lunedì 10 aprile 2017

È UFFICIALE, NON ESISTE LA DEMOCRAZIA "SECONDO GRILLO"



di Massimo Colaiacomo

     Un giudice del Tribunale civile di Genova ha sentenziato che non può esistere una democrazia "secondo Grillo", cioè un sistema di decisioni pubbliche piegato a logiche di tipo personale o privato. Il succo di quanto è accaduto a Genova sta tutto qui. La contesa fra Marika Cassimatis, votata dagli iscritti e poi sconfessata da Grillo, e il M5s è stata chiarita da un Tribunale della Repubblica. Questo episodio ha delle conseguenze politiche rilevanti, alcune immediate e altre misurabili nel tempo. Le conseguenze più vicine dicono della confusione in cui viene a trovarsi il Movimento e il suo "padrone garante". Perché il giudice Roberto Braccialini ha escluso il candidato grillino, Luca Pirondini, imposto da Grillo che ha fatto ripetere il voto on line dagli iscritti, alla seconda votazione non più solo genovesi.
     Il risultato è che il M5s non avrà, allo stato dei fatti, un proprio candidato al Comune di Genova, cioè nella città del suo fondatore-garante-padrone. Grillo può impugnare la sentenza e ingaggiare così un braccio di ferro con ciò allungando i tempi per la predisposizione della lista ed esponendosi anche all'incertezza del secondo grado di giudizio. Se anche il ricorso dovesse dar torto al M5s ovviamente l'intera vicenda segnerebbe una dura sconfitta per Grillo e il suo movimento, perché trovarsi senza un candidato a Genova e viste le prove a dir poco opache dei due primi importanti sindaci fin qui eletti  (Appendino a Torino, Raggi a Roma) il bilancio dell'esperienza amministrativa grillina sarebbe più che in rosso.
     L'infortunio, ammesso che di infortunio si tratti, proietta però le sue conseguenze anche sulle prossime elezioni politiche. Perché il giudice Braccialini ha detto che le regole di un movimento politico hanno valore se vengono rispettate "erga omnes" e anche se quel movimento è dotato di uno "statuto-non statuto" il suo garante non può piegare quelle regole al proprio punto di vista. Ciò sta a significare che quando il M5s celebrerà le "parlamentarie" per scegliere i candidati alla Camera e al Senato, Beppe Grillo dovrà astenersi da interventi tali da modificare la volontà espressa dagli iscritti.
     Quello che è accaduto a Genova rischia di essere soltanto un sassolino rispetto alla valanga che potrebbe abbattersi sul Movimento nella selezione della classe parlamentare. Perché in fondo, a voler riassumere i termini della vicenda, la questione vera con cui Grillo è alle prese riguarda la selezione della classe dirigente di un Movimento che aspira a governare l'Italia. La domanda è: come conciliare la democrazia diretta, e incontrollata come può essere quella del web, con la necessità di selezionare un ceto politico non improvvisato? Si tratta di un nodo che va sciolto pena la credibilità complessiva del movimento.
     Dopo la Convention celebrativa di Ivrea, Grillo ha annunciato un deciso cambio di strategia. Il M5s non sarà più il partito pionieristico del "vaffa-day", quello che riempiva le piazze minacciando di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. Anche per Grillo, come per il più rivoluzionario dei politici, l'odore del potere fa scattare regole, liturgie e riti simili sotto tutti i cieli. Grillo vuole ora un movimento rassicurante, molto diverso da quello che ha seminato minacce e promesse per raccogliere l'indignazione del Paese. È una sfida non da poco. Tenere alta l'indignazione sociale e rassicurare i mercati internazionali non è impresa semplice. Promettere il referendum sull'euro e sperare che la speculazione non metta nuovamente nel mirino i titoli di Stato appare obiettivo più che ambizioso, quasi disperato.
     Per conciliare tante contraddizioni e superarle in un'ottica governativa, Grillo non avrebbe avuto bisogno dell'infortunio genovese che sembra fatto apposta per complicargli una già difficile quadratura. Si tratta per lui di non uscire sconfessato politicamente dalla sentenza del tribunale né può permettersi un accordo con Marika Cassimatis senza sconfessare il suo candidato Luca Pirondini. Anche per Grillo si sta avvicinando a grandi passi il momento in cui dovrà confrontarsi con la politica, quella di sempre, fatta di compromessi intelligenti e lasciando fuori la porta la clava del blog. Valgono per Grillo, insomma, le regole che valgono per tutti: non esiste una democrazia diversa da quella fin qui conosciuta.    

