lunedì 18 aprile 2016

IL TIC DELL'ANTIRENZISMO, COSÌ A OTTOBRE NASCE IL PARTITO DELLA NAZIONE



di Massimo Colaiacomo


     L'esito scontato del referendum sulle trivelle ha gettato solo in parte nello scoramento il vasto, diviso e confuso fronte dell'antirenzismo. Il premier ha assistito alla partita dalla panchina e lasciato che fossero i suoi avversari a commettere tutti gli errori umanamente e politicamente possibili. L'antirenzismo ha tanti autori e ciascuno rivendica il primato sugli altri in un vociare concitato e confuso destinato a seminare sconcerto e irritazione nell'opinione pubblica. Il risultato referendario ha riportato le lancette della politica indietro di quasi un ventennio riproponendo lo schema di gioco tipico dell'epoca berlusconiana: di qua i "pro" di là i "cons". Un tic tipico di una politica ormai prosciugata di ragioni e di valori, ma priva soprattutto di strategie credibili e riconoscibili. Vedere insieme in una confusa armata antisviluppista Grillo, Cuperlo, Brunetta e Salvini deve aver suscitato negli elettori una sensazione come di capogiro.
     L'armata Brancaleone degli anti-renziani è il miglior propellente per la nascita del Partito della Nazione, un obiettivo che Renzi avrà considerato probabile, ma non esclusivo, per consolidare il potere personale e allargare l'orizzonte delle riforme. Ma se quel traguardo appare oggi meno remoto è anche grazie alla miopia dei suoi avversari. L'idea di costruire un Fronte unico dell'anti-renzismo diventa, di fatto, l'ammissione che a Renzi non esiste oggi un'alternativa credibile. Non ci sono leader, nel centrodestra, e non ce ne saranno ancora per molto tempo. L'unico sfidante in campo per Renzi rimane il candidato in pectore dei grillini, quel Luigi Di Maio divenuto, con la morte di Casaleggio, il motore propulsivo del movimento. Anche se i grillini, risucchiati nella campagna referendaria dell'anti-renzismo hanno visto gravemente appannarsi la loro carica innovativa.
     Quello che più colpisce, all'indomani del referendum, è l'accresciuta irrilevanza del centro-destra e la resa definitiva di Forza Italia alla deriva populista di Meloni e Salvini. Non basta certo lo scatto di reni di Silvio Berlusconi, che all'ultimo istante ha deciso di non andare a votare, per rimettere in piedi un'ombra di strategia politica. L'analfabetismo politico dei Brunetta e delle Santanché ha prodotto tutti i danni possibili in un partito già declinante per mille motivi.
     Significa allora che Matteo Renzi può dormire sonni tranquilli in vista del referendum costituzionale di ottobre? In parte, forse, è così. Renzi ha dalla sua la forza che sprigiona dalla logica binaria del referendum: sì-sì, no-no. E in un referendum confermativo, quale è quello costituzionale, il sì chiesto agli elettori è a un processo di riforma, condivisibile o meno, ma tale da smuovere quel Parlamento che la maggioranza degli italiani riteneva un pachiderma addormentato e costoso. Per sostenere con qualche successo le ragioni del "no" alla riforma costituzionale, grillini e centrodestra avrebbero dovuto elaborare una loro proposta di riforma organica, alternativa o integrativa di quella messa a punto da Renzi. Berlusconi ci ha provato, fino al fatidico febbraio 2015, con il Patto del Nazareno grazie al quale aveva ritrovato una fortunosa centralità politica. Una volta abbandonata quell'intesa, il tramonto politico, che sembrava temporaneamente arrestato, ha ripreso vigore e il Cav. si è ritrovato intruppato con Salvini, Grillo e Meloni in una melassa politica difficile da spiegare agli elettori. La frantumazione del fronte avversario è stato il primo, importante obiettivo raggiunto da Renzi, con l'aiuto degli errori commessi da altri. Il resto lo faranno gli elettori che a ottobre, diversamente da ieri, andranno in tanti alle urne per dire sì alle riforme. Con buona pace di Emiliano, Brunetta e Grillo. 

