lunedì 18 dicembre 2017

SI AVVICINA IL VOTO E LE CONTRADDIZIONI DEL M5S (E LEGA) ESPLODONO



di Massimo Colaiacomo

     A mano a mano che la campagna elettorale entra nel vivo, gli slogan e le parole d'ordine devono cedere il passo a comportamenti necessariamente ragionevoli e con argomentazioni meno precarie rispetto a quelle fin qui mostrate. Si tratta di un cambio di passo obbligato se si vuole abbassare il livello di scetticismo dell'opinione pubblica e convincere una quota di indecisi a recarsi alle urne domenica 4 marzo. Lo spirito ribellista fin qui visto nei comportamenti delle forze "radicali" ha seminato quanta più rancore poteva, e sembra difficile che possa ancora allargare i consensi in vista del voto.
     Ecco allora la necessità, soprattutto per le forze che hanno puntato molto sulla carica anti-sistema, di resettarsi per trovare una lunghezza d'onda che le metta in sintonia con l'opinione pubblica  moderata o comunque meno incline all'avventurismo. Impresa non sempre facile, dopo aver avvelenato i pozzi per mesi quando non per anni. Ma i nodi sono comunque destinati a venire al pettine. Ne sa qualcosa il candidato premier dei Cinquestelle, Luigi Di Maio, e l'eterno arrembante del centrodestra, Matteo Salvini. Succede, così, che su grani questioni che toccano l'interesse nazionale - si pensi all'appartenenza alla UE e alla permanenza nell'euro - sono grillini e leghisti, al momento a dover pagare un prezzo in termini di credibilità. Dopo essersi spinti molto avanti nelle critiche all'Europa e alla moneta unica (qualcuno ricorderà il libriccino esibito fino a qualche tempo fa da Salvini e dedicato all'uscita dall'euro) fare macchina indietro o comunque aggiustare il tiro significa esporsi a dei contraccolpi non irrilevanti in termini di immagine e di credibilità.
     Ne sa qualcosa il buon Di Maio, costretto da qualche giorno a barcamenarsi  sulla questione dell'euro. Restare o uscire? E come può garantire stabilità all'Italia un premier che ha in programma di lasciare l'Europa e la sua moneta? Gli escamotage fin qui trovati sconcertano per la loro ingenuità. Dire che sarà il popolo a decidere attraverso il referendum (non previsto dalla Costituzione su materie come la politica estera e l'appartenenza ad alleanze internazionali), e assicurare che lui personalmente voterà per uscire dall'euro, sono posizioni in stridente contrasto con l'immagine rassicurante di leader moderato e "stabile". Non è meno stravagante l'idea, in caso di una vittoria elettorale ma senza la maggioranza, di rivolgere un appello ai partiti la sera stessa dei risultati, senza peraltro costruire alleanze o coalizioni "termini che vanno banditi dal vocabolario". In ogni democrazia parlamentare, se ci sono termini che hanno una cittadinanza piena nel lessico politico sono proprio "alleanza" e "coalizione", come ben sanno i tedeschi, gli austriaci e altri Paesi.
     Non appare meno semplice la posizione di Salvini. Si prenda la vicenda austriaca. Il governo di centrodestra appena insediato ha lanciato una vera e propria provocazione annunciando che nel 2018 sarà concesso il passaporto, e quindi la doppia cittadinanza ai cittadini di lingua tedesca residenti in Alto Adige. Ora, un partito che abbia ambizioni nazionali, come ha la Lega di Salvini, non può tacere su questa materia. Salvini, invece, ha pensato bene di fare esattamente l'opposto e indicare nel governo austriaco il modello a cui intende ispirarsi. Con ciò collocandosi all'opposto delle critiche  all'Austria rivolte da Giorgia Meloni. Per Berlusconi c'è un gran lavoro da fare per tenere in piedi una coalizione attraversata da spaccature profonde più di quanto non appaia.
     Appare del tutto evidente come da qui a marzo gli elettori si troveranno alle prese con una campagna elettorale convulsa e confusa. E se il M5s pensa di tenere alta la tensione sulla vicenda bancaria per mettere la sordina alle proprie contraddizioni, dovrà arrampicarsi sugli specchi ogni giorno alla ricerca di argomenti e spunti di qualche rilievo. Salvini dovrà anche considerare che il governo austriaco al quale dice di volersi ispirare ha indicato nell'Europa e nella moneta unica due riferimenti irrinunciabili. A conferma che anche le forze "radicali", una volta a contatto con la realtà del governo, devono mettere in naftalina certi slogan.   

