giovedì 21 gennaio 2016

ITALIA SOTTO ATTACCO? MA IL NEMICO È ALL'INTERNO


di Massimo Colaiacomo

     Il sistema del credito è senz'altro solido, come non si stanca di ripetere il ministro Padoan, ma allora la speculazione si è concentrata sulle banche italiane? Perché quel duello rusticano di Renzi con Juncker e quel richiamo perentorio del capogruppo del PPE, Weber, al premier italiano? Non è un difetto di comunicazione, ha commentato ieri Yoram Gutgeld, ma è la manifestazione di un dissenso politico e di sostanza. Il contenzioso Italia-UE si nutre di molti dossier: la vendita probabile di ILVA Taranto; i crediti deteriorati del sistema bancario; la ridistribuzione degli immigrati fra i 28 Paesi dell'Unione.
     Tante micce accese dalla Commissione europea, ma quella più corta e dunque insidiosa riguarda in queste ore il sistema bancario. Il governo italiano si è mosso in grave ritardo rispetto a una condizione di sofferenza che covava da qualche anno e che Renzi, ma anche i suoi predecessori, non hanno visto o, peggio, vedendo hanno preferito tacere e fischiettare. Stamane l'ex premier Mario Monti si è lanciato, excusatio non petita, nella difesa del suo governo che rifiutò gli aiuti della trojka perché avrebbe significato sottoporre l'Italia sotto l'amministrazione controllata di FMI, BCE e Commissione europea. Ha fatto qualcosa di più, consigliando a Renzi, sia pure in modo provocatorio, di rivolgersi alla Corte di Giustizia europea se davvero il governo italiano ritiene che un Paese membro abbia goduto di vantaggi negati ad altri. Fatto è, ricorda Monti, che la Germania ha salvato le sue banche con i soldi europei. Quella di Monti, però, suona quasi come un'autoaccusa: perché l'Italia non ha fatto altrettanto approfittando di un regolamento che, una volta cambiato, costringe ora le banche al "salvataggio interno" (bail in) a carico di azionisti e obbligazionisti?
     La vicenda dei cosiddetti crediti deteriorati (NPLs, i No performing loans) è molto più drammatica di come viene raffigurata dalle autorità italiane. Si parla di importi complessivi che sfiorano i 350 miliardi così ripartiti (sono dati Bankitalia, riferiti al 2014): 

sofferenze         197 mld
incagli               119
ristrutturati       20
scaduti                13
     I primi 5 gruppi bancari totalizzano 228 miliardi e hanno un tasso di copertura stimato intorno al 46,6%.  Decisamente inferiore il tasso di copertura delle banche minori (36,5%) risultando questo segmento del credito il più esposto ai rischi di bail in con conseguente coinvolgimento dei risparmiatori e dei soci (così si chiamano i sottoscrittori di quote delle Banche di credito cooperativo). Intervenendo alla Giornata del risparmio, nell'ottobre scorso, il governatore di Bankitalia Ignazio Visco ha spiegato le procedure di funzionamento del bail in contrapposto agli interventi bail out (salvataggio delle banche con soldi pubblici). "Rammento - disse Visco - che, nell’area dell’euro, tali interventi hanno pesato sui debiti pubblici per circa 5 punti percentuali di PIL in Belgio, nei Paesi Bassi e in Spagna, oltre 8 in Austria e in Germania, più di 10 in Portogallo, oltre 20 in Grecia e in Irlanda. In Italia, sebbene l’economia sia stata colpita dalla recessione molto più che nella maggior parte di questi paesi, il sistema ha richiesto interventi pubblici sostanzialmente nulli".
     È pensabile un governatore di Bankitalia che mena vanto in questi termini mentre nella pancia delle banche albergavano 350 miliardi di crediti deteriorati? Tutti a carico, ora, dei risparmiatori se non dei contribuenti italiani mentre fino a un anno fa potevano essere finanziati con i finanziamenti europei? Quando si ipotizza, come fa il presidente dell'ABI, Antonio Patuelli, che i ribassi in Borsa dei titoli bancari sono "un attacco all'Italia" si usa un espediente per nascondere che il più grave attacco all'Italia lo hanno portato i banchieri italiani con la gestione disinvolta del credito, gli organi di vigilanza sonnacchiosi, la politica con il suo disinvolto traffico con gli istituti di credito, specie quelli più piccoli e minori, come le Banche di credito cooperativo dove i piccoli ras locali vanno a braccetto con sindaci e assessori.
     È rispetto a questo mondo e alle sue liturgie che il premier Matteo Renzi non ha ancora deciso che posizione prendere. La questione del papà del ministro Boschi è rilevante riferita alla Banca popolare dell'Etruria ma sparisce di fronte a un sistema portato at the edge of bankruptcy. Chi ancora oggi difende i piccoli istituti di credito (Forza Italia è sempre in prima fila) lo fa o in malafede o per ignoranza dei problemi.