mercoledì 13 aprile 2016

IN MORTE DI CASALEGGIO, L'UOMO CHE RITENEVA LA DEMOCRAZIA UN OSSO DI SEPPIA



di Massimo Colaiacomo


     Nessuno che sia in buona fede si è lasciato incantare dall'ipocrisia untuosa del coro di condoglianze e di elogi post mortem rivolti a Gianroberto Casaleggio dai suoi avversari politici. Un "innovatore" è l'espressione più ricorrente usata, dal Capo dello Stato in giù, per descrivere le qualità di un uomo sicuramente di talento e di straordinaria intelligenza. Casaleggio ha intuito prima di altri il collasso dello sbilenco sistema bipolare e la crisi della rappresentanza parlamentare che esso trascinava. Le risposte da lui trovate sono state sicuramente innovative ma anche profondamente stravolgenti dell'unico concetto di democrazia conosciuto in Europa e nella civiltà occidentale.
     La Rete come luogo in cui si forma un'anonima volontà generale, espressa da un ristretto campione non si sa quanto rappresentativo, è diventata in poco tempo un feticcio per il quale si chiede un atto di totale sottomissione da parte degli iscritti, militanti ed eletti. Per il controllo sull'operato degli iscritti e dei parlamentari non esiste nessun organo perché ogni decisione, si tratti delle candidature o delle espulsioni dal movimento, delle proposte di legge o della strategia per la campagna elettorale, viene rimessa alla Casaleggio&Associati, cioè a una società di "strategie in Rete" di proprietà privata. 
     Casaleggio ha interpretato meglio di altri la crisi della rappresentanza democratica e con una velocità pari solo al cinismo dell'uomo ha saputo trovare le corde giuste per impoverire una democrazia già ampiamente svuotata dalla corruzione, dall'assalto di camarille e dagli appetiti familistici e criminali. Le forze politiche tradizionali, ridotte a a comitati d'affari, si sono arrese senza sparare un solo colpo. È stato un gioco per Casaleggio e Grillo spolpare il patrimonio elettorale di Forza Italia e costringere alla diaspora politica destra e sinistra, con la sola eccezione del PD renziano rimasto al centro della scena molto per la pochezza degli avversari e non si sa quanto per i meriti del premier.
     È la Rete, con entusiasmi fuori luogo paragonata a una moderna agorà, il verbo che Casaleggio ha saputo affermare contro le ironie dei suoi avversari subito spente di fronte ai clamorosi risultati elettorali. La Rete dei Cinquestelle decide sull'operato di un deputato, della sua candidabilità, della sua espulsione dal gruppo. La Rete decide chi è il più adeguato a essere candidato sindaco salvo scoprire, come è accaduto a Milano, che il trasferimento della comunicazione dalla rete alla TV impone anche un cinico ossequio ai canoni estetici. Casaleggio è stato un guru della fine della democrazia rappresentativa, della lotta politica condotta nei luoghi dove le persone in carne e ossa si guardano, si sfiorano, incrociano gli sguardi e si scambiano invettive. Nulla di tutto questo nella democrazia di Casaleggio ridotta a un osso di seppia.
     La sua intelligenza sulfurea ha spento un mondo ma ne acceso un altro in cui la circolazione delle idee è poco più di un orpello, la soluzione ai problemi è tutta in una corazza di legalità rispettata la quale il resto conta meno di niente. La filosofia di Casaleggio è anche, in qualche misura, il risultato di una politica che negli ultimi vent'anni  si è affidata non si sa più quante volte a governi "tecnici" (Ciampi, Dini, Amato, Monti, Letta), incapace a pronunciare parole di verità. Casaleggio ha trovato la più "tecnica" delle risposte alla crisi della politica: l'ha messa in Rete e scoperto così la nudità della politica. Come certi microrganismi, è salito sul corpo malato della politica e lì ha trovato il nutrimento elettorale alle sue intuizioni. La terra gli sarà lieve.   
             

