giovedì 28 agosto 2014

IN EUROPA SI TAGLIA OVUNQUE LA SPESA, RENZI ASSUME 100 MILA INSEGNANTI

Massimo Colaiacomo

La parola austerità ha una strana declinazione in Italia, eccentrica sicuramente rispetto al resto dell'Unione europea. Dal Regno Unito alla Germania, passando per Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda essa ha significato, dal 2008 in avanti, tagli draconiani alla spesa pubblica, riduzione del personale pubblico a tutti i livelli e, ove possibile, riduzione delle tasse su imprese e persone.
Il vulcanico premier italiano, titolare pro tempore del terzo pubblico al mondo, ha imboccato la direzione contraria come succede a qualche sbadato quando entra in autostrada. Il crash non è sicuro, se Renzi saprà in tempi brevi invertire la rotta. Purtroppo, per come si sono messe le cose, sembra che anche Renzi abbia deciso di andare a sbattere come i suoi predecessori Monti e Letta.
Che idea si faranno Mario Draghi e Wolfgang Schaüble dell'azione di governo dal lato della finanza pubblica leggendo di 100 mila insegnanti da stabilizzare nelle scuole italiane? La metà di essi dovrebbe essere presa dalle graduatorie di vecchi concorsi, il che significa che si tratta di concorrenti che non avevano superato la prova. Bene: e la meritocrazia sbandierata da Renzi che fine ha fatto?
Nel luglio del 2015 verrà a scadenza il meccanismo dell'OMT (Outright monetary transaction), voluto caparbiamente da Mario Draghi nel luglio 2012 con il famoso annuncio che impegnava la Bce whatever it make, a fare qualunque cosa fosse necessaria per impedire la disintegrazione dell'euro.
Quel meccanismo altro non era se non l'acquisto di tempo da parte della Bce che si impegnava a sostenere il corso dei Titoli di Stato dei Paesi indebitati, comprando i titoli sul mercato secondario, così da concedere tempo ai rispettivi governi per fare le riforme strutturali. Nei due anni trascorsi non una sola delle riforme necessarie è stata fatta, nel senso che è stata approvata e resa operativa con i decreti attuativi. Mercato del lavoro, riforma della P.A., riforma delle agenzie del lavoro, della scuola: nulla di fatto su tutti i fronti.
Il governo Renzi naviga a vista, a dispetto della girandola di annunci quotidiani, si direbbe ad horas, stretto come è dalle mille contraddizioni del PD e privo di un'opposizione di destra davvero liberale, europea e riformista. Il populismo di Renzi non solo non trova contrasto nell'opposizione, ma si alimenta anzi del populismo di Berlusconi che ha tracciato una strada ampia sulla quale, con l'eccezione parziale di Monti, si sono incamminati tutti i governi. È come se l'Italia, prigioniera dell'eterna incertezza della sua ruling class, preoccupata unicamente di salvare se stessa, avesse già deciso di gettare la spugna e uscire dal ring europeo.
Come ha dimostrato Giancarlo Elia Valori in un'analisi lucida su Formiche.net, non c'è bisogno di alcun Redemption Fund European poiché la proprietà di migliaia di nostre piccole e medie imprese è già passata nelle mani di imprenditori tedeschi, olandesi o inglesi. L'Italia non è e non sarà svenduta per volontà di "circoli" finanziari internazionali (la sirena del complottismo che tanto piace evocare a Berlusconi e alla destra italiana) ma è stata svenduta a causa del fallimento del suo ceto politico. Se Renzi vuole assicurare il posto a 100 mila insegnanti-elettori evidentemente non ha escluso dal suo orizzonte il ricorso alle urne nella primavera 2015, una volta approvata la riforma elettorale e la riforma del Senato, inutili entrambe per salvare l'Italia ma utilissime per salvare il ceto politico.

