martedì 16 aprile 2013

PRODI E IL DOPPIO TURNO FRANCESE, IL PROF NON MOLLA LA CORSA AL QUIRINALE E RILANCIA


di Massimo Colaiacomo

     Ricapitolando: Matteo Renzi punta a un governetto di scopo che faccia un compitino accettabile sulle legge elettorale, pompi un po' d'ossigeno al paziente Italia prima che stramazzi e, poi, alle urne. Preferibilmente in ottobre o, male che vada, il prossimo anno in primavera. Berlusconi e Bersani puntano al tutto e subito, ma ognuno seguendo un suo percorso. Il Cavaliere accarezza l'idea di un governo politico imperniato su Pd e PdL; Bersani recalcitra, sbuffa e spinge per un governo di minoranza o, come si diceva nella più fantasiosa Repubblica dei bei (?) tempi, allo sbando. Pensa di andare al Senato, farsi impallinare e tornare alle urne. Insomma, se c'è da rivotare si faccia presto e, all'occorrenza, si trasformino le cabine della spiaggia in cabine elettorali. E su questo i due Ber filano d'amore e d'accordo.
     Problemi: che senso ha tornare alle urne con la legge elettorale che ha bloccato il Paese? E come può la causa del male trasformarsi nella sua terapia?
     Gli orizzonti temporali delle strategie di Bersani e di Berlusconi differiscono: il segretario Pd ha una sola finestra di opportunità, a giugno. Qualsiasi altra tempistica passa sopra il suo cadavere politico. Idem Berlusconi: rivotare a giugno è possibile, ogni altra ipotesi lo vedrebbe soccombere all'incalzare del tempo.
     Mai come nel caso di questi tre leader la tempistica è diventata la sostanza stessa delle rispettive agende politiche. C'è un comune denominatore che li unisce? Sì: nessuno di loro pensa a un esecutivo che vada oltre la primavera del 2014. Per Renzi sarebbe dura tenere la scena. Bombardare il quartier generale del partito rischia, infatti, di assimilare la strategia di Renzi alla politica di pura demolizione del grillismo.
     Esiste un punto medio di incontro fra le tre diverse esigenze strategiche? Sulla carta, no. La strategia di Renzi è antitetica a quelle di Bersani e di Berlusconi. Quella di Bersani, se il leader Pd rimane convinto della suggestione del governo di minoranza, punta al voto ravvicinato esattamente come Berlusconi.
     Come si incrociano queste diverse strategie nell'elezione del presidente della Repubblica? Oggi ha parlato Romano Prodi, il cavallo che in troppi danno già per azzoppato, e ha detto cose pesanti. La più importante è sulla legge elettorale: il doppio turno alla francese garantisce il governo. Vero. Ma furbesca come affermazione. Prodi ha lasciato volutamente nell'aria il seguito della sua analisi: il doppio turno francese ha senso quando, superato il primo turno in cui si vota il partito, si tratta di votare il candidato alla presidenza della Repubblica e la sua maggioranza nel secondo turno.
     Prodi ha aperto, con la sua affermazione, a un cambiamento radicale degli assetti di potere e istituzionali. Ha indicato la via di una riforma che non può essere realizzata da un governo di scopo o istituzionale, ma presuppone una maggioranza vasta e coesa. Paradossalmente, ma non troppo, la riforma elettorale di Prodi si muove in direzione di quel riformismo istituzionale tante volte invocato da Berlusconi come propedeutico per qualsiasi cambiamento in Italia. Sotto questo aspetto, si può dire che Prodi ha lanciato un ballon d'essai verso il centrodestra, cioè la parte politica a lui più ostile al punto da immaginare, come ha detto Berlusconi a Bari, emigrazioni in massa in caso di sua elezione al Quirinale.
     Le affermazioni di Prodi sulla legge elettorale non sono destinate a cadere nel vuoto. Se esse hanno un sapore quasi programmatico, anche gli altri candidati saranno costretti in qualche modo a misurarsi con la sfida lanciata dall'ex premier. Si sa che dietro il suo aspetto disguised pacioso, Prodi arpiona con forza le situazioni. Se non è il candidato in cima alla lista di Bersani, oggi ha detto che è pronto a scombinare quella lista con qualsiasi mezzo. Anche a costo di rivoluzionare le istituzioni, lui, conservatore per natura.