giovedì 7 aprile 2016

SI STRINGE L'ASSEDIO, RENZI PARLA SEMPRE PIÙ AL PAESE


di Massimo Colaiacomo


     Per una di quelle regole della politica mai codificate ma ben presenti a chi di politica vive, il premier Matteo Renzi sarà portato sempre più spesso, per ragioni alcune evidenti e altre meno, a "parlare" al Paese. Le ragioni palesi sono sotto gli occhi: fra due mesi si vota in molte grandi città e il premier farà la sua campagna elettorale in tutti quei Comuni a sostegno dei candidati sindaci del PD. Non potrebbe fare altrimenti, anche se in alcuni casi, valga per tutti il voto di Roma, Renzi è tentato di mettere una certa distanza fra il governo e l'esito elettorale. Rimane il fatto che un premier con una maggioranza sfilacciata in Parlamento e un partito indocile alla sua parola non può non cercare sollievo in un risultato elettorale che non sia troppo punitivo per i suoi candidati.
     Fra le ragioni meno evidenti che spingono Renzi a moltiplicare i suoi contatti in diretta con il Paese c'è soprattutto la necessità di scavalcare le strettoie parlamentari in cui si sta impantanando l'azione del governo. Gettare il cuore oltre l'ostacolo è un esercizio che gli è fin qui riuscito, anche con una certa agilità, ma una strategia tutta basata sugli strappi rischia di lasciarsi dietro non poche macerie nei rapporti parlamentari e di accentuare il malessere dentro il PD. Non è quest'ultimo però il punto che toglie il sonno al premier. Il polverone che oggi circonda il governo dopo l'ultima vicenda giudiziaria che portato alle dimissioni del ministro Guidi rischia di gonfiarsi oltre ogni ragionevole misura. La sollecitazione di Renzi ai magistrati perché facciano presto, e possibilmente bene, il loro lavoro risponde esattamente alla logica di chi teme un logoramento senza fine attorno all'azione dell'esecutivo.
     La vicenda Guidi, ma ancor più la nomina del suo successore, è destinata a pesare sui sondaggi già molto incerti sul voto amministrativo. Per Renzi è allora di vitale importanza riannodare i fili di una strategia che gli consenta di arrivare al fatidico mese di ottobre, quando si celebrerà il referendum confermativo sulla riforma costituzionale, senza portarsi dietro la zavorra di inciampi ed errori politici. Perché è da quel referendum che dipende la sopravvivenza di questo esecutivo. Renzi scarseggia di munizioni da qui ad allora, e l'assedio dei suoi avversari, rafforzato dalle prospettive opache in campo economico, si farà ogni giorno più stretto proprio per impedire l'arrivo al traguardo fatidico del referendum.
     Si comprende, allora, perché Renzi deve trovare nel Paese e in un dialogo sempre più stretto con l'opinione pubblica le risorse, non solo mediatiche per tenere insieme le tessere del mosaico. Entro la fine di maggio, la Commissione europea farà conoscere le sue valutazioni sul DEF e sul bilancio 2016. Difficile ipotizzare l'apertura di una procedure d'infrazione, ma altrettanto problematico sarà per i commissari dare un via libera senza riserve. C'è più di un punto interrogativo anche nella strategia degli assedianti. Che fare, per esempio, una volta costretto Renzi alla resa? Andare alle urne è la musica che suonano Grillo e Salvini. Ma si può chiedere al PD e a Forza Italia di votarsi a una sconfitta senza appello? Altra questione: come potranno saldarsi senza danni per il Cav, le strategie di Grillo e di Forza Italia? È pronto Berlusconi a bruciare quel che rimane del suo partito nel grande calderone del populismo anti-europeista dei Salvini e dei Grillo?
     Messo da parte Renzi, con quale maggioranza e con quale programma il suo successore potrà governare l'Italia? Non è una questione di lana caprina: dopo Berlusconi, il "tecnico" Monti arrivò a palazzo Chigi in un quadro di relativa stabilità delle forze politiche, ancora strutturate in modo organico e con leadership riconosciute e riconoscibili. Oggi il quadro politico è senz'altro più drammatico perché non ci sono leadership riconosciute. Né Salvini né Grillo hanno gli atouts per essere accettati sul piano europeo. Il rischio per l'Italia è di entrare in una condizione di rovinosa paralisi politica molto simile a quella spagnola. A Madrid è verosimile che saranno gli elettori, a giugno, a sciogliere i nodi che gli arruffapopolo non sono stati in grado di sciogliere in sette mesi di colloqui. Con grande soddisfazione di Mariano Rajoy.
     