sabato 16 dicembre 2017

IL VOTO DI PRIMAVERA COME IL MERCATO DELLE ILLUSIONI (E DELLE PAURE)



di Massimo Colaiacomo

     In generale i partiti fanno leva su due opposti sentimenti che dominano nell'opinione pubblica alla vigilia di un voto ritenuto importante o presentato come tale: la disponibilità dell'elettore a lasciarsi sedurre dalle promesse, illusorie quanto si vuole, e insieme la paura dello stesso elettore per il salto nel vuoto o semplicemente per l'incertezza che potrà scaturire dal voto. Si tratta di due sentimenti nient'affatto opposti, ma stimolati dalle forze politiche nella speranza di ottenere, da un lato, il consenso di quella vasta parte di elettorato che ha sofferto di più i morsi della crisi di questi anni, e, dall'altro lato, allarmare quella parte di elettori che temono di essere chiamati a pagare il conto fiscale della crisi dopo esserne rimasti al riparo.
     Si spiega così il doppio binario seguito dai partiti, di centrodestra e di centrosinistra, che hanno un solo avversario nel movimento Cinquestelle. A ben vedere non esistono differenze vistose nelle posizioni fin qui espresse da Forza Italia, Lega e PD. In attesa di conoscere i programmi, ammesso che saranno mai resi noti, il movimento di Beppe Grillo si è portato avanti con il lavoro e, per grandi linee, ha reso noto i punti del suo programma. Esso prevede: reddito di cittadinanza ai disoccupati e sostegno alle famiglie incapienti; riduzioni fiscali per le piccole e medie imprese; sostegno all'innovazione tecnologica. Sia chiaro, anche gli altri partiti hanno sparato le loro cartucce: Forza Italia e Lega introdurranno la flat tax, cioè una tassa unica che prevedono fra il 25% e il 30%; le pensioni minime saranno di mille euro per tutti. Il PD insisterà invece sui bonus, e assicura che sarà esteso quello degli 80 euro ai pensionati e alle altre categorie rimaste escluse.
     C'è, come si vede, un'attitudine alla spesa fatta apposta per portare una ventata di ottimismo anche nel più incallito pessimista degli elettori. Viene allora da chiedersi: perché mai gli elettori recalcitrano tanto e disertano le urne? Quali altre paure, oltre all'incertezza del dopo voto e al salto nel vuoto, tengono l'elettore lontano dal seggio? Insomma, se vincono i grillini, come sostiene Berlusconi, l'Italia finirebbe nelle mani di un manipolo di pauperisti, di persone che "non hanno mai lavorato", capaci solo di coltivare l'invidia e il rancore sociale. C'è, come in ogni polemica politica, una parte di verità nelle parole di Berlusconi. Bene, allora gli elettori sensibili a queste argomentazioni dovrebbero recarsi in massa per impedire che un tale pericolo prenda forma. Invece, alle politiche del 2013 o al turno amministrativo del 2016 come alle ultime elezioni regionali in Sicilia, gli elettori se ne stanno a casa o altrove e ai seggi si recano in una misura vicina o inferiore al 50% degli aventi diritto.
     È come se gli elettori, posti di fronte alla paura del salto nel buio, avessero deciso di esorcizzarla lasciando a coloro che esercitano il diritto del voto di decidere anche per gli altri. Ė curioso vedere come la paura del futuro finisca per mescolarsi al disinteresse per il futuro stesso con ciò generando un comportamento schizofrenico. Questo comportamento ha trovato una duplice spiegazione negli analisti: da un lato, la perdita di credibilità del ceto politico; dall'altro, la rassegnazione degli elettori convinti che chiunque uscirà vincitore dalle urne non potrà mai raddrizzare la rotta e risolvere i problemi dell'Italia. Un elettore scettico sul "chi" votare e "per fare che cosa" è anche un elettore disponibile a fare un bagno di realismo, mettendosi alle spalle illusioni e promesse. Sarà forse il caso di chiedersi come mai, al netto degli errori politici commessi nella parte finale del suo governo, la lista di Scelta Civica di Mario Monti, cioè del premier tanto avversato per la riforma delle pensioni e per la mini-patrimoniale, si sia presentata alle elezioni e abbia raccolto oltre il 15%. Che cosa ha spinto gli italiani a tributare un consenso tanto ampio e inimmaginabile sulla carta? Sicuramente la serietà del personaggio, ma più probabilmente il linguaggio di verità e di concretezza con cui seppe rivolgersi al Paese. Nel 2013 l'affluenza alle urne, in calo di quasi 5 punti rispetto al 2008, segnò un ragguardevole 75% alla Camera e al Senato, traguardo che sembra stellare da raggiungere nel marzo 2018.
     Non ci sarà nessun Mario Monti in campo alle prossime politiche. L'Europa sembra così remota dalle vicende italiane che nessuno dei partiti in campo spende neanche più una parola per criticarla. Il "montismo" ha lasciato scoperto un'area non piccola dell'elettorato italiano. Ma non c'è nessun leader politico dotato del coraggio necessario per coprire quella domanda di realismo e di concretezza. Per questo al prossimo voto mancherà almeno quel 15% di elettori.