sabato 13 aprile 2013

TROPPE PARTITE ATTORNO AL QUIRINALE, SARÀ DECISIVO INCONTRO RENZI-CAVALIERE

di Massimo Colaiacomo

     La partita del Quirinale si complica e in casa Pd diventa sempre più simile a un nodo marinaio le cui estremità rimangono inafferrabili. Impossibile per Bersani scioglierlo senza forzature, mortalmente pericoloso per lui provare a reciderlo. Matteo Renzi è l'estremità divenuta più scivolosa e inafferrabile per il segretario Pd. Il sindaco fiorentino sta giocando una partita complicata ma per niente assimilabile a quei trapezisti del circo che si esibiscono senza rete. Al contrario, Renzi ha costruito in pochi giorni una rete di contatti fin troppo ampia come dimostrano gli incontri con Massimo D'Alema, ricevuto a Palazzo Vecchio, e con Walter Veltroni, incontrato nella sua casa a Roma. Senza contare i renziani dell'ultima ora, da Franceschini a Enrico Letta. Quanto questa rete sia solida è ancora da verificare. Ma per fare che cosa e in funzione di quale obiettivo?
     Fino a qualche giorno fa, Renzi aveva un obiettivo fisso: impedire l'elezione di un presidente della Repubblica sgradito a Berlusconi e votato soltanto da Pd e grillini. E non certo per amore di Berlusconi o per premura verso i suoi guai giudiziari. Più semplicemente, per evitare che un presidente, il cui profilo coincideva con quello di Romano Prodi, troppo debitore a Bersani finisse per essere un docile strumento nelle mani del segretario Pd e quindi, una volta eletto, gli conferisse l'incarico per un governo anche di minoranza da mandare in Parlamento a cercarsi i voti. All'interno di un simile schema era da contemplare lo scioglimento del Parlamento, anche a giugno, e nuove elezioni con Bersani ancora candidato premier non potendo celebrare le primarie in poche settimane.
     Ora, riferiscono le cronache piene di spifferi e congetture, il sindaco fiorentino avrebbe ribaltato il suo gioco. E il presidente la cui elezione era da evitare come una catastrofe (Romano Prodi), sarebbe diventato all'improvviso una carta decisiva e buona da giocare nella logica di Renzi. Che cosa è successo, se davvero qualcosa è successo?
     Non è successo molto, almeno in apparenza, e nulla che possa spiegare un ribaltamento dei piani del sindaco di Firenze. L'obiettivo di Renzi non è cambiato: egli punta sempre a conquistare la candidatura per Palazzo Chigi, ma ritiene importante conquistare prima la segreteria del Pd. Da questa casella può dirigere più agevolmente le operazioni e impostare una strategia delle alleanze rispolverando la vocazione maggioritaria di Veltroni. In sostanza, Renzi vuole liberarsi della zavorra di Vendola e rendere il Pd competitivo tanto verso i grillini quanto verso i residui del centrino di Monti.
     Come si inserisce una presidenza della Repubblica di Romano Prodi e come essa potrebbe aiutare questo schema? Questo rimane un mistero. 
     La verità è, come spesso accade, più prosaica di quel che appare. E i retroscenisti, con la schiena rotta per il tempo passato a sbirciare dal buco della serratura, qualche volta perdono quel che accade sulla scena.
     Matteo Renzi è un giovane "vecchio" democristiano e sa bene di quante trappole, strambate e virate inattese è fatta la corsa verso il Quirinale, massacrante più del Palio di Siena per i cavalli. La sua strategia può essere definita "a fisarmonica". Egli spinge per un presidente eletto a larga maggioranza, quando vede Bersani incamponito a difendere il suo diritto a formare un governo di minoranza per il quale avrebbe bisogno di un Prodi al Quirinale e di un Cavaliere con il fucile al piede. Al contrario, quando Renzi si avvede della possibilità per Bersani di stringere un accordo con Berlusconi per una larga convergenza sul Quirinale, Renzi stramba all'improvviso e rilancia una candidatura divisiva per separare Bersani da Berlusconi. Il sindaco si muove con l'abilità di uno scacchista impegnato per ora a demolire le difese dell'avversario Bersani portandogli via alcuni pedoni (D'Alema, Veltroni, Letta). Forte dei suoi circa 50 parlamentari, Renzi aspetta di incontrarsi lui con il Cavaliere per decidere il cavallo vincente nella corsa verso il Colle.
     Quella che sembra un'ipotesi remota è in realtà l'unica che potrebbe davvero decidere le sorti della successione al Quirinale. Renzi ha rilanciato l'ipotesi di Prodi senza nessunissima convinzione anzi, da buon democristiano, sa di averlo bruciato. Renzi accende un falò per ciascuno dei candidati di rottura esaminati da Bersani ma così facendo vuole dimostrare al Cavaliere che un incontro utile e decisivo può essere quello con lui, con il sindaco di Firenze nel cui accampamento arrivano ogni giorno truppe fresche dalle fila bersaniane. È da credere che se non si sono ancora sentiti, presto Berlusconi e Renzi dovranno parlarsi. È il solo modo che ha il Cavaliere per capire come io ade la partita del Colle evitando di rompersi l'osso del collo.