     

martedì 1 marzo 2016

DALLA PROCREAZIONE ALLA RI-CREAZIONE, GLI INCIAMPI DELLA MODERNITÀ


di Massimo Colaiacomo


     La polemica scatenata intorno a una vicenda specifica di "utero in affitto" e di procreazione per delega finirà nel nulla, come tutte le discussioni viziate dalla strumentalità politica. Ciascuno dirà la propria opinione, ogni soggetto politico accamperà le proprie ragioni, con un vocabolario più o meno ruvido, poi la palla deve passare, come sempre, al Parlamento per stabilire i confini legali della procreazione e delle adozioni da parte di coppie omosessuali.
     Colpisce, però, la povertà delle argomentazioni fin qui ascoltate "contro" l'utero in affitto. Si tratta, come nel caso della presidente della Camera, Laura Boldrini, di valutazioni che condannano l'aspetto per così dire "produttivistico" del corpo femminile, lo "sfruttamento" della povertà di quelle donne che offrono il loro grembo per "donare" figli a chi non può averli. Sono argomentazioni di grande miseria morale, che travisano completamente l'essenza della questione. Perché, se così fosse, una donna che non sia nell'indigenza sarebbe per questo legittimata ad usare il suo utero per donare il frutto ad altri?
     La posta in gioco è solo ed esclusivamente antropologica. Ha a che fare con il nostro tempo, con l'essenza di un'umanità irrimediabilmente smagliata, che ruzzola con felice incoscienza a ogni inciampo della modernità nella sua rincorsa alla perfezione illimitata della scienza. È stato un ateo come Tzvetan Todorov, fra i maggiori storici delle idee, a denunciare, alla fine degli anni '90, i frutti avvelenati dello scientismo e del positivismo sulla lunga notte del Novecento. Assolutizzare la verità scientifica fino a soffocare ogni giudizio etico: ecco il primo e micidiale inciampo dell'umanità entrata nel post-moderno. Se si assume che ciò che è scientificamente possibile è anche e sempre moralmente auspicabile, ecco che saltano tutti i limiti e l'uomo, uscito da sé, può contemplarsi per quello che non è o non vuole essere e ridisegnare il proprio spazio. Dalla funzione naturale ma remissiva di procreatore, l'uomo può così aspirare a farsi ri-creatore di un'altra vita.
    Il Rinascimento di Eugenio Garin e di Hugh Trevor-Roper era stata la stagione in cui l'uomo affermava una nuova visione della vita, finalmente antropocentrica dopo la separazione delle cose del Cielo da quella della Terra. Il culmine di quella rivoluzione si riassume bene nel monito che Marcello, guardia nel Castello di Elsinor, rivolge al collega Orazio: "ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante possa contenerne la tua filosofia". Una volta consacrata la legittimità dell'aspirazione prometeica, l'umanità ha potuto spezzare i vincoli in cui era costretta e riconciliarsi con la mondanità del proprio tempo.
     Varcate le colonne d'Ercole del nuovo tempo e rimossi i leoni che ne erano a guardia, la scienza si è impadronita della vita dell'uomo. Soprattutto ne ha messo in discussione il diritto alla "totalità" e "unità". "Allontanandomi da te, dall'unità, sono svanito nella molteplicità", rifletteva Sant'Agostino. Il Novecento ha messo il sigillo sulla perdita della totalità della vita (Claudio Magris) e spezzare la linea retta della procreazione, distruggerne il perimetro naturale, è l'ultimo grido del moderno Prometeo. Un grido rivolto verso il nulla, senza neppure un'eco di ritorno.  