Non è antipatriottismo, a questo punto, sperare che sia la trojka economica a prendere il timone delle operazioni in Italia per farne un Paese europeo, cioè "normale" come tutti gli altri. 

martedì 26 agosto 2014

RENZI E L'ITALIA PIÙ SOLI IN EUROPA

di Massimo Colaiacomo

Ha giustamente osservato Antonio Polito sul Corriere della Sera di oggi che chiunque sia al governo in Francia "Parigi non guiderà mai un fronte di opposizione alla Germania". Il riferimento è alla grave crisi di governo che ha portato alla sostituzione del ministro dell'Economia, fiero avversario dell'austerità made in Germany. Quasi nelle stesse ore del licenziamento di Montebourg, Angela Merkel, ospite di Mariano Rajoy a Santiago de Compostela, sua città natale, accoglieva con entusiasmo la candidatura del ministro del'Economia spagnolo, De Guindos, quale successore dell'olandese Dissjelbom nel ruolo di presidente dell'Eurogruppo.
Che cosa è accaduto fra Parigi e Santiago de Compostela? Una cosa molto semplice: Francia e Spagna sono allineate con Berlino sulla politica di austerità fiscale. Rajoy ha già fatto i compiti, Hollande si prepara a farli con provvedimenti economici ancora da definire ma sulla cui incisività, dopo il licenziamento del riottoso Montebourg, non è lecito dubitare. L'Italia di Matteo Renzi da ieri è più sola nell'Europa politica. Renzi non ha cambiato verso all'Europa, come aveva più volte anunciato, non si sa se con più presunzione o più ingenuità, e ora è l'Europa che si prepara a cambiare verso all'Italia. Il legame più forte, ma anche più condizionante, rimane quello con il governatore della Bce. L'idea bislacca di Romano Prodi e, a quanto pare, di Silvio Berlusconi, frutto della furbizia levantina dei due personaggi, di costituire un asse mediterraneo per arginare la politica fiscale di Berlino è fallita miseramente. Pochi si erano accorti che a giugno, al vertice dell'Eurogruppo, la Spagna aveva opposto un netto rifiuto alla richiesta italiana di rinviare al 2016 il pareggio di bilancio.
Rajoy ha fatto digerire due anni di austerity fiscale agli spagnoli, ha risanato i conti grazie alla moratoria concessa dall'Europa ma ripagata da Rajoy con riforme coraggiose, soprattutto nel mercato del lavoro ma anche con licenziamenti nella pubblica amministrazione e un taglio degli stipendi nel pubblico impiego. Soltanto un ingenuo - e Prodi e Berlusconi non lo sono - poteva immaginare che Rajoy potesse concedere a Renzi quel che lui si era dovuto guadagnare sfidando le piazze piene di indignados.
Il ceto politico italiano è inguaribilmente votato al populismo. Quando Draghi aveva accennato, prima di Ferragosto, alla necessità di cedere "quote di sovranità nazionale" all'Europa, e dunque alla Commissione e alla Bce, per fare le riforme struturali a chi altri se non all'Italia correva il suo pensiero?
L'ipocrisia è la leva a cui si aggrappa il ceto politico italiano per esorcizzare gli scenari più cupi. Non è forse ipcrita la destra che si straccia le vesti quando viene evocata la costituzioe di un Redemption Fund per l'Italia in cui far confluire gli asset più importanti dello Stato per alleggerire il debito pubblico? Bene, nessuno vuole svendere lo Stato, ma il governo che cosa aspetta allora a prendere le misure drastiche per raddrizzare la rotta del Paese? Invece di girare attorno all'art. 18 e strepitare contro la discussione ideologica e il totem e i tabù, perché Renzi, come fece Schröder nell'agosto 2003, non riunisce il Consiglio dei ministri e dichiara unilateralmente decaduto l'art. 18 delo Statuto dei lavoratori anziché aggirare l'ostacolo e allungare i tempi in attesa di una riscrittura dello Statuto?
L'Italia è da oggi più sola in Europa, il Pd è più isolato nella famiglia dei socialisti e Forza Italia è addirittura in quarantena dentro il Ppe. L'Italia è sicuramente un grande Paese, come ama ripetere Renzi, ma il suo problema è il ceto politico composto da personalità unfit, si chiami il premier Berlusconi o Renzi.