lunedì 11 dicembre 2017

PRI, IL CONGRESSO DELLA SMEMORATEZZA


di Massimo Colaiacomo


     Quale rapporto può esistere fra un partito come il PRI, protagonista di una storia gloriosa al punto da identificarlo con i momenti più alti dell'Italia pre-unitaria e con la nascita della Repubblica, e la miriade di sigle e acronimi che si affannano attorno a Berlusconi o a Renzi alla ricerca di uno strapuntino alla Camera e al Senato? Sulla carta sembra impossibile stabilire un qualsiasi rapporto fra quel che residua del PRI e le fioritura di sigle dietro le quali ci sono frammenti e schegge di partiti quando non vere e proprie liste personali. Sulla carta, perché nella realtà le distanze sono meno siderali di come si potrebbe immaginare. Il PRI uscito dal suo 48° congresso celebrato a Roma è oggi un acronimo nell'oceano di acronimi che assediano Berlusconi e Renzi alla disperata ricerca di uno scranno parlamentare o per riconfermare qualche uscente senza più voti o per appagare qualche ambizione familista.
     Messa così, la valutazione può apparire severa o ingenerosa. Allora vediamo di spiegare che cosa è finito del Partito Repubblicano e che cosa si cerca di spacciare per vivo e vitale ma che vivo e vitale non è più. Il PRI modellato negli anni '60, nel passaggio dalla stagione di Oronzo Reale a quella di Ugo La Malfa, si impose sulla scena politica come una forza minoritaria nei numeri ma capace di proporre straordinarie sfide politiche alle "due chiese", cioè DC e PCI, fino allora vissute e prosperate grazie alla contrapposizione ideologica Est-Ovest che aveva fatto dell'Italia una linea di confine.
     La Malfa aveva intuito con largo anticipo sui tempi la condizione paralizzante di quella realtà e pose a Moro, a Ingrao, Amendola e Berlinguer la questione dello sviluppo e i termini in cui essa andava affrontata in una società capitalistica complessa, irriducibile agli schemi dell'ideologia e del classismo. In un dibattito divenuto famoso, a Ravenna, nel 1963, La Malfa chiese a bruciapelo a Ingrao e Amendola che cosa avrebbero scelto di fare trovandosi con una sola gallina e niente altro in dispensa. "Mangiare la gallina una volta per tutte, oppure accontentarsi di prendere un uovo al giorno nella speranza di avere prima o poi altre galline". Il capitalismo-gallina partorito dalla fantasia ugolamalfiana rendeva bene l'idea, nell'Italia impegnata in quegli anni nell'imponente opera di riforme e di svecchiamento delle proprie strutture sociali e delle infrastrutture materiali, della complessità delle politiche economiche di bilancio e delle politiche sociali necessarie per rendere duraturo e sostenibile lo sviluppo avviato con i governi Fanfani.