mercoledì 5 aprile 2017

DOPO IL VOTO DEL SENATO, MAGGIORANZA IN CONFUSIONE MA NON PUÒ CADERE


di Massimo Colaiacomo


     È difficile archiviare come un brutto incidente il voto con cui la Commissione Affari costituzionali ha eletto presidente il centrista Salvatore Torrisi e impallinato il candidato dem Giorgio Pagliari. Più ragionevole appare invece la lettura di chi vede in questo passo falso lo strascico della feroce contesa politica che scuote il PD da troppi mesi. Matteo Renzi non ha ancora smaltito l'euforia per l'ottimo risultato delle primarie di partito ed ecco che deve nuovamente tuffarsi nelle faide interne per venire a capo di una storia davvero brutta per lui. Il PD ha subito drammatizzato il voto della Commissione al Senato e ha chiesto un incontro al presidente del Consiglio e al presidente della Repubblica. A Paolo Gentiloni, interlocutore naturale, per rappresentare le fibrillazioni di una maggioranza sempre più in difficoltà sul fianco sinistro. Appare più inconsistente, se non una vera scivolata costituzionale, la richiesta di un colloquio con il Capo dello Stato. A Sergio Mattarella il PD non può certo chiedere di intervenire nella dialettica parlamentare: sarebbe del tutto improprio e un fuor d'opera che non si può pretendere da un custode accorto e autorevole edella Costituzione quale è Mattarella.
     A conti fatti, invece, è dentro il suo partito che Matteo Renzi dovrà guardare con più attenzione. A Pagliari sono mancati 5 voti dei 16 di cui dispone il PD. Con quei voti Pagliari sarebbe stato eletto senza difficoltà. In ogni caso, il pasticcio combinato al Senato è destinato sicuramente ad allargare le crepe nella maggioranza. I centristi del ministro Alfano messi sotto accusa hanno pensato bene di smarcarsi e mostrare la loro buona fede chiedendo a Torrisi di dimettersi. Il che aggiungerebbe un tocco di surrealismo a una vicenda probabilmente mal gestita dal capogruppo Luigi Zanda. La levata di scudi dei parlamentari renziani, sicuramente risentiti per il grave smacco politico, non sembra per tale da scuotere il governo. È ovvio che essa rappresenta un ostacolo in più sul percorso già travagliato che attende Gentiloni. Ma la dimensione politica di questa vicenda, come lo scontro mandato in scena ieri con il ministro dell'Economia, riguarda solo ed esclusivamente il malessere che scuote il Partito democratico all'indomani delle primarie e in vista di un congresso. La tentazione di azzoppare la strategia di Matteo Renzi in Parlamento, non potendolo fare nel partito, serpeggia in molti settori del PD e non risparmia nessuno dei suoi competitori.
     Si tratta ora di trovare una non facile via d'uscita. Sembra difficile, se non impraticabile, quella delle dimissioni di Torrisi. Uno schiaffo alla libera volontà del Parlamento non sarebbe tollerato dalle opposizioni pronte a loro volta ad appellarsi al Capo dello Stato. Chi ha voluto vedere in questo voto il tentativo di bloccare definitivamente la spinta di Renzi verso il Mattarellum è probabilmente più vicino alla realtà dei fatti. Renzi, forzando i propri gravi limiti caratteriali, può allora decidere di aprire una vera trattativa sulla legge elettorale e in questo modo neutralizzare i disegni, veri o presunti, che stanno dietro l'elezione di Torrisi. 