lunedì 18 gennaio 2016

SULLE UNIONI CIVILI ERRORI DELLA CHIESA E SUPERFICIALITÀ DEI LAICI

Un errore dei vescovi italiani il sostegno al Family-day del 30 gennaio


di Massimo Colaiacomo


     Il presidente della Conferenza episcopale, mons. Angelo Bagnasco, non ha evidentemente ritenuto sufficienti le parole del suo segretario, mons. Nunzio Galantino, sulle unioni civili e in particolare sulla cosiddetta stepchild adoption. Devono essergli sembrate troppo concilianti sulle unioni civili, visto che era scontato il "no" alle adozioni da parte di coppie gay. Un cattolico dovrebbe però interrogarsi sull'utilità, più ancora che sull'opportunità, di un simile intervento per almeno due buone ragioni. La prima, e più ovvia, è che esso è destinato a rinfocolare le accuse alla Chiesa di "ingerenza" politica nella vita civile anche se, va ricordato, la stessa ingerenza è stata ed è applaudita in altre occasioni (ad esempio, quando la Chiesa esorta il governo all'accoglienza degli immigrati). A conferma della colpevole disinvoltura con cui la politica strumentalizza le posizioni della Chiesa, incurante di prestarsi a forme di collateralismo clericale. È anche in questo modo che si manifesta il senso di smarrimento di un ceto politico privo di un orizzonte culturale e morale.
     Più importante ci appare la seconda ragione: mettere il cappello sul Family-day del 30 gennaio per farne una manifestazione "dei cattolici" e non "di cattolici" (la distinzione ha un conio degasperiano) porta inevitabilmente a una deriva confessionale la battaglia contro la stepchild adoption e la costringe entro il perimetro anti-storico della contrapposizione laici-cattolici. Per dire, contro le unioni civili e in difesa della vita, i francesi sono anni luce più avanti delle associazioni italiane. Manif pour tour portò in piazza più di un milione e mezzo di francesi nel febbraio 2014, numeri impressionanti che consigliarono a un sorpreso Hollande di accantonare temporaneamente il progetto di legge. Quella manifestazione aveva una particolarità: era, da un lato, ultraconfessionale perché con i cattolici francesi marciarono per le vie anche rappresentanti delle comunità ebraiche e islamiche; dall'altro lato, gli organizzatori avevano trovato le parole giuste per depoliticizzare l'evento organizzato unicamente in difesa della "sacralità" della vita.
     In Italia è reso tutto più difficile per un concorso di cause. Le associazioni cattoliche in genere si rivolgono alle gerarchie ecclesiastiche per sollecitarne il patrocinio e rinsaldare in qualche modo i legami sempre più flebili fra Chiesa e società. Si pensa, per questa via, di dare maggiore visibilità alla presenza dei cattolici impegnati in politica ma si trascura d'altra parte il danno che si produce sottraendo la politica dalle sue responsabilità morali. Ridurre il provvedimento della stepchild adoption a una guerra confessionale può essere tutto sommato utile ai suoi sostenitori che se la cavano evocando l'ingerenza intollerabile della Chiesa. Si copre così la responsabilità morale di chi, favorevole al provvedimento, rivendica il primato del diritto positivo contro il diritto naturale, del diritto del più forte contro i diritti dei più deboli, con il risultato che la tutela dei minori adottati è importante che esista ma è indifferente da chi, se non addirittura come, viene esercitata.
     Considerare ogni forzatura del diritto naturale come una tappa verso il progresso e l'emancipazione dell'uomo (e delle donne, si dice in epoca di political correctness) dalle forze oscure della natura è soltanto il frutto avvelenato della miseria morale di un tempo che ha affidato alla scienza e alle sua manipolazioni il ruolo di tribunale morale su ciò che è lecito, utile e buono. Se qualcosa è scientificamente provata e possibile diventa per ciò stesso moralmente auspicabile. Accadeva nell'epoca del positivismo, soglia d'ingresso verso le tirannie e i totalitarismi del Novecento, evidentemente passato invano o, probabilmente, non del tutto alle nostre spalle. 