     Il partito raccolto da Ugo La Malfa sull'orlo del baratro e ridotto al lumicino in Parlamento, si salvò e recuperò rapidamente il proprio ruolo negli equilibri politici e nella società italiana perché seppe trasformarsi in una fucina di idee e di programmi. In una parola, il concetto di modernità, non ancora una categoria ideologica negli anni '60, trovò in La Malfa e nelle radici della sua cultura azionista, ma soprattutto fabiana, un interprete straordinario che sapeva leggere le insufficienze e le inadeguatezze di una società in via di trasformazione ma sapeva coglierne anche le ansie di progresso.
     Non fu il PRI a proporsi quale "coscienza critica" nei governi di centro-sinistra, furono piuttosto le circostanze e i ritardi della sinistra, ancora chiusa nel recinto dell'ideologia marxista, come pure quella forma di carezzevole e rassegnato conservatorismo della DC a fare del PRI il perno di una stagione riformista senza salti nel buio. La Malfa seppe contrapporsi a quello che Alberto Ronchey battezzò come "pansindacalismo", alba di ogni concertazione costruita sul debito pubblico, e nello stesso tempo polemizzare con Giovanni Agnelli sull'unificazione del punto di scala mobile.
     Che cosa rimane di quella stagione e di quella successiva, non meno straordinaria, vissuta dal PRI nel segno di Giovanni Spadolini? Nel partito attuale non rimane niente. A parte gli appelli ineluttabili dell'anagrafe, delle idealità e dei valori repubblicani nulla è circolato nel 48° Congresso. Due giorni di dibattiti sterili su quali alleanze costruire, senza mai chiedersi: per fare che cosa? Il congresso ha stabilito che per il partito è decisivo avere un parlamentare purchessia. Qualcuno non disdegnerebbe un dialogo con i grillini per giustificare il quale è stato addirittura richiamato il confronto di La Malfa con il PCI. Di fronte a simili spropositi come ha risposto il Congresso? Si proceda all'alleanza con Denis Verdini! Un partito che oscilla da Grillo a Verdini è evidentemente un partito senza una sia pur vaga idea di dove andare. Per non dire poi del "che fare". In due giorni e mezzo non un'idea o uno spunto di programma è uscito dal congresso. Il vuoto pneumatico. Tutti preoccupati di spiegare perché in quella città ci si allea con la Lega, in quell'altra con il PD e in Sicilia con il centrodestra.
     È mancato il propellente decisivo nella vita di ogni formazione politica: l'orgoglio della propria storia e l'orgoglio della propria autonomia.  Un partito senza idee può solo prostituire il proprio simbolo per ottenere un predellino in Parlamento ma deve rassegnarsi all'irrilevanza e alla fine. Impelagarsi, come ha fatto il PRI, in liti giudiziarie che durano da una decina d'anni significa costringere il partito di Mazzini e di Cattaneo, di Ugo La Malfa e di Giovanni Spadolini, a un'agonia straziante e immeritata. Il CN convocato per sabato prossimo a Roma ha due possibilità davanti a sé: eleggere un segretario capace di issare la bandiera dell'autonomia e chiamare attorno ad essa un gruppo di audaci pionieri, oppure scegliere l'ennesimo necroforo di una lunga serie. Se dovesse prevalere la seconda opzione, che almeno il rito sia breve e composto.     
   

