sabato 24 febbraio 2018

UN VOTO PER PIÙ EUROPA (E MENO BONINO E MENO SOROS)


di Massimo Colaiacomo

Si può avere più Europa senza Emma Bonino e "meno" George Soros? La domanda è deliberatamente provocatoria perché provocatori sono certi accostamenti fatti in queste settimane e riconducibili a esponenti politici, non solo italiani, sia di sinistra che di destra sul presunto ruolo svolto dal finanziere ungaro-americano e sulle sue propaggini politiche nel determinare le posizioni dell'Unione europea su questioni controverse come l'immigrazione e le politiche di accoglienza. Attraverso la sua Open Society Foundation, Soros opera, dal 1991, nel campo della charity e ha profuso energie (e soldi) in quantità straordinarie. A cpminciare dal suo paese natale, l'Ungheria, da lui aiutato senza risparmio nella complicata fase di transizione dal comunismo a un'economia di mercato.
Per Soros, come per ogni finanziere che si rispetti e desideri rendere sempre più floridi i propri affari, la speculazione finanziaria è uno strumento prezioso grazie al quale accrescere il patrimonio delle proprie società e suo personale. Che cosa poi spinga un uomo ricchissimo a volgere la propria attenzione alla beneficenza, a soccorrere i poveri, magari dopo averne creati con il proprio lavoro, rimane uno dei misteri più affascinanti in cui si trascina l'umanità. E in questo mistero Soros può dire di specchiarsi come pochi altri. Speculare, sia chiaro, non è un reato, e soltanto la letteratura politica un po' becera di questo tempo può vedere nello speculatore un affamatore di popoli. La speculazione non è la febbre, come si dice, ma è soltanto il termometro che misura la febbre provocata dagli errori e dalle inadempienze della politica. Il finanziere abile, senz'essere necessariamente vorace o cattivo, con la sua azione segnala gli abbagli e le presunzioni della politica. Accadde così con la speculazione di contro la sterlina, all'inizio degli anni '90, circostanza dalla quale, si racconta, Soros trasse un profitto stimato in circa 1 miliardo di sterline.
Sorprende non poco, però, vedere questo anziano signore buttarsi a capofitto sulla questione dell'immigrazione e sulle politiche in materia dell'Unione europea. Tanto ardore ha già fruttato uno scontro aperto e durissimo fra Soros e il governo del suo Paese natale essendo l'Ungheria di Viktor Orban, al pari della Polonia, contrarissima alla ripartizione delle quote di immigrati. Con la conseguenza che il governo ungherese ha deciso di chiudere l'Università privata costeruita da Soros a Budapest. Più sotterraneo, ma non meno incisivo, è il lavoro ai fianchi dell'Unione europea. A Soros si attribuiscono rapporti di amicizia, eufemismo per non parlare di finanziamenti, con una quota rilevante degli europarlamentari soprattutto tra le file della sinistra, per sostenere la causa dell'immigrazione. Qualcuno potrebbe chiedere al finanziere perché mai la sua fondazione non impieghi massicce risorse per lo sviluppo dei territori di provenienza dell'immigrazione. Oppure, perché mai si preoccupa di legare il rilancio dell'Unione europea alla capacità dei suoi Paesi membri di assorbire quote crescenti di immigrazione. 
Tanto fervore ha destato e desta più di un sospetto sulle reali finalità di questo lavoro di lobbying. Soros è anche impegnato a sostenere i gruppi anti-Brexit in Gran Bretagna, così pure finanzia i gruppi politici ostili a Orban o al governo polacco. La sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa che va oltre l'attività della charity è molto forte perché alcune di queste attività, come anche il finanziamento dei gruppi anti-russi in Ucraina, nulla hanno a che vedere con la soccorevolezza verso gli ultimi e molto, invece, hanno a che fare con le strategie politiche nazionali o dell'Unione europea. Si tratta, insomma, di una robusta capacità di condizionamento delle scelte politiche, compito reso più agevole a Soros dalle divisioni nazionali. Lui, in passato ostile all'Unione europea, oggi è, al contrario, un suo fervente sostenitore ma secondo una logica che monopolizza il tema dell'immigrazione fino al punto di vedervi il motore unico ed esclusivo di ogni ripresa del processo di integrazione.
Domanda che si pone l'elettore che domenica 4 marzo si reca alle urne: come posso votare per i partiti europeisti senza che il mio voto venga assimilato a un sostegno a Soros? Domanda che si pone l'elettore indeciso: se non vado a votare, chi ne trae maggiore beneficio, gli antieuropeisti? La risposta alla prima domanda è semplice: andare a votare e non votare la lista Più Europa di Emma Bonino. La risposta alla seconda è banale: gli antieuropeisti sono i beneficiari del non voto o della scheda nulla e beffarda.