sabato 16 gennaio 2016

RENZI RISCHIA LA SOLITUDINE IN EUROPA PER NON PERDERE IN ITALIA


di Massimo Colaiacomo


     Né antieuropeista, sulla scia di Le Pen e Salvini, ma neanche più europeista secondo la vecchia liturgia democristiana. A distanza di qualche mese dall'inizio del braccio di ferro con il presidente della Commissione Juncker e la cancelliera Merkel, si può ragionevolmente incasellare il premier Matteo Renzi fra gli europeisti "vocianti", cioè quella schiera esigua di Paesi che contestano l'Europa come è ma non hanno mai spiegato come dovrebbe essere.
     Il futuro, come ammoniva il venditore di almanacchi del Leopardi, sarà sicuramente ricco di tutte le promesse fallite dal presente. Renzi ha alzato la bandiera dell'orgoglio nazionale, sorretta dalla spavalderia personale, e ricorda ogni tre per due che l'Italia non si lascia intimidire, che i nostri conti sono in ordine e le regole del Patto di stabilità sono state rispettate. Dopo mesi di silenzio irritato, Juncker gli ha replicato con parole fuori dal protocollo, spigolose, e si è ripromesso, quando sarà a Roma, a fine febbraio, di indagare sull'origine dell'atteggiamento bellicoso assunto verso gli organi europei da uno dei Paesi fondatori.
     Juncker, per la verità, ha fatto qualcosa di più: ha ricordato a Renzi che i conti sono in ordine grazie alla flessibilità concessa, e a quella ulteriore che Renzi conta di prendersi in primavera. Il contenzioso con l'Europa è pesante e investe ormai quasi tutti i dossier: dal salvataggio dell'ILVA alle nuove regole del bail in per le banche (salvataggio con mezzi propri, a carico degli azionisti e non più dello Stato); dall'immigrazione, con la ricollocazione dei migranti mai realizzata, alla mancata realizzazione del piano di crescita firmato dallo stesso Juncker. Non c'è una sola materia su cui l'Italia non abbia rivendicazioni o proteste da sollevare contro gli organismi europei.
     È una scelta meditata del premier italiano, dettata da ragioni di politica interna, oppure è la casualità degli eventi che ha messo Italia ed Europa su trincee opposte? Due spiegazioni non necessariamente in contrasto, considerata l'abilità del premier italiano a cavalcare ogni circostanza, foss'anche la più sfavorevole, per trarne un profitto politico. Renzi è determinato a sterilizzare l'antieuropeismo dei suoi avversari (Grillo e Salvini), a maggior ragione in vista del voto amministrativo. Ma sa che su questo terreno non può spingersi oltre un certo limite superato il quale rischia di portare il suo governo in una posizione storicamente irrituale per l'Italia paese europeista da sempre, sia pure con qualche eccesso retorico.
     L'idea di cavalcare la contestazione a Bruxelles per consolidare e allargare i consensi politici in  patria non è un inedito. Prima di Renzi ci ha provato Tsipras, in Grecia, per vincere le elezioni. Ci ha provato Marine Le Pen, in Francia, ma ha perso. Perché anche l'antieuropeismo ha un confine sottile al proprio interno: un conto è praticarlo per conquistare il governo di una nazione, altro conto è praticarlo per conquistare il monopolio dell'opposizione. La seconda categoria è affollata di leader, mentre nella prima schiera se ne contano davvero pochi, a parte Renzi, Cameron e Orban. Tre leader molto diversi fra loro, ma uniti dalla comune necessità di fronteggiare le forze antieuropee presenti nei rispettivi Paesi.
     Quanto poi al calcolo, attribuito a Renzi da alcuni osservatori politici, di voler cogliere Merkel e Juncker in un momento di oggettiva debolezza del loro mandato, si tratta di ipotesi prive di riscontri oggettivi. La questione delle regole da cambiare rispettandole non è stata inventata dall'Italia e ostacolata dalla Germania. Se anche il commissario francese, il socialista Pierre Moscovici, ammonisce l'Italia a non esagerare in flessibilità nella tenuta della finanza pubblica vuol dire che i dirigenti europei avvertono, da diverse posizioni politiche, i rischi enormi che incombono sulla costruzione comunitaria dalla troppo ricorrente contestazione delle regole e dei Trattati. C'è un'ortodossia europea rispetto alla quale è impensabile concedere deroghe perenni senza contropartite in cambio. La flessibilità ha un senso e viene riconosciuta se impiegata a dare vigore alla crescita e all'occupazione. Diverso il caso di una flessibilità nei conti sfruttata al solo scopo di abbassare le tasse e rilanciare i consumi perché si tratta di obiettivi, sicuramente necessari, che possono essere raggiunti soltanto creando lavoro. Il che, al momento, non sembra essere il caso dell'Italia.
     Sembra più verosimile, a questo punto, che la scelta di Renzi di fare la voce grossa con l'Europa sia legata proprio a un obiettivo più prosaico e importante: incassare il via libera sulla manovra finanziaria e quindi sulla flessibilità supplementare in esso contenuta. Perché se non taglia questo traguardo, a primavera, e in piena campagna elettorale, si affaccia la prospettiva di una manovra correttiva. Un viatico indigesto per chi si prepara ad amministrare una "non vittoria" al voto di primavera.