giovedì 21 agosto 2014

LA JIHAD CHE È IN NOI

di Massimo Colaiacomo

Le Chiese, quelle cattoliche, sono vuote. Pochi i fedeli che si recano a Messa la domenica. Una stima della Cei, alcuni anni fa, calcolava in circa 7 milioni i cattolici che frequentavano la Chiesa nel giorno dedicato a Dio. Pochi rispetto ai circa 23-24 milioni degli anni Sessanta. Quel numero segnala l'avvenuto processo di secolarizzazione della società italiana ma in generale dell'Occidente scristianizzato. Un grande Papa come Benedetto XVI aveva capito l'insidia luciferina di quei numeri ed era corso ai ripari, o così credeva, nominando mons. Rino Fisichella responsabile dell'evangelizzazione in Europa. La Chiesa globalizzata di Papa Wojtyla non si era accorta di aver perso le radici proprio dove era nata.
Il discorso di Ratzinger a Ratisbona, non meno della sua lectio magistralis al Bundestag nell'autunno 2011, venne salutato da una salva di critiche poiché per la prima volta un Pontefice romano aveva sostenuto che le religioni, tutte meritevoli di rispetto e ciascuna dignitosa nella propria ricerca della trascendenza, non erano per questo tutte uguali. Ratzinger aveva cercato di portare la teologia cristiana fuori dalle secche del relativismo di una globalizzazione che tende a fare di tutte le erbe un fascio. Lo stesso Dio dei cattolici, degli ebrei e dei musulmani - era il succo del discorso di Benedetto XVI - non può suggerire la carità agli uni e indurre gli altri a cercare il martirio uccidendo un fratello diverso nella fede.
L'Occidente secolarizzato non può porsi domande scomode perché ciò comporta una notevole perdita di tempo nella ricerca di risposte che non sono più scontate. Non si trovano su internet o su un qualsiasi sito on line. La secolarizzazione di una società non è mai un fenomeno indolore poiché comporta un travaso di valori, e più spesso una loro distruzione, e mette a disposizione degli individui vie di fuga le più impensate. Perché, allora, una società secolarizzata e scristianizzata avverte il bisogno di valori spirituali e li trova nell'islamismo o nel buddhismo o in qualsiasi altra religione ma non più in quella cristiana e nelle sue varianti protestante o evangelica?
La confusione fra secolarizzazione e fine della vita spirituale ha prodotto quel fenomeno che tutti vediamo e di fronte al quale solo gli ingenui sgranano gli occhi per la sorpresa: la jihad fa proselitismo nel cuore di una società un tempo cattolica o protestante. È un proselitismo sui generis, poiché alla spinta spirituale si associa un'evangelizzazione ideologica contro l'occidentalismo e in genere contro le società ricche e opulente. Un cocktail simile viene servito da qualche decennio in tutti i Paesi della vecchia Europa e in America, nei modi e attraverso canali i più diversi. Certo l'immigrazione ha il suo peso, ma non è risolutivo. Una persona che crede in una causa, si infervora in sua difesa e infervora chi lo ascolta, ha una forza di persuasione incredibile e incontenibile per chi vive in una società senza più altra rotta che non sia il benessere materiale.
Aveva ragione Arturo Graf, storico piemontese dell'Ottocento, quando osservava, a proposito delle cause dei conflitti fra i popoli, che esse non vanno quasi mai cercate nei bisogni materiali dell'uomo. "Terribile e incoercibile - scriveva Graf - è la forza delle cose che non furono, non sono e non saranno". La fede, le idee, i valori ideali sono le molle più potenti che spingono l'uomo ad aggredire i propri simili.
James Fowley è stato decapitato. Un coltello, invece di un colpo di pistola alla testa, ha una forza evocatrice straordinaria perché è un altro uomo, con le sue mani, ad uccidere un proprio simile. La pistola o una raffica di kalasnikhov sarebbero state una mediazione meccanica che privava l'uccisione di Fowley della ritualità e della ferocia primitiva del gesto.
La jihad è destinata a crescere in Occidente, a fare nuovi proseliti in Gran Bretagna e altrove. La sua forza è nel deserto di valori spirituali e morali cui è ridotta questa parte del mondo. Loro credono in una cosa, noi crediamo in troppe cose per credere anche a una sola di esse. Le religioni non sono tutte uguali e il Dio di Abramo e di Isacco non può essere lo stesso Dio che ordina ai jihadisti di sgozzare i cristiani. Sarà bene che la Chiesa prenda consapevolezza piena di ciò che sta accadendo e non trasmetta, invece, nuovi segnali di resa culturale e spirituale.