sabato 25 novembre 2017

CARLO COTTARELLI LEADER DEL PARTITO CHE MANCA ALL'ITALIA

Dopo il monito a partiti e Parlamento a fare di più per arginare la crescita fuori controllo del debito pubblico, l'ex commissario alla spending review, licenziato dall'allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, spiega perché non si può tornare indietro dalla riforma Fornero. Con le elezioni alle porte, si scatena la hybris dei partiti e la competizione fra i diversi populismi lascia intravvedere un 2018 molto complicato per la finanza pubblica.


di Massimo Colaiacomo


     A chi si rivolge il prof. Carlo Cottarelli, fresco editorialista a La Stampa diretta da Maurizio Molinari, quando smonta, con argomenti semplici e comprensibili, la valanga di promesse elettorali  che da qualche giorno imperversa nell'informazione e sui siti? A Berlusconi, che promette in caso di vittoria del centrodestra, di portare a 1000 euro al mese "per tredici mesi" le pensioni minime, dentiere e cinema gratis per gli anziani? A Renzi e al PD che annunciano l'istituzione permanente del bonus bebè, la cancellazione (forse) del super-ticket sanitario, l'estensione degli 80 euro ai pensionati? A Di Maio e ai Cinquestelle, che promettono il reddito di cittadinanza di 780 euro a 4 milioni di disoccupati e alle famiglie "incapienti"? Alla Cgil di Susanna Camusso, che vuole ampliare la platea dei lavori cosiddetti usuranti e quindi l'accesso alla pensione a qualche centinaio di migliaia di lavoratori, aggirando la riforma Fornero? A Bersani, Speranza e D'Alema che vogliono la riforma del jobs act e la cancellazione del super-ticket? O, forse, si rivolge a Salvini che ribadisce ogni tre per due che l'abolizione della riforma Fornero sarà il primo atto di governo del centrodestra in caso di vittoria?
     È verosimile che il prof. Cottarelli si rivolga, con le sue analisi impietose ma realistiche, a tutti loro e a ciascuno di essi, ma, soprattutto, si rivolga al buon senso dei lettori de La Stampa per metterli in guardia dalle sirene del populismo. La piccola antologia delle promesse elettorali, largamente incompleta, è soltanto un anticipo dello stordimento elettorale cui saremo tutti sottoposti da qui al giorno delle votazioni. Essa è anche l'espressione compiuta di un Paese costretto a scegliere i propri governanti all'interno di un campionario di populismi che è difficile trovare negli altri Paesi europei.  La hybris dei partiti, difficile da tollerare in condizioni normali, diventa insopportabile quando si avvicina il giorno del giudizio elettorale. I moniti di Cottarelli ci ricordano le fragilità strutturali (e secolari) che bloccano lo sviluppo dell'Italia. Quando squaderna le cifre del debito pubblico e lancia l'allarme sulla sua sostenibilità, non lo fa certo per il piacere di calarsi nel ruolo di bastian contrario o per dare ragione al vice presidente dell'Eurogruppo, il finlandese Jyrki Katainen. Più semplicemente, Cottarelli ci ricorda che il giudizio sul debito è quello che viene dai mercati quando prezzano il rischio dei nostri titoli di Stato. L'Europa, la cancelliera Merkel o l'euro non hanno nulla a che vedere con il "rischio Italia" perché esso precede tutto il resto, essendo retaggio di politiche economiche di bilancio sempre pensate e attuate in chiave elettoralistica.
     Forse sarà il caso per i sondaggisti, attesi a un superlavoro nei prossimi mesi, di indagare più a fondo sulle ragioni che hanno portato negli ultimi anni metà degli elettori a disertare le urne e che si preparano a confermare il loro disamore per il mercato delle promesse elettorali. Magari si potrebbe scoprire che le persone preferiscono sentirsi raccontare di impegni concreti e realistici, di qualche sacrificio da fare, o magari di una quota dei loro risparmi da destinare per via forzosa al rifinanziamento del debito pubblico attraverso l'acquisto di Titoli di Stato "matusalemme", con scadenza a 30 o 50 anni. E quindi di tagli (veri) alla spesa pubblica. E dopo, ma soltanto dopo un percorso simile, arrivare al taglio composto delle tasse.
     Perché la vera sfida a cui sono attesi i partiti è proprio questa. Quanti italiani sono disposti a credere che chiunque sarà il vincitore - ammesso che ci sia un vincitore - delle prossime elezioni, una sola di quelle promesse sarà attuata senza che il Paese riceva una scossa terribile sui mercati? Il prof. Carlo Cottarelli non è un nuovo Mario Monti. Monti venne chiamato quando la casa bruciava, ha circoscritto l'incendio ma non lo ha spento del tutto. Sotto la cenere di Monti torna a bruciare il populismo di Berlusconi, Grillo, Renzi, Salvini. La sfida sarà di vedere se alle urne andrà almeno il 50% degli elettori.