domenica 10 gennaio 2016

ITALIA ED EUROPA TENTENNANO MA IL VULCANO LIBICO RIBOLLE

di Massimo Colaiacomo


     La sensibilità e l'intelligenza politica maturate in chi ha visto e vissuto vicende drammatiche sulla scena internazionale sono un patrimonio politico che tutti riconoscono e apprezzano nel presidente della Commissione Esteri della Camera Pierferdinando Casini. Per queste ragioni la sua analisi allarmata sugli sviluppi in Libia, in un'intervista al Quotidiano nazionale, è da tenere nella massima considerazione. L'Isis è impegnata in una corsa contro il tempo per impedire l'insediamento del presidente incaricato Fayez Al Sarray. Gli uomini con la bandiera nera marciano a tappe forzate verso i pozzi di petrolio della Cirenaica, il cui possesso è decisivo per rimpinguare le casse dei terroristi, e cercano di assediare Tripoli e Tobruk, sedi dei due governi finora in contrasto, per impedire, con la capitolazione di una delle due capitali provvisorie, che si realizzi la cornice politica indispensabile per sostenere l'accordo Onu attorno al governo legittimo di Al Sarray.
     Che cosa succede se l'Isis prende i pozzi o i suoi miliziani entrano in una delle due città? Verranno meno le condizioni per l'invio di una missione internazionale sotto l'egida dell'ONU o ne risulterà modificata la sua natura di peacekeeping per farne una forza di intervento rapido, quindi con un profilo militare e di contrasto bellico? Il tempo lavora per l'Isis e l'Europa procede troppo lentamente per fermare le lancette degli orologi. Del resto, l'aggravamento della situazione in Libia si coglie indirettamente nelle parole del premier Renzi. Diversamente che dal recente passato, il premier si limita da qualche giorno ad assicurare che l'Italia "c'è e ci sarà" nella coalizione impegnata a  consolidare il governo legittimo libico ma non rivendica più per il nostro Paese un ruolo di protagonista o di guida della coalizione. È la presa d'atto che la velocità dei mutamenti militari sul terreno libico impone un atteggiamento di assoluta prudenza, o meno spavaldo, rispetto al ruolo che l'Italia potrà svolgere nella missione.
     Intanto rimane quanto mai vaga l'entità delle forze militari necessarie, così come ancora da definire sono le regole d'ingaggio, il suo dispiegamento sul territorio e gli obiettivi da presidiare. Al Sarray, insomma, dovrebbe insediarsi con il solo sostegno di quello che rimane delle poche forze di polizia e militari libiche. Il paradosso degli accordi di Rabat è tutto in questa scommessa: se Sarray riuscirà a insediarsi e a trovare un accordo che accontenti i due governi provvisori, allora la forza multinazionale interverrà per sostenerlo. Nessuno ha spiegato però che cosa accadrà se l'Isis riuscirà a bloccare questo processo, con la conseguenza inevitabile di nuove convulsioni e il dilagare incontrollato del terrorismo. A quel punto sarebbe tardi per tutti e la Libia diventerebbe l'ultima trincea persa per la democrazia europea. Di questa eventualità pare che ci sia scarsa consapevolezza a Berlino come a Bruxelles o a Parigi. Il vulcano libico è pronto a esplodere e a investire con lava e lapilli la sonnacchiosa Europa. 
     