  

venerdì 16 febbraio 2018

DOPO IL 4 MARZO TUTTE LE VIE PORTANO AL QUIRINALE



di Massimo Colaiacomo


     Mai più governi di Große Koalition con Angela Merkel. L'ineffabile Martin Schulz lo ripeté per tutta l'estate del 2017, fino all'ultimo giorno di campagna elettorale. Si sa, poi, come è finita, o sta per finire, la vicenda tedesca. La Große Koalition si conferma l'unica soluzione possibile per la Germania. Quale lezione la politica italiana può ricavare dalla vicenda tedesca? Una, molto semplice: non esiste forza politica, a meno che non sia mossa da istinto suicida, che affronti una campagna elettorale dicendo che all'indomani del voto si alleerà con il suo principale avversario.
     È una lezione semplice, si può dire un precetto elementare di sopravvivenza per ogni partito di qualche peso elettorale. Non si spiega altrimenti la diffidenza di Salvini e Meloni verso Berlusconi, sospettato da sempre di prepararsi a un nuovo Nazareno. Sospetti non diversi nutrono le formazioni alla sinistra del PD sulle vere intenzioni di Renzi-Gentiloni. Sulla grande cappa di ipocrisia, o di pretattica elettorale, ha lanciato ieri un sasso il ministro dell'Interno, Marco Minniti, per dirsi pronto a  un governo di unità nazionale se tutto il PD dovesse accettare la formula.
     A spingere verso quello che sembra l'esito più scontato è la forza delle cose. Gli ultimi sondaggi non hanno registrato mutamenti apprezzabili nelle percentuali di consenso dei singoli partiti. Soprattutto, hanno confermato un dato incontrovertibile: il 5 marzo l'Italia si sveglierà senza una maggioranza chiara, ma con il governo Gentiloni pienamente in carica e non solo per il disbrigo degli affari correnti (Gentiloni non si è mai dimesso). Il governo "siede" in Parlamento, amava ricordare il grande costituzionalista Costantino Mortati, e l'esecutivo Gentiloni siede in un Parlamento senza una maggioranza e più frantumato di quello appena sciolto.
     Il ritorno al sistema proporzionale imboccato con il Rosatellum ha restituito una forte centralità al Quirinale. Dal 1994 in avanti, il Capo dello Stato era tornato, almeno nella formazione dei governi, nel suo ruolo di notaio e ratificatore della volontà elettorale che si esprimeva, con il sistema maggioritario, dando vita a maggioranze più o meno solide, ora di centrodestra ora di centrosinistra. L'arrivo dei Cinquestelle ha mandato in frantumi la fragile alternanza propiziata dal Mattarellum e la risposta del Parlamento, con l'approvazione del Rosatellum, è stato il tentativo estremo di arginare l'avanzata di Grillo. 
     Che cosa accadrà dopo il 4 marzo? Al netto delle profezie, è più semplice rispondere, appoggiandosi al buon senso, alla domanda su che cosa NON ACCADRÀ il 5 marzo. Ecco: dalle urne non uscirà una maggioranza. Il Capo dello Stato sarà arbitro scrupoloso rispetto ai giochi delle forze politiche ma dovrà assolvere all'imperativo categorico di assicurare un governo al Paese. La saggezza e l'equilibrio di Sergio Mattarella saranno messi a dura prova dalle richieste presumibili, insistenti e insistite, di nuove elezioni. Fortuna per l'Italia, Mattarella è un osso duro e prima di lanciare il Paese in una nuova ravvicinata competizione elettorale tenterà tutte le strade capaci di dare un governo stabile con una larga maggioranza.
     Come potrà vedere la luce una "grande coalizione" se PD e Forza Italia non avranno i numeri in Parlamento? Sono tante le variabili che entrano in gioco. Ad esempio: la Lega sarà tutta compatta nel "no" all'accordo con il PD oppure Roberto Maroni, non più candidato alla presidenza della Lombardia, farà sentire il suo peso? E Massimo D'Alema a chi si è rivolto qualche settimana fa quando ha ipotizzato la nascita di un governo del presidente? Maroni e D'Alema sono le due personalità da tener d'occhio, dopo il voto, più di tanti altri. Mattarella non potrà che assolvere al suo compito di "facilitatore" nella nascita di un governo.