martedì 12 agosto 2014

AUTUNNO DI SCELTE PER EVITARE L'AUTUNNO DEL GOVERNO

di Massimo Colaiacomo

Matteo Renzi può concedersi una breve pausa estiva e godersi la soddisfazione della riforma del Senato. Ha messo a segno, è innegabile, un punto importante nella sua strategia del cambiamento. Un punto che lo rafforza dentro la maggioranza parlamentare e che rende agevole gli altri passaggi della riforma prima che questa diventi norma costituzionale. Questo, però, è un percorso, per così dire, che disegna l'Italia che verrà per le nuove generazioni. Alla ripresa autunnale Renzi dovrà mettere la testa sulle difficoltà presenti di un quadro economico periclitante sul quale si addensano nuvoloni carichi di pioggia. L'outlook di Moody's che prevede un 2014 con il segno meno del Pil è un campanello d'allarme da non sottovalutare ma neppure da enfatizzare come qualche oppositore ha fatto.
Le difficoltà strutturali dell'economia italiana sono oggi le stesse di tre o cinque anni fa: le mancate riforme del mercato del lavoro e della pubblica amministrazione sono la zavorra che rende difficoltosa qualsiasi ripresa economica. La riforma delle pensioni di Elsa Fornero, tanto vituperata a suo tempo, è stato quasi svuotata dalle 6 deroghe di questi ultimi due anni. Renzi dovrà dissodare un terreno accidentato e reso sterile dai veti politici e corporativi. La riforma della P.A. licenziata dalla Camera è uno strumento ridicolo. L'idea di rottamare i dirigenti derogando alla legge Fornero e quindi con pensionamenti anticipati, è semplicemente folle. Si sposta in questo modo il debito dallo Stato all'Inps, per poi accrescerlo assumendo 15 mila giovani.
Una frase è sfuggita a Renzi qualche giorno fa, in un colloquio con La Stampa. "Lo Stato non crea lavoro - ha detto - ma deve crare le condizioni migliori perché le imprese possano crescere e dare lavoro". Una frase quasi simile fu la risposta che Alcide De Gasperi diede, nel gennaio 1953, all'allora ministro dell'Agricoltura Amintore Fanfani il quale si era recato da lui per perorare un aumento delle tasse e la creazione di posti di lavoro da parte dello Stato.
Quella frase pronunciata da Renzi lascerebbe pensare a un aggiustamento di rotta, se non di strategia, da parte dell'esecutivo. Certo, Renzi deve far di conto con una parte della sua maggioranza che, al contrario, pensa ancora allo Stato come datore di lavoro per chi un lavoro non ce l'ha. A parte poi l'affermazione di principio, si tratterà di vedere come Renzi affronterà in concreto il tema del lavoro. Il jobs act è stato congelato alla Camera e trattandosi di un ddl delega ha tempi di attuazione piuttosto lunghi e incompatibili con le urgenze della questione.
Renzi deve cercare un altro percorso, più veloce per essere al passo con i problemi. Anticipare parte dei contenuti del jobs act con il ricorso al decreto legge potrebbe creare tensioni nella maggioranza, soprattutto se Ncd dovesse insistere sull'abolizione dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Ignorare questa richiesta da parte di Renzi verrebbe interpretato come un segno di ostilità da parte di Alfano ma, nello stesso tempo, impedirebbe il soccorso di Forza Italia all'esecutivo essendo Berlusconi dello stesso avviso di Alfano.