domenica 12 novembre 2017

RENZI NON SPIEGA MA COMPLICA LE VICENDE BANCARIE



di Massimo Colaiacomo
     La lettera del segretario del PD alla Stampa è un piccolo capolavoro di contraddizioni. Tralascio ogni commento sul tono derisorio usato da Renzi per definire il pezzo pubblicato ieri sullo stesso giornale a firma di Marcello Sorgi: ognuno argomenta come sa, e Renzi, evidentemente, sa argomentare in quel solo modo. Vengo al merito: al punto 2 della sua lettera Renzi nega ogni mancata collaborazione e rivendica al suo governo di aver agito "in modo concertato e coeso" e insieme alla Banca d'Italia "hanno cercato di affrontare le numerose sfide che si sono presentate in quei mesi".
     Più avanti, al punto 4, Renzi scrive: "Anziché continuare a evocare la vicenda Banca Etruria, su cui pure sarà interessante nelle prossime settimane ricostruire sul serio l'accaduto anziché usarla come comodo alibi per azzerare ogni critica, sarebbe interessante capire che cosa è accaduto nella vigilanza sugli istituti veneti. E non basta cercare di scaricare in modo irresponsabile le colpe sui predecessori, più o meno autorevoli, come qualcuno potrebbe immaginare di fare, contro la nostra opinione". La "reenactment" renziana vacilla sotto il peso delle sue contraddizioni dalle quali può uscire solo con un atto d'accusa i cui destinatari sono due: Ignazio Visco e il suo predecessore "più o meno autorevole" Mario Draghi. Renzi lancia il sasso e nasconde la mano.
     Affermare, e Renzi lo afferma, che governo e Bankitalia hanno cercato insieme di affrontare le numerose sfide, significa due sole cose: a) o il governo Renzi è stato almeno corresponsabile per i ritardi accumulati nelle iniziative legislative volte a impedire un aggravamento della crisi del sistema bancario; b) oppure le parole di Renzi sono un atto d'accusa a Visco, colpevole di aver mentito al governo sulle reali dimensioni della crisi. Quando la Commissione Casini affronterà il caso del MontePaschi di Siena, dovrà cercare risposte a due questioni: a) l'incarico di advisor conferito dal governo a Goldman Sachs, costato 600 milioni di euro ai contribuenti, per tentare un aumento di capitale e salvare l'istituto con le risorse del mercato; b) che cosa ha spinto il presidente del Consiglio Matteo Renzi, nel gennaio 2016, a sollecitare i risparmiatori all'acquisto di azioni MontePAschi ritenendo risanato l'istituto. Immaginare che anche in quest'ultimo caso si possa chiamare in causa Bankitalia sarebbe non più segno di irresponsabilità, ma sarebbe un atto di pura codardia e viltà politica.