  

mercoledì 30 dicembre 2015

L'ITALIA FUORI DALLE SECCHE MA IL MARE APERTO È ANCORA LONTANO


di Massimo Colaiacomo

     Fuori dalle secche, per una nave o una balena, significa la speranza di riguadagnare il mare aperto, recuperare la rotta per la nave e ricongiungersi al branco per la balena. L'immagine così spesso usata dal premier negli ultimi giorni rende l'idea, ma solo fino a un certo punto, di un Paese desideroso di ritrovare coraggio in se stesso, di scrollarsi di dosso le troppe incertezze e non poche paure accumulate negli ultimi anni.
     Il bilancio tracciato da Renzi nella conferenza stampa di fine anno è in chiaroscuro per ammissione dello stesso premier. Le parole rassicuranti, si trattasse delle banche o del terrorismo, dell'occupazione o delle riforme istituzionali, sono state insolitamente prudenti. Messi da parte i toni trionfalistici che sempre gli vengono rinfacciati dalle opposizioni, Renzi ha scelto quasi un low profile, insolito per il suo carattere esuberante. Non si spiegherebbero altrimenti le dure parole di critica all'Europa e alle politiche economiche imposte da Bruxelles e definite da Renzi "recessive" per essere contrapposte a quelle espansive e lungimiranti di Barak Obama. Un premier in versione anti-europeista è la conferma delle difficoltà nella politica economica di bilancio, maggiori in Italia che nel resto d'Europa, a causa delle quali - nella versione di Renzi - la ripresa è in Italia più stentata che altrove.
     L'impostazione di Renzi risulta perciò difensiva in chiave di politica interna, mentre cerca nelle norme e nel rigorismo europeo l'alibi per la parzialità dei successi in campo economico. Come a dire: io ho fatto quello che potevo, con questa maggioranza e in questo quadro politico. Il resto (e non è poco!) dipende dall'Europa. C'è, in questa impostazione, una calcolata strategia di contenimento verso l'anti-europeismo dei populismi di destra (Salvini) e di sinistra (Grillo). Come il ciclista in difficoltà cerca di mettersi nella scia di chi lo precede, così Renzi cerca di "succhiare" la ruota ai suoi avversari anche a rischio di una eccessiva esposizione in Europa.
     Un passaggio, in particolare,  ha reso meglio di altri l'idea della strategia renziana: la piena e totale sintonia con l'America di Barack Obama. Sintonia in politica estera, nel contrasto al terrorismo islamista e, non trascurabile, sintonia nelle politiche espansive di bilancio per acciuffare il treno della crescita. Come può essere letta, in termini più generali, questa completa identità di vedute con Obama, un presidente ormai alla fine del suo mandato? Renzi ha voluto rimarcare, attraverso la sponda obamiana, il suo disaccordo con l'impostazione delle politiche economiche prevalenti oggi in Europa. Da un altro lato, ha ancorato la politica estera alla sponda più di altre decisiva per garantire all'Italia un ruolo da protagonista negli sviluppi della situazione libica.
     Quali sono i possibili limiti di questa impostazione? Il racconto renziano si arena quando la rappresentazione della realtà viene messa a confronto con la realtà europea. Sul tema della crescita, per esempio, la tesi "recessiva" sparisce quando si guarda ai livelli di crescita degli altri Paesi europei. Colpisce, in particolare, la forza della crescita in quei Paesi che hanno accettato di sottoporsi alle cure della trojka (Spagna, Portogallo, Irlanda, con l'eccezione della Grecia). Sono cresciuti più degli altri 25 Paesi dell'UE. Non è forse una smentita alla tesi renziana, che è poi anche della destra italiana, secondo cui l'austerità imposta da Berlino ha impedito la crescita? Perché Renzi, come prima di lui Letta, Monti e Berlusconi, non ha trovato il coraggio di intervenire sulla spesa pubblica con tagli radicali e, almeno nel breve termine, socialmente dolorosi, sapendo che nel medio periodo avrebbero impresso una spinta considerevole alla crescita del PIL?
     Renzi non lo ha fatto esattamente per gli stessi motivi di Berlusconi, Monti e Letta: la spesa pubblica è una potente leva per raccogliere consenso elettorale, lo è in ogni democrazia ma in Italia lo è più che altrove. Per questa ragione, Renzi ha deciso di giocare la partita della vita sul referendum istituzionale che si terrà il 15 ottobre 2016: solo se sconfitto in quella circostanza sarà pronto a farsi da parte. Tutti gli altri dossier (politica economica, elezioni amministrative) finiscono sullo sfondo della strategia renziana: quelle sfide vengono messe in stand by in attesa di tempi migliori. Anche per Renzi, come lo fu per Andreotti, "tirare a campare è sempre meglio che tirare le cuoia". 