C'è poi il capitolo dei tagli alla spesa pubblica. Ancora non si vede neppure l'ombra dei 4 miliardi di risparmi ipotizzati dal commissario Carlo Cottarelli. Risparmi che dovrebbero salire a 15 nel 2015 e addirittura a 32 miliardi nel 2017. Si tratta di interventi molto profondi nella struttura della spesa per realizzare i quali Renzi deve poter contare su una maggioranza parlamentare molto coesa. Ogni incertezza su questo versante verrebbe seriamente punita dai mercati con riflessi onerosi per il debito pubblico. Come si vede, a mano a mano che ci si inoltra nel cammino autunnale si apre per Renzi la questione della "tenuta" politica della sua maggioranza. Su questo varco lo aspettano Berlusconi e Forza Italia. L'ex Cav. manda segnali in direzione dell'esecutivo, ma non più di tanto. La coesione dei gruppi parlamentari non è uscita incrinata più di tanto al Senato e Berlusconi non ha fretta: può guardare gli sviluppi della situazione e decidere con tutta calma. Renzi e Berlusconi sono divisi su un punto strategico rilevante: Renzi vuole raggiungere i suoi obiettivi senza sforare il 3% nel rapporto deficit-Pil; Berlusconi mantiene intatta la sua sfida all'Europa e sostiene, con Giavazzi e Alesina, la necessità di sforare temporaneamente quella soglia per avviare le riforme radicali necessarie all'Italia. La fedeltà renziana ai parametri di Maastricht non è un eccesso di zelo, ma un espediente per attenuare l'impatto delle riforme che Mario Draghi, invece, vuole incisive e radicali. Per un paradosso del caso, quindi, è Berlusconi a farsi più europeista di Renzi.

mercoledì 2 luglio 2014

DA OMOFOBO A GAY FRIENDLY: BERLUSCONI È UNO, NESSUNO E NIENTE

di Massimo Colaiacomo

La svolta gay friendly di Silvio Berlusconi rientra in una più ampia strategia di sopravvivenza politica del suo ideatore. La politica di Forza Italia è ormai molto simile alla "pasta fatta in casa". Un famigliare si muove con una propria iniziativa di forte impatto mediatico (Pascale si è iscritta all'Arcigay) e, a ruota, segue Berlusconi con un annuncio "frenato" in quella direzione.
La sua apertura al riconoscimento delle unioni omosessuali è un passo politico meditato, ma, nello stesso tempo, è anche la conferma dello stato confusionale in cui versa quel partito. A Berlusconi è inutile chiedere una qualche motivazione culturale o antropologica dei suoi gesti poiché essi nascono soltanto da un calcolo di convenienza politica e, meglio ancora, personale. Quando in autunno il Parlamento affronterà l'esame delle proposte di legge sul riconoscimento delle coppie gay Forza Italia non resterà più isolata in una posizione conservatrice o, come amano dire i relativisti evergreen, di chiusura "bigotta".