mercoledì 10 aprile 2013

impazientimasenzafretta: SARA' IL SUCCESSORE DI NAPOLITANO A STABILIRE LA D...

impazientimasenzafretta: SARA' IL SUCCESSORE DI NAPOLITANO A STABILIRE LA D...: di Massimo Colaiacomo Mai come questa volta le chiavi della legislatura appena iniziata saranno tutte e soltanto nelle mani del futur...

SARA' IL SUCCESSORE DI NAPOLITANO A STABILIRE LA DURATA DELLA LEGISLATURA (E DELL'EVENTUALE GOVERNO BERSANI)


di Massimo Colaiacomo

Mai come questa volta le chiavi della legislatura appena iniziata saranno tutte e soltanto nelle mani del futuro presidente della Repubblica. La duplice partita su governo e Quirinale è diventata un rompicapo per le principali forze politiche e il tentativo di affrontarle separatamente - prima trovare il successore di Giorgio Napolitano e, dopo, individuare la maggioranza per il governo - mai come in queste ore appare tanto velleitario. Vediamo di spiegare meglio come si dipanano le strategie dei due protagonisti principali, cioè Bersani e Berlusconi, vale a dire il non-vincitore e il non-sconfitto delle elezioni.
Berlusconi, si sa, chiede che la casella del Colle sia occupata da una figura istituzionale non ostile al centrodestra. In soldoni, non ostile a Berlusconi medesimo e neppure lontanamente sospettabile di offrire una sponda al circo mediatico-giudiziario da cui il Cav si sente accerchiato. I nomi sono conseguenza delle cose e si spreca inutilmente tempo a sgranare il rosario dei soliti noti di cui sono piene le pagine dei giornali.  Più da vicino, proviamo a osservare quali sono le conseguenze di una scelta simile. L’elezione di un presidente che sia non solo garante della Costituzione ma che si riveli nello stesso tempo tutore degli equilibri politico-istituzionali inciderebbe non poco sul percorso successivo per la formazione del governo. Nel senso che Bersani si vedrebbe riconosciuto da Berlusconi il diritto a tentare la formazione di un esecutivo, sia pure di minoranza, in grado di navigare per un certo tratto.
E’ lo scenario più rassicurante per Berlusconi ma anche quello più insidioso per Bersani. Un governicchio sostenuto da un mare di astensioni sarebbe inevitabilmente esposto a pressioni e ricatti continui. Insomma, un vascello fragile nel mare tempestoso di un Parlamento che i grillini vorranno sempre in subbuglio. D’altra parte, l’alternativa a un presidente della Repubblica scelto con il metodo delle larghe intese è, al momento, quella di un presidente eletto dopo il terzo scrutinio, quando è sufficiente la maggioranza semplice dei 1057 grandi elettori, e dunque un presidente che per questa ragione verrebbe percepito come di parte e si troverebbe la strada tutta in salita nello svolgimento delle sue funzioni. Sempre sospettato di anti-berlusconismo e di favorire il centro-sinistra, una figura simile esporrebbe ai venti della crisi l’ultima istituzione conservata intatta nella sua credibilità.