lunedì 14 dicembre 2015

IL FRONT RÉPUBLICAIN RISCHIA LA FINE DELLA LINEA MAGINOT

Che cosa dice all'Italia il voto per le regionali in Francia


di Massimo Colaiacomo

     La logica del Front républicain ha prevalso ancora alle elezioni regionali francesi. Hollande e Sarkozy si sono dato reciproco sostegno, grazie alla desistenza, e sono riusciti nell'operazione, fin troppo scontata, di imbrigliare le velleità del Front National di Marine Le Pen. Nessuno dei vincitori ha gridato alla vittoria ma, paradossalmente, è stata l'agguerrita Le Pen a issare la bandiera se non della vittoria certamente di leader della principale opposizione nelle dodici regioni governate da socialisti e repubblicani.
     È stato già osservato che il Front républicain ha avuto il suo battesimo nel lontano 2002, allorché Chirac, vincitore al primo turno delle presidenziali, si trovò a sorpresa al ballottaggio con Jean Marie Le Pen, che al primo turno aveva prevalso sul candidato socialista Lionel Jospin. In quell'occasione, il voto degli elettori socialisti si riversò senza problemi sul candidato del Rassemblement pour la République. Fra le due circostanze esistono però differenze notevoli: nel 2002, c'era un vincitore e uno sconfitto, con una rappresentanza parlamentare esigua per il Front e nell'impossibilità di incidere purchessia sulle scelte del presidente. Le elezioni regionali di ieri, consegnando al FN oltre il 30% dei suffragi, hanno dato a Marine Le Pen una forza elettorale e un numero di parlamentari regionali quale mai prima aveva avuto l'estrema destra francese. Un risultato simile significa per il FN avere il monopolio dell'opposizione, tanto nelle regioni controllate dai repubblicani quanto in quelle controllate dai socialisti. Non sarà ancora quel solido trampolino di lancio per le presidenziali del 2017 come immaginava, e sperava, Le Pen ma tanto basta per complicare i rapporti fra socialisti e repubblicani sempre più destinati ad apparire una cosa sola agli occhi dei francesi. Rischiano di apparire la linea Maginot di un sistema politico al capolinea, consegnandosi alla fine ingloriosa della Maginot.
     Chi si trova nel campo degli sconfitti e chi in quello dei vincitori? Nicolas Sarkozy è sicuramente uno sconfitto di lusso. I Républicains hanno conquistato 5 Regioni, per di più il Pas-de-Calais dove più forte era il FN. Ma l'idea dello sfondamento a destra e il conseguente ridimensionamento del FN è stata seccamente respinta dagli elettori. Sarkozy si ritrova ingabbiato nella melassa della desistenza che funziona, nel doppio turno francese, per le presidenziali ma diventa un terreno viscido nel voto locale. Come potranno i socialisti essere un'opposizione intransigente alla destra moderata dopo averla votata contro Le Pen? Discorso analogo riguarda Sarkozy. È forse vero allora che scambiandosi un sostegno reciproco contro l'avversario comune, Sarkozy e Hollande si sono imprigionati a vicenda, consegnandosi all'immobilismo politico e, in prospettiva, a un ridimensionamento del fronte repubblicano.
