossimorica fanno da sfondo al travaglio della politica italiana di questi mesi e si riversano sulla società provocando un senso di smarrimento e di disagio che non sono mai stati forieri di un futuro positivo e utile.   
     

mercoledì 25 luglio 2018

IN AUTUNNO LA PARTITA DECISIVA PER IL GOVERNO E PER L'ITALIA


di Massimo Colaiacomo

     Non basta denunciare la confusione in cui si muove il governo per certificare l'esistenza in vita delle opposizioni. Il paradosso dei sondaggi è tutto qui: il caos in cui operano Matteo Salvini e Liuigi Di Maio è sotto gli occhi di tutti, ma i consensi dell'opinione pubblica sono in forte aumento per entrambi i i leader. Gli italiani confidano che qualcosa di diverso - non di meglio, ma di diverso - alla fine può essere prodotto da M5s e Lega più di quanto abbiano saputo fare i governi e le maggioranze dei partiti tradizionali.
     La campagna elettorale permanente in cui Salvini ha immerso l'Italia sulla questione dell'immigrazione è riuscita fin qui a monopolizzare le attese e le speranze di quanti credono che molti se non tutti i problemi derivano dall' "invasione" delle ondate migratorie. A Salvini va riconosciuta una grande abilità mediatica. Dietro la cortina fumogena dell'immigrazione, Lega e M5s hanno potuto nascondere il fallimento delle loro promesse elettorali, impossibili da attuare senza violare tutti i parametri europei e, soprattutto, senza esporre il Paese a una nuova ondata speculativa sul debito pubblico.
     Si spiega così l'avvio di una campagna di pressione sul ministro dell'Economia, Giovanni Tria, finito nel mirino di Lega e M5s a causa della sua ortodossia "europeista" vissuta dai due leader politici come un ingombro al dispiegamento dei loro programmi. La sfida, e i limiti del populismo, sono tutti qui: l'idea di far coincidere le promesse elettorali con i programmi di governo al punto da ritenerle realizzabili al di là e al di fuori di ogni vincolo. Una visione prometeica tipica di chi si illude, una volta spezzate le "catene" dell'Europa, di poter volare liberamente e riguadagnare d'un colpo la crescita economica, l'occupazione e il benessere di un tempo.
     Una visione ingenua e insieme estremamente pericolosa, suicida, quasi. L'idea che sia l'Europa a impedire la rinascita economica dell'Italia significa ignorare che i veri giudici non sono quelli di Bruxelles, ma le migliaia di operatori finanziari che ogni giorno negoziano i titoli del debito pubblico, con un occhio all'andamento del deficit e del debito, e pronti a prezzare il livello di rischio dopo ogni provvedimento del governo. Salvini e Di Maio sanno, anche se fingono di non sapere, che la loro scommessa su reddito di cittadinanza e flat tax è persa in partenza. Viene da domandarsi come sia possibile pensare di smontare le politiche populiste solo annunciate ma non ancora realizzate con un'opposizione altrettanto populista e destinata perciò a essere opposizione ancora a lungo.
     Si prenda il caso di Forza Italia, un partito che i sondaggi vedono ogni giorno più esangue. Rimproverare a Salvini di non aver ancora realizzato la flat tax è una critica legittima e un modo spicciolo per cercare di mettere in difficoltà la Lega. Ma questo significa anche sfidare il governo a presentare un piano di taglio delle tasse e ad appoggiarlo. È pura follia. Meglio, molto meglio allora, l'idea di Antonio Tajani - con Brunetta gli unici rimasti a pensare qualcosa di politico in quel partito - che sfida l'esecutivo a sforare sì il tetto del 3% nel rapporto deficit-Pil, ma semmai per cancellare i 90 miliardi di debito della P.A. verso le imprese. In sostanza, è la tesi di Tajani, si faccia debito ma se questo serve per cancellare un debito più vecchio. Fuori da queste idee, Forza Italia è davvero un partito reso acefalo dalla "botta" del 4 marzo e il personale politico che la rappresenta in Parlamento non sa staccarsi dalla propria mediocrità, essendo ogni parlamentare impegnato a non urtare Salvini nel timore di non vedersi ricandidato. E il comportamento tipico di chi si arrende senza combattere.
     Manca, con ogni evidenza, un ricambio all'attuale maggioranza ma non tanto in termini politici quanto in termini di ceto politico che sia un minimo adeguato e temprato ad affrontare i gravi problemi del Paese. Manca, cioè una élite politica capace di assumere sulle proprie spalle la responsabilità di governo del Paese avendo una visione lunga e le soluzioni credibili.