Un presidente eletto a maggioranza metterebbe in fibrillazione il centro-destra e il suo leader ma, al contrario, accorderebbe a Bersani un vantaggio tattico non piccolo. Il leader Pd, insediato a Palazzo Chigi con un governo di minoranza, potrebbe scegliere il tempo giusto per andare alle urne, anche a luglio, ma in tal caso sarebbe lui il candidato naturale poiché da presidente dimissionario sarebbe difficile per chiunque, e quindi anche per Renzi, invocare le primarie.
Per realizzarsi, un tale scenario, però, deve scontare alcuni passaggi che non sono affatto scontati. Il voto dei grillini, per esempio. Perché possa decollare, il governo di minoranza a guida Bersani deve poter contare sulla spaccatura del gruppo dei 5 stelle in Senato, evento, al momento, non facile da prevedere. La verità è che Bersani si trova stretto fra due fronti: uno esterno al Pd, il fronte grillino, che no dà segni di cedimento se è vero che Grillo, proprio per evitare lo sfaldamento del gruppo a Palazzo Madama, sta lavorando a una candidatura autonoma per il Quirinale così da costringere i suoi a convergere su un solo nome. L’altro fronte caldo per Bersani è tutto interno al partito. Matteo Renzi sta giocando la partita del Quirinale con abilità e, forse, con qualche eccesso di tatticismo. Che cosa fa Renzi? Appena si avvede di una qualche psosibile intesa sul governo fra Bersani e Berlusconi, lancia per il Quirinale una candidatura divisiva, come possono essere quelle di Prodi o Boldrini, per raggelare il Cav. Come vede allontanarsi ogni ipotesi di accordo sulla maggioranza di governo, Renzi cambia cavallo per il Quirinale e rilancia una candidatura super partes che sia gradita anche al Cavaliere.
Quella del sindaco di Firenze è una strategia che punta a scuotere il suo partito per accentuare l’isolamento di Bersani dalla maggioranza che lo sostiene. Gioco fin qui riuscito, ma carico di azzardo a mano a mano che si avvicina il tempo della scelta. Renzi punta a indebolire la strategia di Bersani nella formazione del governo, a impedirgli di saldare un qualche accordo con Berlusconi e a rendergli impossibile qualsiasi sostegno occulto dei grillini. E’ un’anatra zoppa, in sostanza, il premier che Renzi è disposto a far arrivare a Palazzo Chigi. Come potranno combinarsi le tessere di questo puzzle è ancora prematuro per capirlo. Certo è che né Bersani né Berlusconi sono in condizione di potersi dare rassicurazioni reciproche sul Quirinale e su Palazzo Chigi. La variabile Renzi è in grado di fare la differenza in qualsiasi momento. 

domenica 7 aprile 2013

BERLUSCONI-BERSANI VERSO UN ACCORDO DI RECIPROCA SOPRAVVIVENZA

L'INTESA NON FRENERA' IL DECLINO DELL'ITALIA E DELLA REPUBBLICA
ACCORDO PD-PDL PER BLOCCARE MATTEO RENZI, UNICA ALTERNATIVA.
IL SINDACO DI FIRENZE HA UN PROGETTO DI GRANDE RIFORMA COME LO AVEVA BETTINO CRAXI, GLI ALTRI NON HANNO NIENTE


