mercoledì 2 luglio 2014

DA OMOFOBO A GAY FRIENDLY: BERLUSCONI È UNO, NESSUNO E NIENTE

di Massimo Colaiacomo

La svolta gay friendly di Silvio Berlusconi rientra in una più ampia strategia di sopravvivenza politica del suo ideatore. La politica di Forza Italia è ormai molto simile alla "pasta fatta in casa". Un famigliare si muove con una propria iniziativa di forte impatto mediatico (Pascale si è iscritta all'Arcigay) e, a ruota, segue Berlusconi con un annuncio "frenato" in quella direzione.
La sua apertura al riconoscimento delle unioni omosessuali è un passo politico meditato, ma, nello stesso tempo, è anche la conferma dello stato confusionale in cui versa quel partito. A Berlusconi è inutile chiedere una qualche motivazione culturale o antropologica dei suoi gesti poiché essi nascono soltanto da un calcolo di convenienza politica e, meglio ancora, personale. Quando in autunno il Parlamento affronterà l'esame delle proposte di legge sul riconoscimento delle coppie gay Forza Italia non resterà più isolata in una posizione conservatrice o, come amano dire i relativisti evergreen, di chiusura "bigotta".
Questa decisione ribalta una lunga stagione di "collateralismo" supino alla Chiesa cattolica e conferma tutta la strumentalità della precedente posizione sui diritti civili, non inferiore né diversa rispetto alla strumentalità della svolta gay friendly. Se qualcuno era ancora curioso di misurare il vuoto politico e culturale che assedia Forza Italia trova oggi abbondanti conferme.
I valori cosiddetti "non negoziabili" si scoprono oggi più o meno ampiamente negoziabili. La spiegazione della svolta è ridicola e risibile in sé visto che appaia Berlusconi al Papa del quale si ricorda la risposta data a un giornalista "chi sono io per giudicare i gay?". Cambiare posizione, per di più con la benedizione del Pontefice, è un po' come acchiappare due piccioni con una fava: si resta in linea con la Chiesa e per di più si fa una comoda apertura a un mondo da sempre ostile e lontano da Forza Italia. Soprattutto, nella testa di Berlusconi, c'è la preoccupazione di restare agganciati al "renzismo" in tutte le sue declinazioni, attenuando quanto più possibile le distanze fra l'accordo sulle riforme e l'azione quotidiana di governo. Ammesso che Forza Italia abbia mai avuto la connotazione di un partito cattolico, si deve aggiungere che l'ultima sbianchettata di Silvio Berlusconi ne ha pressoché cancellato ogni traccia.
Nella marcia di avvicinamento ad argomenti e temi propri di Matteo Renzi (e quindi alla sua maggioranza) resta netta la differenza di impostazione sulle politiche economiche e di bilancio del governo. È interessante osservare, però, come anche in questo caso le argomentazioni critiche di Forza Italia si risolvano in un gioco di sponda: non sono mai dirette contro Matteo Renzi in quanto tale, ma attraverso di lui mirano all'Europa e alla Commissione europea colpevoli, secondo il refrain di Forza Italia, di aver distrutto le economie dei Paesi mediterranei.
Da qui all'autunno, però, non sono poche le difficoltà che proprio sul terreno dell'economia il governo dovrà superare. Per Renzi si annuncia un vero e proprio percorso di guerra, con o senza la flessibilità dei parametri mai chiesta da Renzi all'Europa - secondo la versione di Schaüble. Se le previsioni dell'Istat sul Pil negativo anche nel secondo trimestre saranno confermate dal dato finale, si aprono problemi di finanza pubblica in termini di gettito fiscale. La manovra che il ministro Padoan continua a escludere potrebbe essere in autunno un passo obbligato e socialmente non indolore. Le voci che si rincorrono in qualche sale operativa sulla possibile parziale ristrutturazione del debito pubblico sono probabilmente infondate. È significativo però il contrasto tra la ventata di ottimismo mediatico che Renzi suscita e alimenta con le sue infaticabili apparizioni e la realtà prosaica di chi maneggia il denaro e lancia lo sguardo oltre la carta scintillante dei pacchi-regalo confezionati da Renzi.