martedì 4 aprile 2017

DAL PD SEMAFORO GIALLO A PADOAN (E AVVISO A GENTILONI)


di Massimo Colaiacomo


     C'è un che di inusuale nella presenza del ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, alla riunione del gruppo PD alla Camera. È vero che si parla del partito che ha le chiavi della maggioranza e dunque pienamente titolato a conoscere, discutere e, nel caso, a condizionare gli orientamenti del governo sulla prossima manovra di aggiustamento e quindi sul Documento di economia e finanza. In questo contesto, non è certo fuori luogo la presenza del titolare dell'Economia. Inusuali, invece, sono stati i toni usati dagli esponenti del PD per riassumere il succo dell'incontro. In buona sostanza, a Padoan è stato chiesto, in termini perentori, di soprassedere sulla riforma del catasto e di non utilizzare strumenti fiscali per raccogliere i 3,4 miliardi necessari per la manovra.
     Padoan è un ministro classificato "tecnico", condizione in parte negata dallo stesso interessato quando ha spiegato che suo compito è fare le deduzioni tecniche, come farebbe chiunque al suo posto, per lasciare alla politica l'onere delle scelte. La verità, come tutti sanno, è che se c'è un ministero politico più di qualunque altro questo è proprio il dicastero occupato da Padoan. E alle riserve politiche espresse dal gruppo PD, il ministro non ha potuto che fornire repliche altrettanto politiche. Ne è uscito fuori una sorta di interrogatorio che ha messo Padoan (e, di riflesso, Gentiloni) in una condizione di sorvegliati. Il ministro non è stato reticente sui programmi del governo e ha spiegato che a suo giudizio non si può immaginare una moratoria sulle privatizzazioni, né sono prevedibili nuove disposizioni sulla rottamazione delle cartelle. Ma è tutta la politica di bilancio per il 2018 che è stata messa in discussione dal PD. Il taglio del cuneo fiscale, tema in cima all'agenda di Gentiloni, è un capitolo tutto da scrivere perché la riduzione delle tasse ruota, ha spiegato Padoan, attorno a coperture credibili e durature (il sottinteso è che non sono più tollerate da Bruxelles, come è avvenuto in passato, coperture una tantum). L'incontro non ha neppure sfiorato il tema delle tassazione sui redditi, perché si tratta di un libro dei sogni per questo come per qualsiasi altro governo  che non sia provvisto di una tale forza e credibilità politica, non solo in Italia, che lo mettano in condizione di intervenire sulla spesa pubblica corrente e sul debito con manovre straordinarie. 
     La riunione di Padoan con i parlamentari PD ha messo temporaneamente la sordina a uno scontro politico che presto o tardi dovrà affiorare. In tema di privatizzazioni, il PD, ha sintetizzato il capogruppo Rosato, ha chiesto una moratoria sulla cessione di nuove quote di Poste e Ferrovie. Due voci importanti nella stesura del DEF e del Piano nazionale di riforme ma soprattutto un capitolo sul quale l'Europa ha più volte bacchettato i governi italiani per i ritardi accumulati. Il PD rappresentato dal capogruppo Rosato è un partito proiettato con la testa, e con i calcoli, alla scadenza elettorale e si muove sul terreno della politica economica con i piedi di piombo. Renzi sa che la manovra di aggiustamento di 3,4 miliardi va fatta, non solo per compiacere Bruxelles ma per salvaguardare la residua credibilità politica di questo governo. Nello stesso tempo non può considerare quello di Gentiloni un "governo amico", come accadeva quando la DC era costretta a sostenere un governo Fanfani chiamato a fare politiche indigeste per il suo elettorato. Da qui all'autunno, quando con la Legge di stabilità si dovrà disinnescare la mina dell'IVA che passa da un governo all'altro, Renzi dovrà fare le sue scelte. Potrà farle avendo riottenuto l'investitura della leadership, quindi avendo il controllo pieno del partito che significa per lui assumersi fino in fondo la responsabilità della scelte del governo. Trovarsi stretto fra due fuochi - le elezioni nel 2018 e il controllo occhiuto della Commissione europea sulla Legge di bilancio - non sarà una condizione agevole.   
     