     


martedì 6 febbraio 2018

NEI FATTI DI MACERATA L'8 SETTEMBRE DELLA POLITICA


di Massimo Colaiacomo

     Se qualcuno cerca un'immagine rappresentativa del fallimento della politica in questo tempo, i fatti di Macerata sono una sintesi drammaticamente perfetta. Un Paese ferocemente diviso fra le "anime belle", sempre pronte a inarcare il sopracciglio contro la barbarie della realtà, e i razzisti à la carte pronti a farsi giustizia contro gli immigrati brutti, sporchi e cattivi. In mezzo a queste due tifoserie belluine, sta il vuoto pneumatico dello Stato, l'evanescenza dei suoi rappresentanti e la solitudine di chi dovrebbe rappresentarlo sul territorio.
     Ogni volta che qualcuno prova ad alzare il velo sul fenomeno dell'immigrazione si espone a un fuoco di fila senza scampo: gli immigrati sono una "risorsa", vanno accolti e integrati e avere un'idea diversa significa essere almeno razzisti. Se , invece, quella stessa persona si azzarda a ipotizzare che il flusso incontrollato di immigrati mette a repentaglio gli equilibri sociali e aumenta il senso di insicurezza dei cittadini, ecco che scatta il coro delle contumelie contro il ritorno del razzismo, del fascismo alle porte e della fine della democrazia. La quale, per la verità, quando finisce, come la storia insegna, è in genere per la propria impotenza a prendere decisioni, anche gravi, ma comunque tali da salvaguardare la coesione sociale. Ecco: tutti fervorini sulla coesione sociale, compreso quello di uno stimatissimo presidente della Repubblica quale è Sergio Mattarella, finiscono per essere pannicelli caldi sull'emotività del momento ma rimangono privi di ogni spunto operativo per il legislatore e per chiunque abbia titolo di intervenire sul fenomeno dell'immigrazione.
     Negare, come si ostinano a fare da sinistra, che nessuno abbia le mani sul volante per quanto riguarda il controllo del fenomeno non è il modo migliore per cercare delle risposte. È lecito, per esempio, interrogarsi sulle motivazioni che spingono migliaia di persone a lasciare Paesi con tassi di crescita tre o quattro volte superiori al nostro per raggiungere le sponde italiane e andare incontro a condizioni di sfruttamento quando non di vera e propria schiavitù, e maturare sentimenti di rancore e di odio per il Paese che li accoglie?
     Dalla politica non sono venute risposte minimamente credibili. Si è pensato di risolvere il tutto con la legge Bossi-Fini e con la pretesa di costruire flussi di immigrazione sulla base delle esigenze delle imprese, come se fosse possibile controllare il fenomeno. Non è stato, né poteva essere così. I fenomeni di criminalità legata all'immigrazione si sono concentrati negli anni soprattutto nei piccoli centri, cioè nelle aree dove più flebile è la presenza dell'autorità dello Stato. E sono quelle specie criminose che più di altre suscitano allarme sociale: rapine in ville o in casa di anziani, con gli ospiti brutalmente pestati a sangue. Due anni fa, a Casal di Principe, una guerra fra una banda di nigeriani e criminali del luogo per il controllo del mercato della droga provocò diversi morti, il tutto forse nell'indifferenza, ma sicuramente nel terrore della popolazione.
     Si spiega così perché le reazioni più truci all'immigrazione vengano proprio dall'Italia profonda, cioè dai territori dove la solitudine e il senso di abbandono da parte dello Stato è vissuto come una sconfitta quotidiana dai cittadini. I fatti di Macerata sono in qualche misura l'8 settembre della politica. Il mantello retorico con cui i suoi esponenti si avvolgono per soffiare sul fuoco di quei fatti e appiccare altri e più vasti incendi, è pericoloso almeno quanto gli sforzi di chi, infilando la testa sotto la sabbia, minimizza la questione e punta l'indice contro il risorgente razzismo degli italiani e dell'altra parte politica. Se il timore, più che giustificato, è che quello di Macerata è soltanto un episodio di una catena destinata ad allungarsi, non resta che sperare in una rapida conclusione della campagna elettorale perché le forze politiche tornino a misurarsi con la dimensione concreta e reale  della questione. 