martedì 23 febbraio 2016

LA REALTÀ ASSEDIA RENZI E RENZI ASSEDIA BERLINO


di Massimo Colaiacomo

     Se le cose non vanno troppo bene a Roma è perché vanno troppo bene a Berlino. E se le cose vanno troppo bene a Berlino è perché i Trattati sono stati piegati dalla volontà di egemonia tedesca in Europa. Molto semplificato, è lo schema al cui interno si iscrive la strategia euro-italiana di Matteo Renzi e la conseguente decisione di mettere sotto assedio il cuore della politica europea. Non c'è un solo atto del premier (ultimo il "Position paper" intestato formalmente al ministro dell'Economia) da cui non sprigioni una critica all'indirizzo del governo tedesco. Si tratti della politica di bilancio o degli immigrati, delle banche o dei mancati investimenti, Renzi ha messo in campo una strategia a tenaglia, alimentata, da un lato, di contestazioni, anche risentite, alla politica di austerità e, dall'altro lato, di proposte non esattamente originali per portare l'Unione fuori dall'impasse in materia di crescita, occupazione e investimenti.
     Non è del tutto chiaro, a giudicare dalle valutazioni fatte ancora ieri nella conferenza con la stampa estera, fino a che punto Matteo Renzi sia convinto di aprire una breccia nel muro dell'austerità tedesca. Si fa strada, al contrario, la sensazione che Renzi voglia costruire un linkage sempre più stretto fra politica domestica e politica europea. Stabilendo, come per il principio dei vasi comunicanti, una correlazione fra la sua volontà di cambiare l'Italia e l'ostilità dell'Europa a fornirgli gli strumenti per farlo. L'Europa diventa così un alibi formidabile per giustificare la debolezza della ripresa economica e le prospettive tuttora incerte.
     L'immagine di un "antieuropeista europeista" che Renzi si va ritagliando è soltanto una convenzione giornalistica, ma non basta a nascondere l'azzardo della sua strategia. "La Stampa" ha anticipato stamane le valutazioni della Commissione europea sull'Italia. Si tratta ancora di valutazioni tecniche, visto che si deve attendere la primavera inoltrata per avere un assessment politico. La valutazione preliminare della Commissione è prudente, tutta in chiaroscuro perché riconosce i progressi fatti dal lato delle riforme ma denuncia anche la lentezza nel mettere sotto controllo il debito pubblico e nell'implementare una spending review all'altezza.
     È lecito chiedersi sulla base di quali valutazioni Renzi spera di ottenere da Bruxelles e da Berlino quello che è stato negato ai suoi predecessori. A suo favore giocano indubbiamente alcuni fattori. Per dire, Renzi ha introdotto un dinamismo nelle decisioni e nel percorso delle riforme che nessuno prima di lui aveva mostrato di possedere. Ma, soprattutto, Renzi può paradossalmente beneficiare delle peggiorate condizioni politiche del contesto europeo. La confusione sotto il cielo di Bruxelles è enorme e la situazione potrebbe essere eccellente, per parafrasare Mao Zedong, per una rivoluzione nelle liturgie europee. Gli attori principali, e Merkel in testa a tutti, non godono più una grande salute politica e sono alle prese con il problema dell'immigrazione biblica che sta scuotendo le fondamenta dell'edificio europeo e provoca rigurgiti nazionalisti che si credevano sopiti per sempre.
     Renzi ha colto il momento di debolezza dei suoi alleati-avversari e cerca di tramutarlo in un punto di forza per le rivendicazioni dell'Italia. Le proposte di riforma che Padoan illustrerà ai suoi colleghi non sono particolarmente originali e alcune di esse, come gli eurobond per finanziare investimenti in infrastrutture, o la mutualizzazione progressiva dei debiti, sono già state respinte in passato dalla Germania e dai Paesi del Nord. Perché dovrebbero ora essere accolte? Sulla base di quali progressi della finanza pubblica italiana Renzi può sostenere le sue richieste? La Commissione non interviene nella stesura dei bilanci nazionali, ne valuta però attentamente le conseguenze sul piano della stabilità fiscale e della tenuta dei conti. Cioè di quello che era, e rimane, il vero tallone d'Achille dell'Italia in Europa. Nessuno può impedire a Renzi di dare 500 euro ai giovani che compiono 18 anni o di stabilizzare il bonus di 80 euro mensili per i redditi da lavoro dipendente, ma se queste misure non hanno prodotto una ripresa significativa dei consumi, non hanno aiutato a creare nuova occupazione e hanno invece appesantito il debito e prodotto uno scostamento significativo del deficit vuol dire che il governo italiano si è mosso in una direzione sbagliata. Su questo punto Renzi non ha argomenti. Una sua affermazione, ripetuta con una certa frequenza, ne rivela fino in fondo il retropensiero: dove sono state applicate le ricette della trojka, hanno vinto i populisti. In Europa, però, rovesciano questo argomento: dove invece non sono state applicate, disoccupazione e debito crescono a braccetto. Questo è il punto: Renzi non taglia la spesa e non è incisivo nelle riforme perché non vuole perdere le elezioni. È una vecchia storia italiana e Renzi rischia di esserne soltanto l'interprete più recente e smaliziato.
   