      

martedì 28 marzo 2017

EUROPEISTI IPERCRITICI ED EUROSCETTICI PIÙ RIFLESSIVI , CALA LA NEBBIA SULL'ITALIA



di Massimo Colaiacomo


     Dalla "doppia moneta" immaginata da Silvio Berlusconi alla "valuta fiscale" vagheggiata da Beppe Grillo, la fantasia degli euroscettici non conosce confini. Proposte diverse, unite però da una preoccupazione comune: uscire dall'euro sarebbe un danno e un rischio per l'Italia, meglio simulare un'uscita che non potrà mai realizzarsi. Rimanerci è un calvario quotidiano, e va cambiato radicalmente l'impianto dei trattati, fanno eco gli europeisti sempre più ipercritici verso le politiche economiche di bilancio dell'Unione. La seconda schiera ha il suo esponente di spicco nell'ex premier Matteo Renzi. Il risultato di tanto agitarsi è la caduta di ogni pregiudizio verso la moneta unica da parte di chi l'ha sempre osteggiata ed esibita come un idolo da distruggere. A mano a mano che ci si addentra nell'anno elettorale europeo (fra poche settimane si vota in Francia e, a settembre, in Germania), in Italia si alza il volume degli europeisti critici e si abbassa quello degli euroscettici. Salvini in Tv che agita il libretto per uscire dall'euro è un ricordo quasi remoto. Le scorciatoie dell'antieuropeismo sono esaurite, ma sono sbarrate anche le strade di chi, in nome dell'Europa, pretende di riservare soltanto critiche all'Unione e alle sue regole.
     Il vertice di fine a marzo a Roma per celebrare il 60/mo dei Trattati istitutivi della Comunità economica europea non ha prodotto quello scatto di reni che era forse esagerato attendersi da una cerimonia celebrativa di una comunità che per un giorno ha messo fra parentesi gravi affanni, stretta nelle pastoie di procedure troppo farraginose per uno scatto in avanti nell'integrazione e di una contabilità comunitaria costruita sul Trattato di Maastricht, nel 1992, ma sempre più distante dalla realtà dei singoli Paesi. Quelle 27 firme in calce al documento comune hanno sicuramente un qualche valore simbolico e in parte politico, visto le difficoltà superate per la sua stesura. Ma non vanno al di là dei buoni propositi. Forse ha ragione il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, quando osserva che quel documento avrà un valore se sarà tradotto in atti concreti di governo attraverso l'impegno delle istituzioni comunitarie. Da qui a immaginare un percorso più agevole rispetto al passato è troppo presto. La Germania, locomotiva politica dell'Europa, è oggi ripiegata su se stessa con le elezioni politiche generali che bussano alle porte. E il voto nel piccolo land della Saar ha premiato la CDU di Angela Merkel oltre ogni più rosea previsione. Per Martin Schulz, suo sfidante in settembre, la strada si è messa subito in salita.
     È sull'Italia, però, che restano puntati i riflettori della Commissione europea e della Bce. I ritardi accumulati dai governi negli ultimi anni nel risanamento della finanza pubblica hanno messo sulle spine i commissari europei. La minaccia di riaprire una procedura di infrazione per deficit eccessivo (l'Italia ne era uscita nel giugno 2012, governo Monti) ha rinfocolato il dibattito dentro il Pd e la maggioranza di governo. La realtà è che la manovra di 3,4 miliardi (forse 4, per destinare subito 1 miliardo alle aree terremotate) è una sconfessione in piena regola della politica economica del precedente governo Renzi. In autunno, quando cioè si entra nella stagione elettorale, la strada dell'esecutivo Gentiloni si farà ancora più ripida visto che per il quarto anno consecutivo sono da trovare i 20 miliardi per evitare che scattino le clausole di salvaguardia. È questo continuo girare attorno al problema del deficit, e del conseguente debito che esso genera, che proietta in Europa l'immagine di un Paese finito in una nebbia fitta. Nessuna forza politica, alla vigilia di elezioni quanto mai incerte nell'esito, si azzarda a proporre un bagno di verità al Paese. Il fallimento delle politiche economiche di Renzi, con la crescita asfittica del Pil e quella più robusta del debito, non ha indotto nessuno dei protagonisti a proporre un discorso di realismo. Assisteremo verosimilmente a una gara fra populismi più o meno hard: 800 euro di reddito di cittadinanza proposto dai grillini; pensioni minime per tutti a 1000 euro per Berlusconi; assunzioni e turn over nella PA proposto dalla sinistre.
     In questa saga dei populismi sarà difficile che trovino spazio proposte più o meno riflessive e realistiche di risanamento della finanza pubblica. La stagione riformista di Mario Monti, con i suoi chiaroscuri, ha segnato l'ultimo tentativo compiuto dal nostro Paese di imboccare un percorso riformatore al riparo dalle tentazioni della demagogia. Da allora, nonostante il contesto favorevole creato dal basso costo del petrolio, dalle iniezioni di liquidità di Mario Draghi, nessuna riforma di struttura è stata fatta in Italia, al netto di quelle annunciate sulla carta e li rimaste.  C'è materia, insomma, perché l'Europa continui a guardare con diffidenza verso uno dei suoi protagonisti più importanti.
     