giovedì 26 ottobre 2017

GENTILONI E RENZI DIVISI, PRENDE FORMA IL DOPO ELEZIONI

La riconferma di Visco in Bankitalia e cinque voti di fiducia per l'approvazione del Rosatellum: è la logica imposta dal quadro politico che ha portato Gentiloni lontano da Renzi. Quello in carica è sempre più un governo "amico" per il PD. Il presidente del Consiglio e il segretario del PD arrivano divisi a fine legislatura, e questo aiuta dare forma al dopo elezioni


di Massimo Colaiacomo

     La riconferma di Ignazio Visco governatore di Bankitalia è stata "scambiata" da Gentiloni con l'imposizione di cinque voti di fiducia, tanti ne sono serviti per far passare il Rosatellum al Senato. Il presidente del Consiglio ha pagato un prezzo elevato al segretario del PD. Renzi ha incassato l'approvazione della legge elettorale, imponendo al governo un percorso di guerra contro il Parlamento, e in cambio ha dovuto cedere sulla riconferma del governatore contro il quale continua a indirizzare critiche ogni giorno più taglienti. Uno scenario simile è destinato ad allargare le divisioni tra Gentiloni e Renzi, ma non tra Gentiloni e il PD, un partito che sembra scuotersi alla vigilia del voto e accende la spia dell'allarme contemplando l'isolamento in cui lo hanno cacciato il leader e la sua fede cieca nella nuova legge elettorale.
     L'intemerata del presidente emerito della Repubblica, intervenuto ieri al Senato per criticare le forzature consumate nella procedura parlamentare e la raffica di voti di fiducia che ha impedito il dibattito parlamentare, è destinata a lasciare il segno, ma vale soprattutto come futura memoria visto che Napolitano si è ben guardato dall'attribuire a Gentiloni responsabilità non sue. "Coprire" Gentiloni, in nome della stabilità, ha significato chiamare Renzi sul banco degli imputati. In questa cornice politica, con le opposizioni pro-Rosatellum che entravano e uscivano dall'Aula al solo scopo di assicurare il numero legale e la fiducia al governo, si può misurare agevolmente la distanza incolmabile fra Gentiloni e Renzi, con il primo proiettato già nel dopo-elezioni e il secondo preoccupato di arrivarci stando ancora in sella al PD. Perché il voto "locale" della Sicilia, come vorrebbe Renzi, sembra un detonatore messo lì a bella posta per far deflagrare i malumori accumulati nei lunghi mesi di gestione monarchica del partito. Renzi sa di essere atteso al varco da Franceschini, Orlando, Fassino ma anche da un ministro come Roberta Pinotti, non più di incrollabile fede renziana.
     Che cosa significa il sommovimento in corso nel PD e dove può portare da qui al momento del voto? È difficile pronosticare il punto di caduta di un confronto sempre più aspro e imprevedibile nei suoi sviluppi. Certo è che il meccanismo della nuova legge elettorale è tale da porre tutti i partiti davanti a un bivio: o si è in grado di costruire coalizioni prima del voto, e puntare alla maggioranza del 40%, oppure si è costretti a costruirle dopo mettendo in piedi la maggioranza che la geografia parlamentare consente. Le proteste del M5s, clamorose quanto si vuole, sono destinate a non pesare più di tanto. Un partito che ha nel suo DNA il rifiuto di qualsivoglia alleanza politica non può pretendere di avere una legge elettorale che assecondi il suo obiettivo di sbaraccare il Parlamento e la logica parlamentarista. Grillo e Di Maio pretendono un Parlamento immobile come la maschera di Tecoppa che ai suoi bersagli diceva: non muovetevi, altrimenti non posso colpirvi. Il Rosatellum  segnala, sia pure nei modi sbagliati e confusi, la capacità del Parlamento di mettere in piedi una legge elettorale senza doversi limitare ad accettare le sentenze della Corte costituzionale. Non è il massimo, d'accordo, ma non è neppure poco in questo tempo della politica.
     Rimane da chiedersi se e in che misura Matteo Renzi sia nella condizione di costruire un'alleanza elettorale puntando a vincere le elezioni per governare, o, al contrario, se non abbia già deciso di puntare alla "non sconfitta" per giocare le carte residue di cui dispone nel dopo voto. Sembra, però, che si profili per lui un problema supplementare: un dopo-elezioni senza vincitori è il terreno più adatto per le mosse dell'attuale presidente del Consiglio. Incassare cinque voti di fiducia, sia pure su una materia estranea al programma di governo, senza più disporre di una maggioranza organica è sicuramente un'umiliazione per la democrazia parlamentare, ma è anche una bella prova generale per il dopo voto. Si può dire che sia stato un effetto collaterale non ben ponderato da Renzi.