giovedì 18 gennaio 2018

BERLUSCONI E D'ALEMA SUONANO IL RICHIAMO ALLA REALTÀ


di Massimo Colaiacomo


     Quanto è incolmabile la distanza fra un governo del presidente e un esecutivo che abbia come ministro dell'Economia un tecnico sperimentato e conosciuto oltre i confini domestici? Sulla carta, non dovrebbe esistere una distanza siderale. Nella realtà le due cose possono convivere a tal punto che non si dà un governo del presidente senza un "tecnico" a guidare l'Economia. Intervistato dal Corriere della Sera, Massimo D'Alema prova a lanciare lo sguardo oltre il 4 marzo. Al momento, per nulla temuto, in cui si tireranno le somme e dalle urne sarà uscito il risultato che in molti auspicano, cioè l'assenza di una maggioranza parlamentare. Quello che D'Alema dice nell'intervista, è meno, molto meno di quello che un lettore un minimo smaliziato è portato per mano a intuire: se la somma dei seggi conquistati da PD e FI non potrà assicurare una maggioranza, Liberi e Uguali (piaccia o non piaccia a Grasso) è lì, dietro l'angolo, pronto a spendere il suo gruzzolo di consensi (secondo i sondaggi intorno al 6-7%) per dare un governo all'Italia.
     Le valutazioni di D'Alema sulle prospettive politiche sono diverse, ma non in contrasto con quelle di Berlusconi. Il quale, come è naturale in campagna elettorale, continua a ripetere che il centrodestra avrà i voti per fare il governo anche se, in cuor suo, sa che difficilmente le urne potranno trasformare quel desiderio in realtà. Altrimenti, perché mai Berlusconi avrebbe messo le mani avanti indicando in un "tecnico" il futuro ministro dell'Economia? Vent'anni dopo non è solo il titolo del romanzo di Alessandro Dumas, è anche, più prosaicamente, il copione della politica italiana che vede D'Alema e Berlusconi impegnati, in ruoli diversi, a costruire un percorso politico per il dopo elezioni per evitare lo stallo e la conseguente ingovernabilità.
     Perché è credibile l'analisi di D'Alema e perché Berlusconi si prepara a farla propria? Nell'intervista al Corriere D'Alema rimprovera a Renzi di essere in qualche modo il ventriloquo di  Berlusconi e di indicare l'unico vero avversario soltanto nel M5s e non già nel centrodestra. E fin qui la tattica elettorale spiega tutto: farsi strada nell'elettorato grillino è la speranza che anima i fuorusciti del PD e i compagni trovati per strada e niente è più funzionale questo obiettivo che mettere il PD e il suo segretario nel mirino della polemica. Sull'altro versante, Berlusconi, con il supporto decisivo di Tajani, non esita a difendere il ruolo di Forze Italia "argine" contro ogni populismo che per ovvie ragioni circoscrive al M5s pur sapendo che un pezzo di quel mondo è suo alleato.
     Moscovici, con una ruvidezza inappropriata per un politico, ha fatto un inutile entrata in tackle nella campagna elettorale essendo già chiaro lo schema di gioco dei principali protagonisti. Però, al netto dello sgarbo istituzionale, le parole di Moscovici hanno avuto una loro funzionalità perché individuato il perimetro dell'europeismo, hanno dato una temporanea boccata d'ossigeno a un PD che tutti i sondaggi vedono in caduta libera. Sic rebus stantibus e in attesa dell'unico, vero sondaggio che conta in democrazia, cioè le schede scrutinate, D'Alema e Berlusconi si sono portati avanti con il lavoro e se da qui al voto il mood elettorale non cambierà più di tanto, saranno loro a distribuire le carte mentre la presenza di Renzi al tavolo da gioco sarà diventata a quel punto irrilevante. E nulla esclude, come beffa finale, che il segretario del PD si ritrovi Paolo Gentiloni a palazzo Chigi, questa volta battezzato "governo del presidente".