Questa decisione ribalta una lunga stagione di "collateralismo" supino alla Chiesa cattolica e conferma tutta la strumentalità della precedente posizione sui diritti civili, non inferiore né diversa rispetto alla strumentalità della svolta gay friendly. Se qualcuno era ancora curioso di misurare il vuoto politico e culturale che assedia Forza Italia trova oggi abbondanti conferme.
I valori cosiddetti "non negoziabili" si scoprono oggi più o meno ampiamente negoziabili. La spiegazione della svolta è ridicola e risibile in sé visto che appaia Berlusconi al Papa del quale si ricorda la risposta data a un giornalista "chi sono io per giudicare i gay?". Cambiare posizione, per di più con la benedizione del Pontefice, è un po' come acchiappare due piccioni con una fava: si resta in linea con la Chiesa e per di più si fa una comoda apertura a un mondo da sempre ostile e lontano da Forza Italia. Soprattutto, nella testa di Berlusconi, c'è la preoccupazione di restare agganciati al "renzismo" in tutte le sue declinazioni, attenuando quanto più possibile le distanze fra l'accordo sulle riforme e l'azione quotidiana di governo. Ammesso che Forza Italia abbia mai avuto la connotazione di un partito cattolico, si deve aggiungere che l'ultima sbianchettata di Silvio Berlusconi ne ha pressoché cancellato ogni traccia.
Nella marcia di avvicinamento ad argomenti e temi propri di Matteo Renzi (e quindi alla sua maggioranza) resta netta la differenza di impostazione sulle politiche economiche e di bilancio del governo. È interessante osservare, però, come anche in questo caso le argomentazioni critiche di Forza Italia si risolvano in un gioco di sponda: non sono mai dirette contro Matteo Renzi in quanto tale, ma attraverso di lui mirano all'Europa e alla Commissione europea colpevoli, secondo il refrain di Forza Italia, di aver distrutto le economie dei Paesi mediterranei.
Da qui all'autunno, però, non sono poche le difficoltà che proprio sul terreno dell'economia il governo dovrà superare. Per Renzi si annuncia un vero e proprio percorso di guerra, con o senza la flessibilità dei parametri mai chiesta da Renzi all'Europa - secondo la versione di Schaüble. Se le previsioni dell'Istat sul Pil negativo anche nel secondo trimestre saranno confermate dal dato finale, si aprono problemi di finanza pubblica in termini di gettito fiscale. La manovra che il ministro Padoan continua a escludere potrebbe essere in autunno un passo obbligato e socialmente non indolore. Le voci che si rincorrono in qualche sale operativa sulla possibile parziale ristrutturazione del debito pubblico sono probabilmente infondate. È significativo però il contrasto tra la ventata di ottimismo mediatico che Renzi suscita e alimenta con le sue infaticabili apparizioni e la realtà prosaica di chi maneggia il denaro e lancia lo sguardo oltre la carta scintillante dei pacchi-regalo confezionati da Renzi.