sabato 18 marzo 2017

IL VOTO OLANDESE, LE CULLE PIENE DI ERDOGAN E L'EUROPA CHE NON C'È


di Massimo Colaiacomo


     Sullo scenario caleidoscopico della politica europea si sono affollati questa settimana molti protagonisti ma anche qualche comprimario le cui ambizioni sarà bene tenere d'occhio. Il focus era sul voto olandese, diventato il termometro per misurare il livello della febbre antieuropea e anti-immigrati raggiunto in quella società. È andata come sappiamo: Gert Wilders, l'ideologo dell'antieuropeismo radicale, dei muri da alzare contro l'immigrazione, quella islamica in particolare, ha visto crescere i propri consensi, frutto di lunghi mesi di campagna elettorale condotta soffiando sul fuoco delle paure. Tanti consensi, ma insufficienti per poter aspirare al governo. È una condizione tipica, e molto diffusa, questa di partiti radicali fondati sull'avversione, quando non sull'odio, per lo straniero e i musulmani in particolare. La stessa sorte, è più che certo, si ripeterà in Francia per Marine Le Pen, nettamente sfavorita dal sistema elettorale: al primo turno raccoglierà tutto il malcontento e la paura diffusa nella società francese, il che le consentirà addirittura di arrivare davanti a Emanuel Macron. Al secondo turno, quando sono sbolliti gli spiriti, gli elettori votano con la testa e con il portafoglio e la vittoria per Macron è già scritta, al netto di clamorose inchieste giudiziarie.
     Oggi in Olanda, come domani in Francia, i partiti estremisti saranno sconfitti nelle urne non solo, o forse, non tanto per il contenuto razzista dei loro messaggi, ma perché percepiti dai cittadini come forze anti-sistema e anti-euro e come tali capaci di mettere a repentaglio la sicurezza economica, precaria e fragile quanto si vuole, nella quale vivono i Paesi europei da un quarto di secolo. Tale messaggio non è stato ancora compreso dalle forze estremiste italiane. Né Salvini né Grillo non hanno ancora chiaro che posti di fronte alla scelta, gli elettori italiani non daranno mai la maggioranza a formazioni anti-europee,  a dispetto dei costi fin qui sopportati per rimanere nel club della moneta unica. Il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, coltiva l'illusione di neutralizzare le spinte anti-sistema di Salvini e rinnovare con lui l'alleanza a suo tempo stretta con Bossi. Ma la forza del messaggio leghista, la sua radicalità, è fatto per sbiancare chiunque accetti un'alleanza con lui. Espedienti come quello escogitato da Berlusconi di una "doppia moneta" sono, appunto, espedienti elettorali destinati a fallire perché sottovalutano la maturità di un elettorato molto diverso rispetto a 5 o a 10 anni fa.