sabato 21 ottobre 2017

LA PARTITA BANKITALIA NON PREVEDE IL PAREGGIO

Quando il presidente del Consiglio evoca il principio dell'autonomia mette in mora Matteo Renzi: come potrà dirsi autonoma l'istituzione di Palazzo Koch se Ignazio Visco viene rimosso dopo l'intemerata del segretario di un partito politico, a maggior ragione se partito di maggioranza?


di Massimo Colaiacomo


     Si deve supporre che il leader del PD non abbia calcolato fino in fondo le conseguenze del suo assalto al governatore in scadenza di Bankitalia. Rivendicare il diritto di critica all'operato di un'istituzione è cosa legittima, ma farlo dopo avere scatenato un putiferio istituzionale manifesta un livello di ingenuità e di sprovvedutezza al limite dell'irresponsabilità. A pochi giorni dal Consiglio dei ministri che dovrà procedere, a norma di legge e senza rinvii, alla nomina del governatore di Bankitalia, Gentiloni si affanna a spegnere l'incendio appiccato quotidianamente da Matteo Renzi su una vicenda che rischia di trascinare il PD, e il Parlamento, a uno scontro senza quartiere con Bankitalia le cui conseguenze non sono al momento prevedibili.
     Quando Gentiloni, persona prudente nei modi e cauta nelle decisioni, chiarisce che qualsiasi decisione sarà presa dal governo, sentito il Consiglio Superiore di Bankitalia, nel rispetto dell'autonomia dell'istituto, non si limita soltanto a ricordare un principio ovvio e scritto nello Statuto di Palazzo Koch, ma pone una questione politica rilevante e mette, con la soavità dei suoi modi, una distanza politica siderale fra sé e Matteo Renzi: come rimuovere Ignazio Visco, sotto attacco da PD e M5s, senza con ciò minare nelle fondamenta l'autonomia dell'istituto? Per Gentiloni, il problema si amplifica, perché, da qui a venerdì prossimo, giorno del Consiglio dei ministri, dovrà chiedersi: come confermare Visco senza allargare il fossato fra Palazzo Chigi e il PD?
     Si dice che una via d'uscita potrebbe essere trovata dallo stesso Visco il quale, per cavarsi fuori d'impaccio e togliere le castagne dal fuoco a Gentiloni, potrebbe fare un passo indietro. Ipotesi verosimile, ma praticabile pagando un prezzo politico non indifferente. Perché rimane pur sempre il vulnus provocato dalle sortite di Renzi. Il fatto nuovo e rilevante viene dalle voci di dissenso dalla linea di Renzi uscite in queste ore dal PD. Due ministri politicamente rilevanti, sia pure per ragioni diverse,  Carlo Calenda e Roberta Pinotti, hanno apertamente preso le distanze da Renzi con ciò manifestando le crepe che la mozione su Bankitalia ha aperto all'interno del PD. Per il principio dell'eterogenesi dei fini, Renzi ha finito per innescare uno scontro interno al partito che rischia, se non viene circoscritto, di mescolarsi all'esito del voto in Sicilia, che i sondaggi pretendono negativo, con ciò facendo esplodere tutti i malumori fin qui trattenuti.
     La partita sulla nomina del governatore, per come Renzi l'ha impostata, non prevede il pareggio. È evidente che Visco non è un giocatore, ma soltanto il pretesto, perché i duellanti, alla fine, sono Gentiloni e Renzi. La posta in palio è altissima: è il futuro di Renzi nel partito (quello nel governo sembra più il passato) e il futuro di Gentiloni nel governo della prossima legislatura.