di Massimo Colaiacomo

     So bene che non è mai elegante l'autocitazione. Ma se è vero che si va concretizzando quanto avevo ipotizzato come ragionevole in un post del 26 marzo ("Bersani-Cav divisi su tutto ma uniti dallo stesso nemico: Renzi), proverò allora a inoltrarmi su quello stesso sentiero per vedere i possibili traguardi di un'intesa PdL-Pd oggi meno remota, se non più vicina, di qualche giorno fa. Le cronache giornalistiche con il loro corteo di dichiarazioni e congetture sono note e non ci interessa né ripeterle né riassumerle in questa sede. Più interessante è capire perché Bersani e Berlusconi si acconciano a fare qualcosa fino a ieri rifiutata da Bersani e da Berlusconi considerata, invece, come il massimo obiettivo per le proprie sorti personali. Berlusconi deve salvarsi dai processi, e per questa ragione è pronto da sempre a sostenere un governo Bersani, a condizione di avere un presidente "amico" al Quirinale; Bersani deve salvarsi dai suoi pronti alla resa dei conti con il coltello fra i denti.
     B&B sono due uomini in fuga, da pericoli, è vero, molto diversi ma non per questo sono meno interessati a darsi reciproco sostegno, almeno per un certo tempo. La loro salvezza, per quanto precaria resti la loro sorte, passa dunque attraverso una tregua e un patto di non belligeranza che deve necessariamente avere nell'elezione del Capo dello Stato una specie di accordo notarile con condizioni vincolanti per tutti i contraenti. L'immagine che un simile scenario proietta nell'immaginario collettivo è quella di un ceto politico vecchio e logoro, alla disperata ricerca di qualche motivo per autoconservarsi, evitando così un nuovo giudizio elettorale. Del resto sono obiettivi che vedono Berlusconi e Bersani più vicini di quanto non dicano le schermaglie quotidiane.
     Su quale accordo programmatico potrà basarsi un'intesa fra Bersani e il Cav? Nulla di più, nulla di meno di quanto ha mostrato di poter fare il vituperato governo tecnico di Mario Monti. I proclami berlusconiani con le 8 proposte restitutive agli italiani di ogni bene (dall'IMU sulla prima casa all'esenzione previdenziale per chi assume a tempo indeterminato) sono destinate a rimanere lettera morta, almeno fin quando il Cavaliere non avrà indicato dove e come recuperare dal versante delle uscite i maggiori aggravi di spesa. Qualcuno ha mai sentito gli aspiranti leader, durante la campagna elettorale o subito dopo, alludere a capitoli di spesa pubblica da tagliare? Il solo Matteo Renzi, sconfitto alle primarie, ha fatto un preciso riferimento a tagli di spesa per circa 20 miliardi alla voce Beni e Servizi: una somma, disse Renzi, necessaria per restituire 100-200 euro a ogni mensili ai lavoratore con reddito netto inferiore ai 2000 euro.
     Il fatto davvero nuovo, destinato a pesare sul programma di Bersani o di chiunque altro riuscirà a formare il governo, è che nessuno potrà più usare la leva fiscale per aumentare le tasse o le imposte. L'Italia è vigilata speciale in Europa e qualsiasi manovra fiscale, soprattutto se con finalità redistributive, non potrà che nascere da preventivi, corrispondenti e verificabili tagli di spesa. Ogni altra scorciatoia è vietata, non foss'altro dal buon senso.