     Quando si cercano i comprimari apparsi sulla scena politica europea nell'ultima settimana, il pensiero non può che andare a Racep Tayyip Erdogan. Il leader turco ha minacciato l'Olanda, dopo che il premier uscente Mark Rutte ha impedito un comizio del ministro degli Esteri turco nella comunità ospitata in quel Paese. Erdogan ha fatto di più, toccando un nervo scoperto dell'attuale condizione europea. Rivolgendosi ai suoi concittadini in Europa li ha esortati "a fare cinque figli" ogni famiglia perché in questo modo "il futuro è vostro". Non si sa che peso hanno dato a queste parole le Cancellerie europee, né se esse abbiano avuta una qualche eco, ma sarebbe sbagliato sottovalutare l'esortazione del leader islamico turco. Erdogan ha echeggiato, 50 anni dopo, la profezia di Henri Boumedienne, il leader algerino che sul finire degli Anni '60, in un discorso all'ONU pronosticava in un futuro non remoto la pacifica islamizzazione dell'Europa grazie alla demografia. Una guerra incruenta, con i bambini morti solo da questa parte e i bambini vivi, e tanti, dall'altra parte. Si spiega così il tentativo dei governi dell'emisfero Nord di incrementare le politiche pro-aborto nei Paesi africani e in quelli sottosviluppati, immaginando per questa via cruenta di bilanciare la bassa natalità di questo angolo del mondo.
     Naturalmente un tema così decisivo come quello demografico non trova cittadinanza nel discorso pubblico europeo. L'Europa è i suoi banchieri e le sue banche, gli euro che il governatore della BCE Mario Draghi continua a stampare con tanta generosità ancora per un po'.  Ma quanti europei, figli di questa civiltà, nativi d'Europa, ci saranno da qui a 30 0 anche solo a 20 anni? Pochi, e sempre di meno. I calcoli ritenuti catastrofici di Oriana Fallaci parlavano di una prevalenza di islamici in Europa dal 2050-2060. Non si tratta di fare catastrofismo né di immaginare scenari apocalittici. Si tratta di prendere atto della realtà: la demografia è il tallone d'Achille di questa e di qualsiasi altra Europa. Esultare per lo scampato pericolo del voto olandese è giusto e saggio per qualsiasi europeista convinto. Da qui a credere che l'Europa è salva, ce ne corre. L'Europa è in pericolo oggi esattamente come lo era una settimana fa. Per la semplice ragione che non esiste nessuna idea di ciò che si vuole e di ciò che si è nel mondo.    