mercoledì 13 giugno 2018

DA SALVINI UNA VITTORIA TATTICA, MA PER L'ITALIA IL RISCHIO DI UNA SCONFITTA STRATEGICA


di Massimo Colaiacomo

     Non c'è alcun dubbio sull'errore commesso dal governo francese di intervenire sulla vicenda della nave Acquarius con una tracotanza ingiustificata e offensiva per la dignità dell'Italia. L'errore di Macron e del suo portavoce ha in qualche modo velato gli errori del ministro dell'Interno italiano, Matteo Salvini, convinto di aver avvicinato se non addirittura impresso una svolta in chiave europeista alla vicenda delle immigrazioni. Salvini ha riferito al Senato e ha reso la pariglia ai francesi con parole di inusuale durezza. Alle quali non poteva che seguire l'annullamento del vertice bilaterale fra il ministro dell'Economia Giovanni Tria e il suo omologo France, Bruno Le Maire. Annullare un vertice è un atto grave sul piano diplomatico senza considerare i risvolti politici che questo fatto comporta.
     Salvini ha colto una vittoria significativa sul piano dell'immagine e, nel breve termine, sul piano politico. Il suo decisionismo è stato apprezzato senza riserve dagli alleati minori del centrodestra e ha sicuramente incontrato il favore di una larga maggioranza dell'opinione pubblica. Una vittoria tattica innegabile ma assai difficile da capitalizzare sul piano politico e in campo europeo. È vero, la Spagna del socialista Sanchez ha tolto per ora le castagne dal fuoco all'Italia, ma la notizia di altre navi in arrivo per le quali è difficile ripetere il rifiuto vincente sull'Acquarius è una conferma delle difficoltà enormi che si incontrano nel gestire il fenomeno migratorio in assenza di una strategia fondata sui flussi e sugli accordi bilaterali con i paesi rivieraschi del Mediterraneo.
     È in Europa, però, diversamente dai suoi calcoli, che Salvini si trova ad affrontare una partita da oggi sempre più in salita. L'asprezza dello scontro con la Francia, il rapporto teso con la Spagna, le tensioni suscitate nel governo tedesco, con la Csu schierata con Salvini e la Cdi più cauta, gli applausi ipocriti che arrivano all'Italia dai Paesi di Visegrad: sono tanti capitoli della matassa ingarbugliata da Salvini con un gesto unilaterale, manifestazione di energia politica ma anche di breve respiro. L'idea di convincere l'Europa a riformare gli accordi di Dublino sotto l'impeto di decisioni energiche è suggestiva a condizione che essa non riveli una natura ricattatoria nei confronti degli altri partner. Salvini è convinto della bontà della sua scelta, i governi europei. colti alla sprovvista, lo sono un po' meno e si preparano a negoziare con più durezza su un tema che esigeva invece un approccio persuasivo e più problematico.
     All'Italia non restano più altre carte da giocare in Europa, dopo la dimostrazione di forza con il rifiuto di accogliere la nave con 629 immigrati. Il merito che in molti riconoscono al ministro dell'Interno non è tanto di ave dato una soluzione alla questione, quanto di averla posta in termini perentori e in una chiave, come lo stesso Salvini ha detto in un'intervista al Corriere della Sera, addirittura europeista se è vero che ha riconosciuto l'impossibilità per l'Italia da sola di risolvere il problema. È una mezza verità, perché quando in un negoziato si pensa di mettere il proprio interlocutore spalle al muro le possibilità sono due: o cede il tuo interlocutore, oppure salta il tavolo. Allora, è vero che l'Italia, come hanno ribadito i ministri Tria e Savona, non ha alcuna intenzione di uscire dall'euro, riconosciuto indispensabile, ma è anche vero che comportamenti come quello di Salvini sono destinati a portare scompiglio e a creare le condizioni materiali per raggiungere quel risultato che si proclama di non voler perseguire. Il rischio non sarà più l'Italia che lascia l'Europa, ma quello opposto.
     

impazientimasenzafretta: IL DIRITTO A NON EMIGRARE VIENE PRIMA DEL DIRITTO ...

impazientimasenzafretta: IL DIRITTO A NON EMIGRARE VIENE PRIMA DEL DIRITTO ...: di Massimo Colaiacomo          I n occasione della giornata mondiale del migrante e del rifugiato, Papa Benedetto XVI inviò, il 12 ot...