lunedì 18 dicembre 2017

SI AVVICINA IL VOTO E LE CONTRADDIZIONI DEL M5S (E LEGA) ESPLODONO



di Massimo Colaiacomo

     A mano a mano che la campagna elettorale entra nel vivo, gli slogan e le parole d'ordine devono cedere il passo a comportamenti necessariamente ragionevoli e con argomentazioni meno precarie rispetto a quelle fin qui mostrate. Si tratta di un cambio di passo obbligato se si vuole abbassare il livello di scetticismo dell'opinione pubblica e convincere una quota di indecisi a recarsi alle urne domenica 4 marzo. Lo spirito ribellista fin qui visto nei comportamenti delle forze "radicali" ha seminato quanta più rancore poteva, e sembra difficile che possa ancora allargare i consensi in vista del voto.
     Ecco allora la necessità, soprattutto per le forze che hanno puntato molto sulla carica anti-sistema, di resettarsi per trovare una lunghezza d'onda che le metta in sintonia con l'opinione pubblica  moderata o comunque meno incline all'avventurismo. Impresa non sempre facile, dopo aver avvelenato i pozzi per mesi quando non per anni. Ma i nodi sono comunque destinati a venire al pettine. Ne sa qualcosa il candidato premier dei Cinquestelle, Luigi Di Maio, e l'eterno arrembante del centrodestra, Matteo Salvini. Succede, così, che su grani questioni che toccano l'interesse nazionale - si pensi all'appartenenza alla UE e alla permanenza nell'euro - sono grillini e leghisti, al momento a dover pagare un prezzo in termini di credibilità. Dopo essersi spinti molto avanti nelle critiche all'Europa e alla moneta unica (qualcuno ricorderà il libriccino esibito fino a qualche tempo fa da Salvini e dedicato all'uscita dall'euro) fare macchina indietro o comunque aggiustare il tiro significa esporsi a dei contraccolpi non irrilevanti in termini di immagine e di credibilità.
     Ne sa qualcosa il buon Di Maio, costretto da qualche giorno a barcamenarsi  sulla questione dell'euro. Restare o uscire? E come può garantire stabilità all'Italia un premier che ha in programma di lasciare l'Europa e la sua moneta? Gli escamotage fin qui trovati sconcertano per la loro ingenuità. Dire che sarà il popolo a decidere attraverso il referendum (non previsto dalla Costituzione su materie come la politica estera e l'appartenenza ad alleanze internazionali), e assicurare che lui personalmente voterà per uscire dall'euro, sono posizioni in stridente contrasto con l'immagine rassicurante di leader moderato e "stabile". Non è meno stravagante l'idea, in caso di una vittoria elettorale ma senza la maggioranza, di rivolgere un appello ai partiti la sera stessa dei risultati, senza peraltro costruire alleanze o coalizioni "termini che vanno banditi dal vocabolario". In ogni democrazia parlamentare, se ci sono termini che hanno una cittadinanza piena nel lessico politico sono proprio "alleanza" e "coalizione", come ben sanno i tedeschi, gli austriaci e altri Paesi.
     Non appare meno semplice la posizione di Salvini. Si prenda la vicenda austriaca. Il governo di centrodestra appena insediato ha lanciato una vera e propria provocazione annunciando che nel 2018 sarà concesso il passaporto, e quindi la doppia cittadinanza ai cittadini di lingua tedesca residenti in Alto Adige. Ora, un partito che abbia ambizioni nazionali, come ha la Lega di Salvini, non può tacere su questa materia. Salvini, invece, ha pensato bene di fare esattamente l'opposto e indicare nel governo austriaco il modello a cui intende ispirarsi. Con ciò collocandosi all'opposto delle critiche  all'Austria rivolte da Giorgia Meloni. Per Berlusconi c'è un gran lavoro da fare per tenere in piedi una coalizione attraversata da spaccature profonde più di quanto non appaia.
     Appare del tutto evidente come da qui a marzo gli elettori si troveranno alle prese con una campagna elettorale convulsa e confusa. E se il M5s pensa di tenere alta la tensione sulla vicenda bancaria per mettere la sordina alle proprie contraddizioni, dovrà arrampicarsi sugli specchi ogni giorno alla ricerca di argomenti e spunti di qualche rilievo. Salvini dovrà anche considerare che il governo austriaco al quale dice di volersi ispirare ha indicato nell'Europa e nella moneta unica due riferimenti irrinunciabili. A conferma che anche le forze "radicali", una volta a contatto con la realtà del governo, devono mettere in naftalina certi slogan.   