sabato 11 marzo 2017

IL VASCELLO DEL PD SI PERDE NELLE NEBBIE DEL LINGOTTO



di Massimo Colaiacomo

     Quando Renzi ha messo in cantiere la manifestazione del Lingotto, erano passate poche settimane dalla bruciante sconfitta del referendum. Quella che nei primi giorni sembrava una pesante battuta d'arresto da cui riprendersi, cominciava invece a configurarsi come la fine di una stagione politica dominata da una personalità forte, volitiva e anche un bel po' confusa. Nelle intenzioni del suo promotore, il Lingotto doveva perciò diventare, dopo la scissione e la convocazione delle primarie e del congresso, il sipario che si alzava di nuovo su un partito pronto a riconquistare la centralità perduta nel Paese.
     L'intervento dell'ex premier ha risposto molto parzialmente alle attese. Il cambiamento del lessico, con il tormentone del passaggio dall' "io" al "noi", o l'uso di figure retoriche rubate a Roosevelt e Orwell, sono espedienti nei quali Renzi ha rivelato in questi anni un'abilità talentuosa. Dietro le sue parole si fatica però a trovare un'idea forte attorno alla quale ricostruire l'identità del PD.  È certamente vero, e nel giusto, quando Renzi afferma che il PD rimane oggi l'unico argine delle istituzioni e la sola alternativa al "partito algoritmo" e al "partito azienda". Ma è pur sempre poco per restituire al partito quella centralità nella società che sembra, al momento, definitivamente perduta e, fatto inquietante, non sostituita da altri.
     La crisi del PD lascia un vuoto pericoloso nel Paese e nelle istituzioni. Le idee esposte ieri da Renzi, da una piattaforma web da chiamare Bob (Kennedy) da contrapporre idealmente alla piattaforma Rousseau dei Cinquestelle, o le ripetute invettive contro l'Europa dei burocrati, dicono che il leit motiv del renzismo non è cambiato: il PD continua a definire la propria identità in negativo, rispetto agli avversari, e non trova al suo interno le risorse politiche, e culturali, per darsi un profilo positivo e autonomo. Se ne ricava l'idea di un partito impegnato a inseguire e a scimmiottare l'avversario più temuto (Beppe Grillo) sperando così di frenarne la crescita elettorale ma finendo, in realtà, col riconoscergli centralità nella società italiana.
     Il vascello del PD si è perduto nelle nebbie del Lingotto. Gli osservatori sono lì a contabilizzare l'età media dei partecipanti, se le teste sono più o meno incanutite, se ci sono più giovani o meno tacchi a spillo, se il clima è più o meno sobrio che alle Leopolda degli anni precedenti. Mentre il governo, pezzo dopo pezzo, è impegnato a correggere, emendare o a riscrivere le riforme degli ultimi tre anni. Dopo il Jobs act, si prepara adesso una correzione della Buona scuola. E sull'Europa, tanto invisa a Renzi, il buon Gentiloni, spalleggiato da un presidente del Parlamento europeo sempre più attivo e con l'occhio rivolto all'Italia, invita tutti a tenercela stretta. Il vascello del PD ricorda oggi un altro vascello, quello del PCI, che Italo Calvino vedeva impantanato nella "Grande bonaccia delle Antille", immagine con la quale lo scrittore raffigurava il partito di Togliatti all'indomani dell'invasione dell'Ungheria (ottobre 1956). Il PCI non sapeva quale posizione prendere. Toccò poi al giovane Giorgio Napolitano, non ancora migliorista, far pendere il piatto della bilancia dalla parte dei sovietici "liberatori". Il rischio, oggi, è che la confusione di Renzi faccia crescere la propensione a vedere in Beppe Grillo il "liberatore" dell'Italia dalla cattiva politica. 