L'autunno non è remoto. La riforma del Senato e della legge elettorale riescono a mettere d'accordo un vasto fronte parlamentare e Renzi fa bene a non temere il dissenso, sia pure organizzato, che agita il PD. Ma la musica cambierebbe rapidamente se dalle riforme si dovesse passare attraverso nuove turbolenze sul debito pubblico. In questo caso non sarebbe agevole per Renzi silenziare il dissenso non solo politico ma anche sociale.

giovedì 26 giugno 2014

GRILLO E MERKEL, INSIDIE DIVERSE MA STESSA SFIDA PER RENZI

di Massimo Colaiacomo

Ricapitolando: Matteo Renzi intende tener fede al patto del Nazareno con Silvio Berlusconi. Quindi la riforma del Senato, con la non eleggibilità dei senatori; il modello elettorale dell'Italicum, dunque niente preferenza e listini corti ma bloccati insieme alla certezza che la sera dell'eventuale ballottaggio si sappia quale partito o coalizione di partiti governerà l'Italia; la riforma del Titolo V, con l'eliminazione o almeno la riduzione delle materie "concorrenti", cioè quelle in cui lo Stato programma e la Regione gestisce.
Messa così si direbbe che tutto è a posto. La realtà però è più complessa. Dopo l'inconro con la delegazione M5s, Renzi può a giusto titolo rivendicare di aver infranto il muro di incomunicabilità dietro il quale prosperava il grillismo. Diciamo pure una sorta di "arco costituzionale" rovesciato, nel senso che Grillo aveva fatto della sua autoesclusione dal "sistema" il punto di forza da cui lucrare consensi anti-sistema.
Il tavolo è saltato con il voto europeo. Grillo si è dovuto piegare di fronte al risultato elettorale e aprire il dialogo con il governo è diventata per lui una necessità per sopravvivere. Una necessità non è ancora una scelta politica, cioè non comporta atti politici frutto di una matura convinzione. I grillini potrebbero in qualunque momento abbandonare il confronto e tornare in trincea. Al momento non accadrà perché il loro obiettivo è di incrinare quel patto con Berlusconi che, è vero, appare blindato, ma rispetto al quale Renzi non vuole sentirsi le mani legate più di tanto. Allora ecco la possibilità di alzare la soglia al 40% e, di conseguenza, accettare una soglia unica di accesso al Parlamento intorno al 4%. Le preferenze, no: non sono state concordate con Berlusconi anche se il Cavaliere non avrebbe la forza di rovesciare il tavolo lasciando via libera a Grillo. Renzi diffida al massimo di Grillo, e fa bene. Rompere l'intesa con Forza Italia significherebbe consegnarsi nelle mani di un personaggio imprevedibile e rocambolesco come il comico. Ma utilizzare il grillismo per ritoccare il patto in termini più vantaggiosi per il Pd, questo è possibile.
Da qui a metà luglio, quando Renzi conta di incassare il via libera del Senato alla riforma costituzionale, il governo dovrà affrontare anche lo spinoso dossier delle nomine europee e, in particolare, fare di conto con il muro inscalfibile della Germania sulle regole fiscali.
La flessibilità invocata da Italia e Francia e accettata, almeno in apparenza, da Berlino, è un termine che indica cose diverse nei tre Paesi. Per l'Italia la flessibilità dei parametri del Fiscal compact è da interpretare come la possibilità di rinviare nel tempo il pareggio di bilancio (al 2016) e prendere più tempo per aggredire il debito "monstre". Per Berlino, al contrario, la flessibilità va cercata all'interno di quei parametri e più esattamente mettendo in campo riforme strutturali radicali e incisive, capaci di incidere sui flussi di cassa della spesa pubblica. Come fare? Merkel non lo dice, ma il suo pensiero va alla Spagna e alla Grecia come per dire a Renzi: ecco come fare.
Renzi dovrebbe fare qualcosa che lo metterebbe in aperta contraddizione con l'oceano di consensi raccolti il 25 maggio. Dovrebbe alleggerire gli organici dell'amministrazione pubblica, possibilmente senza pensionamenti anticipati; tagliare ulteriormente i trasferimenti agli Enti locali e rivedere l'autonomia di spesa delle Regioni; ridurre la spesa sanitaria aumentando il concorso dei lavoratori con i ticket. Renzi dovrebbe, insomma, fare l'esatto contrario di quello fin qui annunciato.
Il centrodestra italiano rifiuta un simile schema e diventa supporto, non si sa quanto involontario, al velleitarismo di Renzi. Tutto in nome della resistenza al potere straripante della Germania. Viene da chiedersi se la Spagna, il Portogallo, la Grecia, l'Irlanda hanno accettato supinamente lo strapotere tedesco inchinandosi ai diktat della cancelliera Merkel. Nessuno però che si chieda perché quegli stessi Paesi, pagando prezzi socialmente rilevanti, si trovano oggi in condizioni nettamente migliori rispetto all'Italia e con una capacità competitiva superiore. La crescita è rimasto un problema soprattutto italiano e francese. Cioè dei due Paesi che più tentennano sulla via delle riforme. Non è per caso.

 