     

sabato 20 febbraio 2016

CHI COMPLOTTA CONTRO RENZI? ECCO I NOMI

di Massimo Colaiacomo

     La teoria del complotto è il più classico dei passe-partout utilizzati nella lotta politica per spiegare una realtà negativa sulla quale non si riesce a esercitare una presa forte abbastanza per invertirne il corso. A essa ogni potere, di qualunque colore e tendenza politica, ha sempre fatto ricorso quando non riusciva a trovare una spiegazione plausibile sul perché la realtà non coincideva con i desideri di chi governa. Nella storia italiana recente lo hanno fatto Mussolini e Berlusconi, ma nel passato remoto nessuna dittatura ha saputo resistere al fascino del complotto. Salvador Allende, per dire, fu rovesciato sicuramente per l'interessamento degli Stati Uniti e di Richard Nixon e tanto bastò per accreditare la tesi che il socialista Allende è stato fatto fuori dal capitalismo americano. Il che è un falso storico: il capitalismo americano e i suoi interessi furono soltanto la leva che "i fatti oggettivi" utilizzarono per riportare il povero Allende al contatto con una realtà che gli era completamente sfuggita.
     Perché la teoria del complotto si affermi è dunque necessario il travisamento della realtà ad opera di chi esercita il potere e, soprattutto, è indispensabile che il sistema dell'informazione assecondi la teoria fino a farla coincidere con la realtà percepita così da appannare e rimuovere la realtà oggettiva. Pensare che Mario Monti sia un cospiratore dei poteri forti, domestici o europei, contro Matteo Renzi per aver manifestato, alla luce del sole, le sue perplessità sulla strategia europea del governo è, nel migliore dei casi, un peccato di ingenuità da parte dell'informazione italiana. Nel peggiore, è la manifestazione della totale inadeguatezza del sistema informativo. Si è mai visto nella storia, non solo politica, un cospiratore che si mostri a viso scoperto e dichiari scopertamente di voler eliminare un avversario politico, magari dichiarando anche nomi e cognomi dei mandanti?
     A riprova del pressappochismo dell'attuale ceto dirigente, c'è una nota di Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera. Perfetta e confusa, nello stile del personaggio, ma esemplare dello schema tautologico in cui si avvita il ragionamento politico. Eccola: "Renzi in Europa non tocca palla. L'Italia di Renzi in Europa non esiste. Per la verità in Europa non contavamo molto neanche in passato. Solo Berlusconi cercò di invertire la rotta, e i poteri forti lo accerchiarono e lo fecero fuori". Lo ha detto Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera. "Mercoledì, al Senato, Renzi -ricorda - prima del Consiglio europeo del 18-19, ha fatto un discorso molto duro, e in parte condivisibile. Ha detto, rivolgendosi evidentemente ai tedeschi, 'cosa fate le pulci a noi quando avete una banca piena di titoli tossici come la Deutsche Bank?'. Ecco, la stessa banca che nel 2011 aveva causato la crisi dello spread. Quello dello spread era un grande imbroglio, anche oggi sulle banche potrebbe esserci dietro un grande imbroglio. Ma chi ha cavalcato il grande imbroglio dello spread adesso è alleato di Renzi. Napolitano è ancora lì. Mandò via Berlusconi nel 2011 e tra fine 2013 e inizio 2014 dopo una cena con Renzi decise per la defenestrazione di Enrico Letta. Dall'estate-autunno 2011 viviamo in una sospensione della democrazia. Da quando qualcuno decise che Berlusconi doveva cadere. Non erano riusciti a farlo con Ruby, con Noemi, e Berlusconi fu fatto fuori per l''economia. E Renzi verrà fatto fuori per l'economia".
     È evidente che Brunetta, nel calore polemico, finisce per riconoscere a Renzi il destino del martire, lo stesso di Silvio Berlusconi, perché, proprio come Berlusconi, accerchiato dall'Europa "cattiva" che vuole disarcionarlo. Come le ciliegie, anche per i complotti finisce che uno tira l'altro. Perché Brunetta, e Renzi che, riferiscono le cronache, subodora manovre contro di lui, non fanno i nomi? Per la ragione che conoscono quei nomi, uno per uno, ma preferiscono tacerli perché in quasi tutti i casi coincidono con i nomi delle presunte vittime. Proviamo qui a elencarli:

1) Debito pubblico:  Silvio Berlusconi ha lasciato il debito pubblico al valore nominale di circa 1.936 miliardi di euro, nel novembre 2011. Oggi, febbraio 2016, il debito viaggia intorno ai 2.260 miliardi. In cinque anni è cresciuto di nominali 424 miliardi. Nello stesso arco di tempo sono state fatte manovre per complessivi 280 miliardi circa. Lo sbilancio finale è di oltre 700 miliardi di euro drenati dalla società e "bruciati" per tenere in piedi l'Italia.

2) Spending review: Renzi si era trovata, nell'estate-autunno del 2014, una lista ragionata di interventi mirati per ridurre la spesa pubblica. L'autore, il professor Carlo Cottarelli, suggeriva interventi, in alcuni casi con il bisturi, in altri con le cesoie, in grado di produrre risparmi di spesa crescenti nel tempo: 10 miliardi nel 2015, 12 nel 2016, 32 miliardi nel 2017. Letta la lista, Renzi l'ha riposta ordinatamente nei cassetti. Cottarelli è stato congedato, al suo posto è arrivato Yoram Gutgeld e i tagli sono diventati prima di 6, poi di 4 e infine di 2 miliardi. A consuntivo di bilancio, c'è da credere che i tagli saranno prossimi allo zero.

3) Tagli delle municipalizzate e delle partecipate: Renzi ha assicurato che saranno ridotte da 8.000 a poco più di mille. Il relativo disegno di legge è stato prima inglobato e poi stralciato dalla riforma della Pubblica amministrazione e rimane tuttora in attesa di presentazione. Intanto migliaia di ex parlamentari continuano ad arrotondare i vitalizi con incarichi di consigliere in questa o quella municipalizzata.

4) Il sistema bancario italiano è "solido": è la cantilena che gli italiani sentono ripetersi, prima di andare a letto o al loro risveglio, da tutti i canali televisivi. Si potrebbe commentare con una battuta: sarà pure "solido", ma è poco "liquido". Da Berlusconi in avanti, non c'è stato presidente del Consiglio (Monti, Letta e ora Renzi) che non abbia menato vanto nell'informare il Paese che mai avremmo accettato gli aiuti della trojka. Bene. Ora le banche si trovano con crediti deteriorati stimati in circa 360 miliardi di euro (e non 200 come si ostinano a ripetere dal Mef o da palazzo Chigi): nei crediti deteriorati vanno ricompresi correttamente tanto le sofferenze (di difficile esigibilità) quanto gli "incagli" più facilmente esigibili o recuperabili. Spagna e Irlanda non hanno esitato, fra il 2011 e il 2012, a portare alla luce le difficoltà delle loro banche e a sottoporsi alla dura terapia della trojka. Oggi hanno un sistema del credito ripulito e affidabile.

     L'elenco dei complottando potrebbe continuare, con la riforma poco incisiva del mercato del lavoro o quella superficiale della "buona scuola". Si può chiudere qui, però, osservando che quei complottando sono stati finanziati e nutriti dal piccolo cabotaggio e dalla convenienza politica, gli unici parametri non previsti dal trattato di Maastricht. Mario Monti ha avuto ragioni da vendere nel suo intervento al Senato. Parole di un europeista coraggioso, ma non incosciente, in cui i mass media hanno visto, in parte sbagliando, una polemica feroce all'indirizzo del premier. Renzi dice di aver fatto i compiti a casa. Ma se i compiti li fai sbagliati, il giorno dopo non puoi aspettarti una medaglia.    

mercoledì 17 febbraio 2016

SULLE UNIONI CIVILI RENZI PAGA UN ECCESSO DI ASTUZIA

Si è puntato tutto sulle procedure parlamentari per aggirare il merito. I Cinquestelle hanno capito tardi che stavano levando le castagne dal fuoco del PD. L'equivoco culturale della "modernità" schiaccia un Paese smemorato e senza più radici nella tradizione civile. 