lunedì 6 marzo 2017

PERCHÉ BERLUSCONI NON FARÀ ALLEANZE CON SALVINI E MELONI


di Massimo Colaiacomo

     È una luce corrusca quella che getta sul quadro politico il vice presidente della Camera, il grillino Luigi Di Maio. "Il partito che regge il governo è esploso, il suo alleato Verdini condannato a 9 anni di carcere, lo scandalo Consip è appena all'inizio, il Parlamento è immobile, non abbiamo ancora una legge elettorale omogenea per le due Camere, i poveri aumentano, le aziende chiudono o delocalizzano. La camomilla a un malato terminale fa lo stesso effetto di Gentiloni all'Italia di oggi. Cambiamo medicina subito. Al voto, al voto!". A parte le conclusioni, ovvie e scontate per un esponente grillino abituato a vibrare rasoiate con aria serafica, il resto della descrizione è una fotografia impietosa ma veritiera dello stato in cui versa l'Italia. Come dare torto a Di Maio? Il problema, per lui ma anche per tutti noi, è che una fotografia di ciò che nella realtà è non equivale ancora a ciò che occorre ed è indispensabile fare per cambiarla, possibilmente in meglio.
     La ricetta di Di Maio, come del mondo grillino, non è diversa da quella suggerita da tutte le altre opposizioni con l'eccezione, sempre più vistosa con il passare dei giorni, di Forza Italia: andare al voto, se possibile domani mattina. Con quale legge andarci, con quante possibilità di avere una maggioranza a urne chiuse, per prendere quali provvedimenti urgenti per arrestare la caduta verticale del Paese - sul piano sociale ed economico - rimane un mistero avvolto in un enigma. Sul leninista "che fare" si alza un uragano di voci, una Babele di ricette tutte fra loro in contrasto, tranne che su alcuni, decisivi e temibili punti: uscire dall'Europa e dall'euro (Salvini e Meloni), nonché dalla Nato (Grillo). L'idea di un'Italia che torna "a fare da sé" per risolvere problemi che non siamo riusciti a risolvere  in Europa è la prospettiva che disegnano i cosiddetti "sovranisti", cioè coloro che invocano il ritorno a una moneta italiana, la chiusura e protezione dei confini nazionali. È la reazione tipica di chi pretende di esorcizzare la realtà, brutta e complicata da decifrare e ancor più da accettare, indicando una fuga in avanti, anzi, nel caso specifico, all'indietro. È la tentazione ricorrente di quanti, nell'immediato dopoguerra, per criticare le difficoltà e la lentezza della ricostruzione, coniarono il luogo comune "si stava meglio quando si stava peggio". Perché, a ben vedere, Grillo, Meloni e Salvini sono, a vario titolo, i veri nostalgici della Prima Repubblica pur non avendone fatto parte per ovvie ragioni anagrafiche.
     Si diceva dell'eccezione di Forza Italia, voce sempre più flebile e dissonante nel coro del centrodestra "sovranista". Berlusconi ha reso noto che non voterà la mozione di sfiducia al ministro Lotti, non avendo mai accettato di votare la mozione di sfiducia individuale. Ma per la verità, negli ultimi giorni, ha detto altre cose non meno importanti: ad esempio, che considera infelice e avventurosa l'eventuale uscita dell'Italia dall'Europa e dall'euro. E già questa affermazione, da sola, dice quanto sarà difficile mettere in piedi una coalizione di centrodestra che vada oltre il cartello elettorale. A meno di clamorosi ripensamenti di Meloni e di Salvini, Berlusconi ha difatti annunciato che alle prossime elezioni sarà difficile per non dire impossibile che prenda forma una coalizione di centrodestra, tante e tanto diverse sono le visioni su euro ed Europa. Ma la responsabilità europeista di Berlusconi ha bisogno di essere corroborata da un meccanismo di voto che la metta al riparo dai ricatti elettorali dei suoi potenziali alleati e gli consenta di presentare le liste di Forza Italia. Difficilmente, infatti, potrà vedere la luce il listone unico di centrodestra, per di più recintato, come vorrebbe Meloni, da una clausola anti-inciucio, vera assurdità politica. Con una misura del genere la Germania starebbe senza governi dal 2005!
      La frantumazione del quadro politico suscita una crescente preoccupazione al Quirinale. Il presidente Mattarella, senza mai esorbitare dal ruolo, ha infittito i suoi richiami ormai quotidiani contro il clima rissoso della politica. Il timore di ritrovarsi all'indomani del voto in un quadro di ingovernabilità cronica è uno scenario cupo ma non più inverosimile. La rete di ricatti e di minacce in cui si svolge la lotta politica rischia di paralizzare la già affannosa funzionalità delle istituzioni. La legge elettorale può aiutare a costruire una via d'uscita, ma risolutiva sarà, come sempre in politica, la volontà dei leader di caricarsi sulle proprie spalle la responsabilità di governo.