sabato 16 dicembre 2017

IL VOTO DI PRIMAVERA COME IL MERCATO DELLE ILLUSIONI (E DELLE PAURE)



di Massimo Colaiacomo

     In generale i partiti fanno leva su due opposti sentimenti che dominano nell'opinione pubblica alla vigilia di un voto ritenuto importante o presentato come tale: la disponibilità dell'elettore a lasciarsi sedurre dalle promesse, illusorie quanto si vuole, e insieme la paura dello stesso elettore per il salto nel vuoto o semplicemente per l'incertezza che potrà scaturire dal voto. Si tratta di due sentimenti nient'affatto opposti, ma stimolati dalle forze politiche nella speranza di ottenere, da un lato, il consenso di quella vasta parte di elettorato che ha sofferto di più i morsi della crisi di questi anni, e, dall'altro lato, allarmare quella parte di elettori che temono di essere chiamati a pagare il conto fiscale della crisi dopo esserne rimasti al riparo.
     Si spiega così il doppio binario seguito dai partiti, di centrodestra e di centrosinistra, che hanno un solo avversario nel movimento Cinquestelle. A ben vedere non esistono differenze vistose nelle posizioni fin qui espresse da Forza Italia, Lega e PD. In attesa di conoscere i programmi, ammesso che saranno mai resi noti, il movimento di Beppe Grillo si è portato avanti con il lavoro e, per grandi linee, ha reso noto i punti del suo programma. Esso prevede: reddito di cittadinanza ai disoccupati e sostegno alle famiglie incapienti; riduzioni fiscali per le piccole e medie imprese; sostegno all'innovazione tecnologica. Sia chiaro, anche gli altri partiti hanno sparato le loro cartucce: Forza Italia e Lega introdurranno la flat tax, cioè una tassa unica che prevedono fra il 25% e il 30%; le pensioni minime saranno di mille euro per tutti. Il PD insisterà invece sui bonus, e assicura che sarà esteso quello degli 80 euro ai pensionati e alle altre categorie rimaste escluse.
     C'è, come si vede, un'attitudine alla spesa fatta apposta per portare una ventata di ottimismo anche nel più incallito pessimista degli elettori. Viene allora da chiedersi: perché mai gli elettori recalcitrano tanto e disertano le urne? Quali altre paure, oltre all'incertezza del dopo voto e al salto nel vuoto, tengono l'elettore lontano dal seggio? Insomma, se vincono i grillini, come sostiene Berlusconi, l'Italia finirebbe nelle mani di un manipolo di pauperisti, di persone che "non hanno mai lavorato", capaci solo di coltivare l'invidia e il rancore sociale. C'è, come in ogni polemica politica, una parte di verità nelle parole di Berlusconi. Bene, allora gli elettori sensibili a queste argomentazioni dovrebbero recarsi in massa per impedire che un tale pericolo prenda forma. Invece, alle politiche del 2013 o al turno amministrativo del 2016 come alle ultime elezioni regionali in Sicilia, gli elettori se ne stanno a casa o altrove e ai seggi si recano in una misura vicina o inferiore al 50% degli aventi diritto.
     È come se gli elettori, posti di fronte alla paura del salto nel buio, avessero deciso di esorcizzarla lasciando a coloro che esercitano il diritto del voto di decidere anche per gli altri. Ė curioso vedere come la paura del futuro finisca per mescolarsi al disinteresse per il futuro stesso con ciò generando un comportamento schizofrenico. Questo comportamento ha trovato una duplice spiegazione negli analisti: da un lato, la perdita di credibilità del ceto politico; dall'altro, la rassegnazione degli elettori convinti che chiunque uscirà vincitore dalle urne non potrà mai raddrizzare la rotta e risolvere i problemi dell'Italia. Un elettore scettico sul "chi" votare e "per fare che cosa" è anche un elettore disponibile a fare un bagno di realismo, mettendosi alle spalle illusioni e promesse. Sarà forse il caso di chiedersi come mai, al netto degli errori politici commessi nella parte finale del suo governo, la lista di Scelta Civica di Mario Monti, cioè del premier tanto avversato per la riforma delle pensioni e per la mini-patrimoniale, si sia presentata alle elezioni e abbia raccolto oltre il 15%. Che cosa ha spinto gli italiani a tributare un consenso tanto ampio e inimmaginabile sulla carta? Sicuramente la serietà del personaggio, ma più probabilmente il linguaggio di verità e di concretezza con cui seppe rivolgersi al Paese. Nel 2013 l'affluenza alle urne, in calo di quasi 5 punti rispetto al 2008, segnò un ragguardevole 75% alla Camera e al Senato, traguardo che sembra stellare da raggiungere nel marzo 2018.
     Non ci sarà nessun Mario Monti in campo alle prossime politiche. L'Europa sembra così remota dalle vicende italiane che nessuno dei partiti in campo spende neanche più una parola per criticarla. Il "montismo" ha lasciato scoperto un'area non piccola dell'elettorato italiano. Ma non c'è nessun leader politico dotato del coraggio necessario per coprire quella domanda di realismo e di concretezza. Per questo al prossimo voto mancherà almeno quel 15% di elettori.