mercoledì 18 giugno 2014

IL TEMPO È DENARO, E BERLINO REGALA TEMPO A RENZI

di Massimo Colaiacomo
Il destino del governo Renzi è legato a doppia mandata alle riforme: farle, e in tempi rapidi, significa acquisire titoli presso la Commissione europea; farle bene, e credibili, significa ottenere dall'azionista di riferimento della UE, Angela Merkel, una dilazione dei tempi. Sembra essere questo il senso delle dichiarazioni rese tamane dal portavoce di Merkel, Steffen Seibert, rispondendo, durante la conferenza stampa settimanale, a una precisa domanda sulla proposta di Sigmar Gabriel, il ministro socialdemocratico dell'Economia.
Che cosa ha suggerito Gabriel? In una conversazione con la Bild Zeitung, Gabriel ha avanzato una proposta per così dire di tipo cronologico: dare tempo a Italia e Francia per fare le riforme incisive attese dal resto d'Europa. "Ci vuole più onestà nel dibattito. Noi tedeschi oggi stiamo meglio di molti altri Stati perché - ha ricordato Gabriel - con l'Agenda 2010 di Schroeder ci siamo imposti un duro programma di riforme. Ma anche allora abbiamo avuto bisogno di tempo per ridurre il debito. Il ministro dell'Economia socialdemocratico ha ripreso un'idea lanciata nei giorni scorsi a Tolosa. "Un'idea potrebbe essere che coloro che riformano i loro Stati ottengano più tempo per l'abbattimento del deficit. Quindi riforme vincolanti in cambio di più tempo nell'abbassamento del deficit". Su questa posizione il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble ha già fatto sapere attraverso un portavoce di non essere d'accordo: "Il patto di stabilità e crescita contiene già abbastanza flessibilità", è stata la replica, e le regole "vanno rispettate come sono, perché in gioco c'è la fiducia" nell'euro.
Schaüble è incrollabile nel suo ruolo di guardiano della stabilità monetaria. Ma l'apertura di un dibattito tanto vigoroso in seno al governo tedesco è la spia di un disagio che monta a Berlino, anche a seguito dei risultati elettorali del 25 maggio. In fondo, la concessionedi più tempo ai governi italiano e francese per varare le riforme non è un cedimento all'Italia né costituisce una violazione "quantitativa" del Patto di stabilità e crescita. Semmai ne rappresenta una diluizione temporale, senza rimetterne in discussione gli obiettivi.
In questa direzione è sembrato andare lo scaltro Seibert, nella conferenza di stamane, quando in risposta a una domanda ha precisato che Angela Merkel e Matteo Renzi ''sono unitinella convinzione che servono crescita e lavoro. E si può ottenere attraverso tre cose: riduzione del deficit, riforme e mantenendo fede a ciò che si è concordato. Perché è una questione di fiducia nell'Europa''. Per concludere che nel governo tedesco "c'è unità sul fatto cheil patto di stabilità e crescita non debba essere cambiato''.
Parole chiare non meno dei sottintesi e dei silenzi che si portano dietro. Né Renzi né Padoan hanno chiesto mai di cambiare le regole del Patto. A parte la Lega Nord, Fratelli d'Italia, Forza Italia e Sel, nessuno mai dal governo italiano ha chiesto di cambiare le regole,  le procedure e i parametri del Patto di stabilità e crescita. La vera posta in gioco è il "tempo". In gioco c'è appunto il rinvio del pareggio di bilancio al 2016 invece che al 2015. In gioco potrebbe esserci, da qui alla fine del semestre italiano, il rinvio della ulteriore riduzione del deficit, previsto allo 0,6% nel 2016.
Del resto, che altro fa Mario Draghi dalla tolda della Banca centrale europea se non "comprare tempo" per consentire ai governi rimasti indietro di accelerare sulle riforme? Quando nel luglio 2012 varò l'OMT (Outright monetary transaction), il piano di sostegno ai titoli del debito pubblico, altro non fece che contribuire a ridurre drasticamente lo spread fra i titoli italiani e quelli tedeschi, creando le condizioni monetarie più favorevoli per le riforme. Che non sono state fatte o, quelle fatte, non sono risultate incisive come si aspetta l'Europa ma soprattutto come richiedono le condizioni della nostra finanza pubblica.
Matteo Renzi ha bisogno di una cornice temporale meno affannosa. Il premier "di corsa" deve rallentare il passo se vuole dare sostanza e incisività alle riforme e non ridurle a semplice belletto. Questa è la sfida che lo attende in Europa. E su questa strada sa che troverà in Italia un fronte antieuropeista agguerrito (dalla Lega a FdI, passando per quel caos che è oggi FI, e M5s). Meno riforme ma migliori e più incisive, ad esempio sul lavoro, di quelle fin qui viste. Se Renzi saprà convincere l'Europa su questo terreno avrà gioco facile. Se invece continua nell'illusionione di un riformismo fantasmagorico ma di incerta o poca sostanza, rischia di complicarsi la vita.