     Nella grande ondata di populismo subita passivamente da forze politiche decisamente autodelegittimate, il programma dell'esecutivo procederà a nuovi tagli dei finanziamenti alla politica continuando così ad alimentare nel Paese la pericolosa illusione che limati i denti a quei politici famelici  l'Italia potrà imboccare con decisione la via della ripresa. Un'illusione e una menzogna che partiti pavidi accettano di raccontare al Paese pensando così di arginare il populismo becero e fascista di Beppe Grillo. Quello a cui assistiamo in questi giorni e settimane è lo spettacolo avvilente di un ceto politico decerebrato, privato di ogni visione dei problemi generali dell'Italia e preoccupato unicamente di conservare, attraverso capriole etiche, gli ultimi brandelli di potere.
     Nessuna riforma costituzionale, urgente più di qualsiasi altra, vedrà la luce nei prossimi mesi. La sola legge elettorale potrebbe essere rivista, essendo l'unico strumento da tutti i partiti riconosciuto valido per la distribuzione del potere. Matteo Renzi è stato il solo a richiamare espressamente la necessità di una riforma presidenzialista e un sistema politico imperniato su due grandi partiti. Dagli altri partiti nessun cenno. Né i giornali hanno speso più di due righe per spiegare le implicazioni politiche della scelta renziana.
     Se si lascia lo scenario e si torna al presente, si può ragionevolmente accettare l'ipotesi di un accordo sul Quirinale fondata su un personaggio di garanzia (i nomi sono quelli soliti: Marini, D'Alema, Amato). Sono personaggi come questi i garanti migliori che un accordo sarà poi trovato sul piano del governo. E qui i calcoli delle convenienze personali si fanno più sfacciati che non per la conquista del Colle. Che interesse può mai avere Berlusconi a dare il via libera a un esecutivo di legislatura, con il rischio che questioni come la sua eleggibilità o il conflitto di interessi possano farsi strada nelle iniziative del Parlamento? Che interesse può mai avere Bersani a guidare un esecutivo del presidente la cui agenda sarebbe perciò stesso concordata con il presidente della Repubblica e per una durata temporale più o meno breve? Vero è che Bersani non può neppure aspirare a un governo di lunga durata la cui esistenza sarebbe rimessa alla disponibilità del PdL. E quella disponibilità, di riffa o di raffa, rimane condizionata agli sviluppi delle vicende giudiziarie del Cavaliere.
      Come si vede, a mano a mano che ci si inoltra sul terreno delle possibili opzioni, emerge con forza il profilo del governo di scopo come il punto di equilibrio fra convenienze ed esigenze non facilmente componibili. Prendere un tempo minimo (un anno, forse 18 mesi o due anni) per placare l'ondata populistica dei grillini; aggiustare quanto basta la legge elettorale, per aggirare il rischio di una nuova, futura paralisi parlamentare; tenere ferma la barra del risanamento della finanza pubblica (per la quale, a questo punto, un governo a Roma diventa quasi superfluo dopo l'inserimento del pilota automatico da parte della Bce) sono i punti minimi del futuro esecutivo per guidare il quale si cercherà una figura di compromesso, pronta a farsi scaricare dai partiti non appena i sondaggi dovessero segnalare un'inversione di tendenza dei M5s. 
     E' attorno a un simile programma di sopravvivenza dell'attuale sistema politico, come è ragionevole ipotizzare, che Berlusconi e Bersani troveranno un qualche accordicchio. Nessuna riforma di sistema vedrà mai la luce. E' del resto impossibile immaginare che un ceto politico screditato e impegnato a perpetuarsi possa mettere in campo riforme decisive che porterebbero inevitabilmente alla decapitazione di chi le fa. Sarà bene rassegnarsi a un'agonia ancora prolungata della Repubblica. A meno che un Renzi di pari forza e solidi convincimenti non si faccia strada anche nel centrodestra. Allora sarebbero da rivedere i mesti ragionamenti fin qui svolti. 