lunedì 11 dicembre 2017

PRI, IL CONGRESSO DELLA SMEMORATEZZA


di Massimo Colaiacomo


     Quale rapporto può esistere fra un partito come il PRI, protagonista di una storia gloriosa al punto da identificarlo con i momenti più alti dell'Italia pre-unitaria e con la nascita della Repubblica, e la miriade di sigle e acronimi che si affannano attorno a Berlusconi o a Renzi alla ricerca di uno strapuntino alla Camera e al Senato? Sulla carta sembra impossibile stabilire un qualsiasi rapporto fra quel che residua del PRI e le fioritura di sigle dietro le quali ci sono frammenti e schegge di partiti quando non vere e proprie liste personali. Sulla carta, perché nella realtà le distanze sono meno siderali di come si potrebbe immaginare. Il PRI uscito dal suo 48° congresso celebrato a Roma è oggi un acronimo nell'oceano di acronimi che assediano Berlusconi e Renzi alla disperata ricerca di uno scranno parlamentare o per riconfermare qualche uscente senza più voti o per appagare qualche ambizione familista.
     Messa così, la valutazione può apparire severa o ingenerosa. Allora vediamo di spiegare che cosa è finito del Partito Repubblicano e che cosa si cerca di spacciare per vivo e vitale ma che vivo e vitale non è più. Il PRI modellato negli anni '60, nel passaggio dalla stagione di Oronzo Reale a quella di Ugo La Malfa, si impose sulla scena politica come una forza minoritaria nei numeri ma capace di proporre straordinarie sfide politiche alle "due chiese", cioè DC e PCI, fino allora vissute e prosperate grazie alla contrapposizione ideologica Est-Ovest che aveva fatto dell'Italia una linea di confine.
     La Malfa aveva intuito con largo anticipo sui tempi la condizione paralizzante di quella realtà e pose a Moro, a Ingrao, Amendola e Berlinguer la questione dello sviluppo e i termini in cui essa andava affrontata in una società capitalistica complessa, irriducibile agli schemi dell'ideologia e del classismo. In un dibattito divenuto famoso, a Ravenna, nel 1963, La Malfa chiese a bruciapelo a Ingrao e Amendola che cosa avrebbero scelto di fare trovandosi con una sola gallina e niente altro in dispensa. "Mangiare la gallina una volta per tutte, oppure accontentarsi di prendere un uovo al giorno nella speranza di avere prima o poi altre galline". Il capitalismo-gallina partorito dalla fantasia ugolamalfiana rendeva bene l'idea, nell'Italia impegnata in quegli anni nell'imponente opera di riforme e di svecchiamento delle proprie strutture sociali e delle infrastrutture materiali, della complessità delle politiche economiche di bilancio e delle politiche sociali necessarie per rendere duraturo e sostenibile lo sviluppo avviato con i governi Fanfani.