di Massimo Colaiacomo


     Esagera sicuramente la senatrice Monica Cirinnà quando vede nella sospensione del dibattito in Aula la fine della propria carriera, a causa della fiducia mal riposta nei Cinquestelle. Se il problema fosse tutto qui, sarebbe poca cosa. I Cinquestelle hanno dato in precedenza numerose prove preclare della loro inaffidabilità, con la sola eccezione dell'elezione dei giudici costituzionali. La questione, semmai, è speculare a quella posta da Cirinnà: perché il PD ha preferito rischiare l'osso del collo, chiedendo i voti pentastellati sull'emendamento-canguro di Andrea Marcucci, pur di approvare una legge che tante lacerazioni ha provocato al suo interno e nella società?
     Il sospetto è che il premier puntando all'approvazione di un provvedimento tanto caro alle forze alla sua sinistra mirasse, con una maggioranza diversa da quella che sostiene il suo governo, a due obiettivi chiari: silenziare i dissensi della componente cattolica (ma non solo, perché anche Napolitano e i senatori d'origine PCI nutrono forti perplessità); presentarsi al Paese nelle vesti di un modernizzatore, cogliendo un successo grazie al quale poter nascondere i numeri traballanti e opachi dei conti pubblici.
     A questo e a niente altro sarebbe servito l'accordo con il M5s. Ovvio che Grillo fiutata la trappola, sia pure in ritardo, ha rovesciato il tavolo ancora una volta lasciando il PD alle prese con le sue divisioni. Perché, come ha giustamente ricordato Casini, il primo e più grave errore di Renzi è stato di aver impostato la battaglia sulle unioni civili sul piano delle furbizie procedurali, come è l'emendamento-canguro di Marcucci attraverso il quale si fanno decadere tutti gli altri impedendo una discussione nel merito del provvedimento. L'espediente del "canguro", riuscito sulla riforma costituzionale (davvero irrituale che si sia cambiata la Costituzione senza poter discutere gli emendamenti) stavolta si è ritorto contro i suoi proponenti.
     Giunti al bivio, si tratterà ora di capire se si può approvare il provvedimento senza la controversa stepchild adoption, o se il PD non preferisca affossare del tutto le norme. Anche qui, Renzi farà i suoi bravi calcoli politici: meglio le unioni civili, sia pure prive della stepchild adoption, oppure è preferibile affossare il provvedimento scaricando la responsabilità sui grillini e su questo fare la campagna elettorale per le prossime amministrative? Il PD, lo ha ripetuto il capogruppo Luigi Zanda nell'Aula del Senato, tiene molto a questa legge ma dopo la giravolta dei grillini Renzi deve prendere atto che il suo partito non più il dominus del Parlamento, non essendo in grado di coagulare una maggioranza diversa da quella che lo sostiene.
     È facile prevedere come nei prossimi giorni riprenderà la solfa sull'Italia "ultimo Paese europea senza una legge sulle unioni civili", oppure "è l'Europa che ce lo chiede". Cosa quanto mai curiosa è l'assunzione del parametro europeo quale metro di misura della "modernità" in tema di diritti civili, quasi che tutto quello che si stabilisce a Bruxelles sia di per sé garanzia di ampliamento delle libertà e dei diritti. Molte delle cose che si decidono in Europa vedono l'Italia allegramente inadempiente (si pensi, sempre in tema di diritti civili, al sovraffollamento delle carceri e alla mancata riforma della giustizia civile). La verità è che il renzismo, costruito sulla scia spumosa del nuovo e del moderno, si sta rivelando pericolosamente privo di contenuti e di una direzione di marcia. Renzi ha ultimato la demolizione delle tradizioni civili dell'Italia, lavoro avviato e intrapreso di buona lena da tutti i governi che lo hanno preceduto negli ultimi vent'anni. Così l'Europa, rifugio inospitale e madre matrigna con le sue ferree regole di finanza pubblica, si trasforma d'incanto in un porto accogliente. Guai però a trascurare i vascelli che si stanno armando un po' ovunque in Europa per uscire da quel porto da molti considerato insicuro.