     L'idea di svuotare il FN mutuandone temi e battaglie per declinarli secondo un alfabeto vigorosamente moderato è uscita sconfitta dalle urne. Vero è, al contrario, che una patina di moderazione messa da Marine Le Pen al suo programma le ha consentito di fare breccia in settori dell'elettorato fino a ieri ostili o comunque lontani dal sentimento lepenista.
     Quale lezione, se una lezione c'è, si può ricavare dal voto di ieri guardandolo dalla visuale italiana? Due o tre cose in rapida successione: a) un diverso meccanismo elettorale in Italia, impone alle forze, di centrodestra come di centrosinistra, di costruire alleanze le più ampie possibili per puntare al 40% o, in mancanza, raggiungere il risultato più ampio possibile per andare al ballottaggio. Quest'obiettivo è di vitale importanza soprattutto per la destra dove, con il crollo di Forza Italia, è venuto meno il perno dello schieramento b) la corsa solitaria è l'unica opzione nella strategia del M5s, ma anche l'unica realisticamente a portata di mano per una forza politica che ha come prima, e, forse, unica ambizione di andare al ballottaggio per una sfida diretta con il Pd conservando il monopolio di partito anti-sistema. c) le difficoltà maggiori sono tutte del centrodestra costretto a una strategia ambivalente: anti-sistema, per competere con il grillismo, e di forza moderata per competere con Renzi.
     Dal voto regionale in Francia arriva però uno scossone di più ampia portata. Si tratta del perimetro ormai asfittico al cui interno si gioca la contesa democratica fra i partiti di sistema. FN, in Francia, e i grillini, in Italia, crescono più di altri partiti proprio perché percepiti dagli elettori come forze di alternativa radicale. Come possono reagire i partiti tradizionali? Non nel modo un superficiale di Manuel Valls, che ha evocato il rischio di una guerra civile in caso di vittoria della Le Pen. La stessa divisione fra partiti stabilizzatori e partiti anti-sistema è destinata a saltare in senso inclusivo, per convenienza delle forze tradizionali: FN e grillini devono essere messi alla prova del governo prima che il monopolio esclusivo dell'anti-politica ne faccia le uniche forze capaci di rinnovare la politica. Si tratta di obiettivi ambiziosi ma anche decisivi e per raggiungerli si rende necessario un ricambio radicale del ceto politico delle forze tradizionali. Questo è un punto a vantaggio di Matteo Renzi nella sfida aperta con Grillo. È invece l'handicap maggiore per il centrodestra che si presenta vecchio nei programmi e nel personale politico, a dispetto dell'anagrafe.