IL DIRITTO A NON EMIGRARE VIENE PRIMA DEL DIRITTO A EMIGRARE (BENEDETTO XVI)

di Massimo Colaiacomo

   
     In occasione della giornata mondiale del migrante e del rifugiato, Papa Benedetto XVI inviò, il 12 ottobre 2012, un messaggio in cui affrontava, alla luce della Costituzione conciliare, la questione, da qualche decennio cruciale nella nostra epoca, della libertà di emigrare che andava integrata, se non addirittura preceduta, dalla libertà di non emigrare. Ecco che cosa scriveva Benedetto XVI: bene sarebbe, nell'infuocato dibattito politico di queste ore, non strumentalizzare le sue parole:

"Certo, ogni Stato ha il diritto di regolare i flussi migratori e di attuare politiche dettate dalle esigenze generali del bene comune, ma sempre assicurando il rispetto della dignità di ogni persona umana. Il diritto della persona ad emigrare – come ricorda la Costituzione conciliare Gaudium et spes al n. 65 – è iscritto tra i diritti umani fondamentali, con facoltà per ciascuno di stabilirsi dove crede più opportuno per una migliore realizzazione delle sue capacità e aspirazioni e dei suoi progetti. Nel contesto socio-politico attuale, però, prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra, ripetendo con il Beato Giovanni Paolo II che «diritto primario dell’uomo è di vivere nella propria patria: diritto che però diventa effettivo solo se si tengono costantemente sotto controllo i fattori che spingono all’emigrazione» (Discorso al IV Congresso mondiale delle Migrazioni, 1998). Oggi, infatti, vediamo che molte migrazioni sono conseguenza di precarietà economica, di mancanza dei beni essenziali, di calamità naturali, di guerre e disordini sociali. Invece di un pellegrinaggio animato dalla fiducia, dalla fede e dalla speranza, migrare diventa allora un «calvario» per la sopravvivenza, dove uomini e donne appaiono più vittime che autori e responsabili della loro vicenda migratoria. Così, mentre vi sono migranti che raggiungono una buona posizione e vivono dignitosamente, con giusta integrazione nell’ambiente d’accoglienza, ve ne sono molti che vivono in condizioni di marginalità e, talvolta, di sfruttamento e di privazione dei fondamentali diritti umani, oppure che adottano comportamenti dannosi per la società in cui vivono. Il cammino di integrazione comprende diritti e doveri, attenzione e cura verso i migranti perché abbiano una vita decorosa, ma anche attenzione da parte dei migranti verso i valori che offre la società in cui si inseriscono".
     "A tale proposito, non possiamo dimenticare la questione dell’immigrazione irregolare, tema tanto più scottante nei casi in cui essa si configura come traffico e sfruttamento di persone, con maggior rischio per donne e bambini. Tali misfatti vanno decisamente condannati e puniti, mentre una gestione regolata dei flussi migratori, che non si riduca alla chiusura ermetica delle frontiere, all’inasprimento delle sanzioni contro gli irregolari e all’adozione di misure che dovrebbero scoraggiare nuovi ingressi, potrebbe almeno limitare per molti migranti i pericoli di cadere vittime dei citati traffici. Sono, infatti, quanto mai opportuni interventi organici e multilaterali per lo sviluppo dei Paesi di partenza, contromisure efficaci per debellare il traffico di persone, programmi organici dei flussi di ingresso legale, maggiore disponibilità a considerare i singoli casi che richiedono interventi di protezione umanitaria oltre che di asilo politico. Alle adeguate normative deve essere associata una paziente e costante opera di formazione della mentalità e delle coscienze. In tutto ciò è importante rafforzare e sviluppare i rapporti di intesa e di cooperazione tra realtà ecclesiali e istituzionali che sono a servizio dello sviluppo integrale della persona umana. Nella visione cristiana, l’impegno sociale e umanitario trae forza dalla fedeltà al Vangelo, con la consapevolezza che «chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, diventa anch’egli più uomo» (Gaudium et spes, 41).