venerdì 5 aprile 2013

BERSANI E BERLUSCONI DIVISI SU TUTTO MA UNITI DALLA PAURA DI RENZI

di Massimo Colaiacomo

     Girano ancora a vuoto le diplomazie ufficiali attivate da Berlusconi e da Bersani per sistemare la partita del Quirinale. Poco si sa, al di là delle congetture più o meno fantasiose delle cronache, sull'ordito al quale lavorano invece gli emissari di fiducia. La partita politica, per restare a quanto di concreto si vede sulla scena, ha registrato alcuni movimenti importanti, non decisivi, ma meritevoli di un'attenta valutazione.
     Il primo elemento è l'impazienza crescente di Matteo Renzi. Il sindaco di Firenze ha preso a martellare quotidianamente contro "la perdita di tempo" della politica, espressione scoccata come una freccia all'indirizzo di Bersani reo, a giudizio di Renzi, di aver perso 40 giorni umiliandosi nell'inseguimento dei grillini senza cavare un ragno dal buco. Da qui l'aut aut a Bersani: cerchi l'intesa con il PdL per un governo di scopo, oppure si torni al voto.
     Qui si innestano le varianti di Berlusconi e di Bersani: il primo insiste per un governo di larghe intese, quindi un esecutivo tutto politico, con Pd e PdL, che gli garantirebbe quell'agognata legittimazione politica che insegue da quando è entrato in politica. Bersani non deflette dal suo disegno, anche se guardandosi dietro vede sempre più assottigliarsi le truppe dei suoi sostenitori per un governo sostenuto dai dissidenti grillini e dai naufraghi del montismo. Si tratta, appunto, di un disegno sempre più simile ai fuochi fatui di certe sere estive.
     Renzi è contrario alle larghe intese berlusconiane e al progetto politico già fallito di Bersani. Il sindaco di Firenze ha aggirato entrambi le strategie: il successo dell'una o dell'altra, lo avrebbe infatti  ridotto a una condizione marginale e dilatato enormemente i tempi della rivincita politica nel centrosinistra.
     Ecco che il governo di scopo o del presidente, vale a dire la soluzione che al momento sembra meno remota e attorno alla quale si va coagulando una nuova maggioranza nel PD, si configura come la soluzione più auspicabile o almeno più vicina agli interessi di Renzi. Per le ragioni opposte, è anche l'approdo più temuto da Berlusconi e da Bersani. Un governo di scopo, infatti, avrebbe un orizzonte temporale limitato, un'agenda circoscritta di impegni - primo fra tutti: la riforma elettorale - e, soprattutto, avrebbe in Renzi, con la sconfitta politica di Bersani, il nuovo candidato premier del centrosinistra. Una simile prospettiva, fondata sulla sconfitta di Bersani, non è rassicurante neppure per Berlusconi: l'ennesimo scontro elettorale, con un avversario che avrebbe la metà dei suoi anni, sarebbe una partita persa in partenza e Berlusconi, si sa, non gioca le partite nelle quali non abbia la certezza della vittoria o almeno della "non sconfitta".
     Renzi è, dunque, la variabile che potrebbe riattivare il dialogo fra Bersani e il Cav.  Dialogo che ruota attorno alla successione di Napolitano. E che ha bisogno, per funzionare sul piano del governo, di scartare personaggi troppo caratterizzati pro (Gianni Letta) o contro (Romano Prodi) Berlusconi. Gustavo Zagrebelski o Stefano Rodotà rappresenterebbero invece il salto nel buio per l'Italia e per la politica, con il loro radicalismo sulfureo sono infatti due rappresentanti di quell' "intransigentismo moralistico" che tanti guai ha provocato e altri può provocare nel nostro Paese.
     L'accordo su personalità come Franco Marini o Giuliano Amato o Massimo D'Alema consentirebbe a Bersani di ridurre il muro di incomunicabilità con Berlusconi, ma non risolverebbe il dilemma sul governo: come escludere Berlusconi se Grillo non porta i suoi voti? E come spiegare l'esclusione di Berlusconi dalla maggioranza dopo aver trovato con lui un'intesa sul Quirinale? Escluso dai giochi sul Quirinale, come potrebbe Bersani tornare alla carica su Grillo per ottenerne il suo sostegno al governo? Il Quirinale è il bandolo della matassa. Alla fine, però, la matassa ha già scritto "governo di scopo". Anche perché, sul Quirinale, ci sono i 50 voti di senatori e deputati renziani senza i quali Bersani non può far nulla. Renzi può a giusta ragione ritenersi soddisfatto: Bersani ora impugna il coltello non più dalla parte del manico ma dalla parte della lama. 