     Il partito raccolto da Ugo La Malfa sull'orlo del baratro e ridotto al lumicino in Parlamento, si salvò e recuperò rapidamente il proprio ruolo negli equilibri politici e nella società italiana perché seppe trasformarsi in una fucina di idee e di programmi. In una parola, il concetto di modernità, non ancora una categoria ideologica negli anni '60, trovò in La Malfa e nelle radici della sua cultura azionista, ma soprattutto fabiana, un interprete straordinario che sapeva leggere le insufficienze e le inadeguatezze di una società in via di trasformazione ma sapeva coglierne anche le ansie di progresso.
     Non fu il PRI a proporsi quale "coscienza critica" nei governi di centro-sinistra, furono piuttosto le circostanze e i ritardi della sinistra, ancora chiusa nel recinto dell'ideologia marxista, come pure quella forma di carezzevole e rassegnato conservatorismo della DC a fare del PRI il perno di una stagione riformista senza salti nel buio. La Malfa seppe contrapporsi a quello che Alberto Ronchey battezzò come "pansindacalismo", alba di ogni concertazione costruita sul debito pubblico, e nello stesso tempo polemizzare con Giovanni Agnelli sull'unificazione del punto di scala mobile.
     Che cosa rimane di quella stagione e di quella successiva, non meno straordinaria, vissuta dal PRI nel segno di Giovanni Spadolini? Nel partito attuale non rimane niente. A parte gli appelli ineluttabili dell'anagrafe, delle idealità e dei valori repubblicani nulla è circolato nel 48° Congresso. Due giorni di dibattiti sterili su quali alleanze costruire, senza mai chiedersi: per fare che cosa? Il congresso ha stabilito che per il partito è decisivo avere un parlamentare purchessia. Qualcuno non disdegnerebbe un dialogo con i grillini per giustificare il quale è stato addirittura richiamato il confronto di La Malfa con il PCI. Di fronte a simili spropositi come ha risposto il Congresso? Si proceda all'alleanza con Denis Verdini! Un partito che oscilla da Grillo a Verdini è evidentemente un partito senza una sia pur vaga idea di dove andare. Per non dire poi del "che fare". In due giorni e mezzo non un'idea o uno spunto di programma è uscito dal congresso. Il vuoto pneumatico. Tutti preoccupati di spiegare perché in quella città ci si allea con la Lega, in quell'altra con il PD e in Sicilia con il centrodestra.
     È mancato il propellente decisivo nella vita di ogni formazione politica: l'orgoglio della propria storia e l'orgoglio della propria autonomia.  Un partito senza idee può solo prostituire il proprio simbolo per ottenere un predellino in Parlamento ma deve rassegnarsi all'irrilevanza e alla fine. Impelagarsi, come ha fatto il PRI, in liti giudiziarie che durano da una decina d'anni significa costringere il partito di Mazzini e di Cattaneo, di Ugo La Malfa e di Giovanni Spadolini, a un'agonia straziante e immeritata. Il CN convocato per sabato prossimo a Roma ha due possibilità davanti a sé: eleggere un segretario capace di issare la bandiera dell'autonomia e chiamare attorno ad essa un gruppo di audaci pionieri, oppure scegliere l'ennesimo necroforo di una lunga serie. Se dovesse prevalere la seconda opzione, che almeno il rito sia breve e composto.