giovedì 3 dicembre 2015

NOI, L'EUROPA E IL TERRORE


di Massimo Colaiacomo


     Per combattere il terrorismo è utile, efficace e sufficiente rafforzare l'azione di intelligence sul fronte "domestico" oppure è inevitabile portargli la guerra nei suoi territori, oggi in Siria e Iraq e presto anche in Libia e nella vasta area del Sahel? Oppure le due opzioni sono fra loro collegate e dunque entrambe indispensabili per dare efficacia a una seria azione di contrasto? Non sono i soli interrogativi, ma sicuramente fra i tanti sono i due più urgenti in attesa di una risposta. È intorno a queste domande che l'Europa sta consumando tempo ed energie e le risposte fin qui arrivate hanno mostrato divisioni molto profonde, superiori alla solidarietà di superficie mostrata dopo gli attentati a Parigi dello scorso 13 novembre. L'Europa è divisa perché è fragile la sua identità e un'Unione priva di una chiara politica estera e di difesa presta facilmente il fianco alle minacce di chiunque voglia aggredirla.
     La deriva dell'Europa come soggetto politico largamente incompiuto costituisce, di fatto, un incentivo potente per il terrorismo jihadista. Non a caso è il teatro europeo quello scelto dalle varie affiliazioni terroristiche per misurare la loro potenza e la loro forza nei rispettivi Paesi d'origine e così legittimare il diritto a governare porzioni di territorio e fonti energetiche. È sotto i nostri occhi e alimenta la nostra inquietudine una pericolosa asimmetria; da un parte, gli aggressori guidati da una sola cabina di regia che coordina le cellule di un terrorismo in franchising; da questa parte, gli aggrediti che si difendono con 28 cabine di regia, tante quanti sono gli Stati membri dell'Unione europea e i servizi di intelligence
     La risposta agli interrogativi iniziali sarà inevitabilmente lenta ed è verosimile che l'attesa costerà altri lutti alla popolazione europea. Divisi sulla guerra, divisi nella difesa, i governi europei stentano a  definire una linea comune di risposta all'aggressione del terrorismo. Una spia di queste difficoltà si trova perfino nell'adeguatezza del lessico: il terrorismo è una sfida o anche una minaccia e un'aggressione? e se invece fosse una guerra non convenzionale? La sfida è sicuramente fra le diverse bande di terroristi, ciascuna impegnata a dimostrarsi più efficiente delle altre nell'uccidente un gran numero di persone. La minaccia e l'aggressione è verso gli europei. Londra, Parigi e Bonn hanno scelto, ma senza intesa alcune con la Russia e solo parziale con gli Stati Uniti, di rispondere con i bombardamenti senza escludere l'invio di truppe.
     Non ha tutti i torti il presidente Renzi quando invoca una strategia per il "dopo" Assad onde evitare che si ripeta in Siria quello che si è visto in Libia. Se fra gli oppositori dell'attuale regime dovesse infatti prevalere la corrente più vicina al terrorismo islamico la diplomazia occidentale si troverebbe a gestire qualcosa di molto paragonabile a una guerra totale. C'è però, taciuta da Renzi e da molti osservatori, una differenza fondamentale: l'intervento in Libia fu un errore, col senno di poi, e in conseguenza di quell'errore il Paese è stato consegnato ai terroristi e alla violenza. In Siria siamo in una situazione opposta: il terrore c'è già, e un'eventuale guerra potrà solo estirparlo o, male che vada, lasciare lo stato di cose.
     Lo schema logico-diplomatico seguito dal governo italiano - accordiamoci sul dopo Assad e a quel punto l'Italia è pronta a intervenire - nasconde un non detto: senza un accordo, l'Italia è pronta a subire le conseguenze della guerra che fanno gli altri Paesi europei. Si tratta, in tutta evidenza, di una posizione insostenibile di fronte a sviluppi imprevisti ma non imprevedibili. Non si può entrare in guerra solo in conseguenza di un attentato. Bonn e Londra hanno risposto alla richiesta di solidarietà venuta da Hollande non perché hanno subito attentati (e Londra non interverrebbe 10 anni dopo l'attentato alla Tube) ma perché si sono assunta la responsabilità che compete a Paesi di riferimento come è una potenza vincitrice (Gran Bretagna)  e come deve essere per il Paese guida dell'economia europea.
     L'Italia naviga nel mezzo, facendo leva su qualche astuzia levantina di troppo. È vero che la Libia è la polveriera sulla soglia di casa ed è vero che il trasferimento fra Sirte e Misurata di uomini e armi del Califfo non potrà più lasciarci indifferenti. A quel punto, però, toccherà all'Italia chiedere la solidarietà degli altri Paesi europei. Ma potrà farlo soltanto con un debito morale verso gli alleati.