lunedì 1 aprile 2013

I SAGGI? MOTORE DI RISERVA PER ARRIVARE AL 15 APRILE

di Massimo Colaiacomo

     Con la nomina dei 10 saggi, e l'incarico ad essi di formulare proposte per il programma di governo e le riforme istituzionali, il presidente della Repubblica ha messo in campo l'ultima risorsa che la fantasia politico-istituzionale consente al presidente della Repubblica nell'attuale ordinamento costituzionale. Napolitano, sia chiaro, non ha fatto nessun golpe come strillano i giornali vicini al centrodestra. Altrettanto chiaro deve essere che l'elasticità minima prevista dalla Costituzione è stata spinta ben oltre i limiti previsti dalla stessa Costituzione. Il concetto di "congelamento", affacciato da qualche opinionista con riferimento alla prorogatio del governo Monti è una metafora troppo educata per descrivere il corto circuito provocato al sistema parlamentare e costituzionale.
     Non passa, e mai può passare, l'idea che un Parlamento, eletto il 25 febbraio, non essendo in grado di esprimere una base parlamentare di maggioranza, perde perciò il diritto a votare la fiducia a un esecutivo o a rinnovarla all'esecutivo guidato da Monti. Questo è, di fatto, un congelamento delle prerogative parlamentari da parte del presidente della Repubblica. Poi, tecnicamente, si deve discutere la differenza fra la sospensione di quei diritti o la loro confisca da parte di un potere previsto dalla Costituzione nel ruolo arbitrale.
     Il paradosso è evidente: Napolitano ha agito nel rispetto pieno della Costituzione. Ha ascoltato le forze parlamentari ed esplorato, come è suo preciso dovere, le vie possibili per la nascita di un governo con una maggioranza parlamentare certa se non solida. Non è i uscito nel suo intento. Egli è nel semestre bianco, quindi nell'impossibilità costituzionale di sciogliere il Parlamento. Quali altre strade poteva imboccare, a parte le sue dimissioni? È cosa sarebbe stato dell'Italia e del suo debito pubblico (e quindi dei risparmi degli italiani) lunedì Primo aprile quando, alla loro riapertura, i mercati si fossero trovati davanti un Paese decapitato sul piano istituzionale, con un goveno prorogato e da nessuno voluto e un Parlamento paralizzato dai veti delle tre principali minoranze?
     Non è dato sapere, mentre questa nota è in fase di elaborazione, quali sentimenti si agitano nell'animo degli italiani costretti probabilmente a passare la Pasqua più amara e ansiosa degli ultimi decenni. Certo è che domani, lunedì Primo aprile, un primo verdetto dai mercati dovrà venire e non sarà, come molte cose lasciano prevedere, un giudizio positivo. Sono circostanze drammatiche quelle che hanno spinto Napolitano, contro la sua volontà di custode leale e fermo della Costituzione a sfiorare il limite estremo della stessa.
     Cm la decisione di incaricare i saggi Napolitano ha dunque compiuto una duplice azione, contraddittoria quanto si vuole ma ineluttabile: ha denunciato, da un lato, la crisi irreversibile di tenuta del sistema e, dall'altro lato, ha cercato di porvi un rimedio temporaneo. L'ha tamponata ma certo non risolta, non avendone gli strumenti. Essi sono nelle mani del Parlamento e dei partiti che lo esprimono. E questo è un ulteriore elemento di complicazione laddove dovrebbe essere la soluzione. In nessuna democrazia occidentale si è mai assistito a uno scontro aspro e all'ultimo sangue come quello ingaggiato dal Pd contro il PdL. Il muro di pregiudiziali innalzato dai vertici del Pd, e assecondato da un'opposizione interna che solo adesso sembra scuotersi dal torpore, è stato ricambiato con la stessa moneta da Silvio Berlusconi. Entrambi - Bersani e Berlusconi - paralizzati dal potere di veto esercitato dai "grillini" attraverso la mobilità funambolica del loro leader. Grillo gioca agevolmente di rimessa, cosa che i suoi avversari gli rendono estremamente facile.
     L'incartamento del quadro politico non lascia intravvedere soluzioni a portata di mano. Ogni minima forzatura, del Pd verso il PdL o viceversa, rischia di tramutarsi in una spallata a una legislatura che sembra morta in culla. Da qui al 15 aprile è comunque cambiata l'agenda dei partiti: l'accordo da ricercar è ora sul Quirinale. Da come esso sarà trovato, sempre che un accordo sia trovato, sarà agevole capire se ci sarà un governo o se invece si precipiterà verso nuove elezioni. A questo punto possibili anche a luglio, con vantaggio di Bersani e Berlusconi perché costringeranno Matteo Renzi a rimanere sugli spalti.