L'autunno non è remoto. La riforma del Senato e della legge elettorale riescono a mettere d'accordo un vasto fronte parlamentare e Renzi fa bene a non temere il dissenso, sia pure organizzato, che agita il PD. Ma la musica cambierebbe rapidamente se dalle riforme si dovesse passare attraverso nuove turbolenze sul debito pubblico. In questo caso non sarebbe agevole per Renzi silenziare il dissenso non solo politico ma anche sociale.

giovedì 26 giugno 2014

GRILLO E MERKEL, INSIDIE DIVERSE MA STESSA SFIDA PER RENZI

di Massimo Colaiacomo

Ricapitolando: Matteo Renzi intende tener fede al patto del Nazareno con Silvio Berlusconi. Quindi la riforma del Senato, con la non eleggibilità dei senatori; il modello elettorale dell'Italicum, dunque niente preferenza e listini corti ma bloccati insieme alla certezza che la sera dell'eventuale ballottaggio si sappia quale partito o coalizione di partiti governerà l'Italia; la riforma del Titolo V, con l'eliminazione o almeno la riduzione delle materie "concorrenti", cioè quelle in cui lo Stato programma e la Regione gestisce.
Messa così si direbbe che tutto è a posto. La realtà però è più complessa. Dopo l'inconro con la delegazione M5s, Renzi può a giusto titolo rivendicare di aver infranto il muro di incomunicabilità dietro il quale prosperava il grillismo. Diciamo pure una sorta di "arco costituzionale" rovesciato, nel senso che Grillo aveva fatto della sua autoesclusione dal "sistema" il punto di forza da cui lucrare consensi anti-sistema.
Il tavolo è saltato con il voto europeo. Grillo si è dovuto piegare di fronte al risultato elettorale e aprire il dialogo con il governo è diventata per lui una necessità per sopravvivere. Una necessità non è ancora una scelta politica, cioè non comporta atti politici frutto di una matura convinzione. I grillini potrebbero in qualunque momento abbandonare il confronto e tornare in trincea. Al momento non accadrà perché il loro obiettivo è di incrinare quel patto con Berlusconi che, è vero, appare blindato, ma rispetto al quale Renzi non vuole sentirsi le mani legate più di tanto. Allora ecco la possibilità di alzare la soglia al 40% e, di conseguenza, accettare una soglia unica di accesso al Parlamento intorno al 4%. Le preferenze, no: non sono state concordate con Berlusconi anche se il Cavaliere non avrebbe la forza di rovesciare il tavolo lasciando via libera a Grillo. Renzi diffida al massimo di Grillo, e fa bene. Rompere l'intesa con Forza Italia significherebbe consegnarsi nelle mani di un personaggio imprevedibile e rocambolesco come il comico. Ma utilizzare il grillismo per ritoccare il patto in termini più vantaggiosi per il Pd, questo è possibile.
Da qui a metà luglio, quando Renzi conta di incassare il via libera del Senato alla riforma costituzionale, il governo dovrà affrontare anche lo spinoso dossier delle nomine europee e, in particolare, fare di conto con il muro inscalfibile della Germania sulle regole fiscali.
La flessibilità invocata da Italia e Francia e accettata, almeno in apparenza, da Berlino, è un termine che indica cose diverse nei tre Paesi. Per l'Italia la flessibilità dei parametri del Fiscal compact è da interpretare come la possibilità di rinviare nel tempo il pareggio di bilancio (al 2016) e prendere più tempo per aggredire il debito "monstre". Per Berlino, al contrario, la flessibilità va cercata all'interno di quei parametri e più esattamente mettendo in campo riforme strutturali radicali e incisive, capaci di incidere sui flussi di cassa della spesa pubblica. Come fare? Merkel non lo dice, ma il suo pensiero va alla Spagna e alla Grecia come per dire a Renzi: ecco come fare.
Renzi dovrebbe fare qualcosa che lo metterebbe in aperta contraddizione con l'oceano di consensi raccolti il 25 maggio. Dovrebbe alleggerire gli organici dell'amministrazione pubblica, possibilmente senza pensionamenti anticipati; tagliare ulteriormente i trasferimenti agli Enti locali e rivedere l'autonomia di spesa delle Regioni; ridurre la spesa sanitaria aumentando il concorso dei lavoratori con i ticket. Renzi dovrebbe, insomma, fare l'esatto contrario di quello fin qui annunciato.
Il centrodestra italiano rifiuta un simile schema e diventa supporto, non si sa quanto involontario, al velleitarismo di Renzi. Tutto in nome della resistenza al potere straripante della Germania. Viene da chiedersi se la Spagna, il Portogallo, la Grecia, l'Irlanda hanno accettato supinamente lo strapotere tedesco inchinandosi ai diktat della cancelliera Merkel. Nessuno però che si chieda perché quegli stessi Paesi, pagando prezzi socialmente rilevanti, si trovano oggi in condizioni nettamente migliori rispetto all'Italia e con una capacità competitiva superiore. La crescita è rimasto un problema soprattutto italiano e francese. Cioè dei due Paesi che più tentennano sulla via delle riforme. Non è per caso.

 

mercoledì 18 giugno 2014

IL TEMPO È DENARO, E BERLINO REGALA TEMPO A RENZI

di Massimo Colaiacomo
Il destino del governo Renzi è legato a doppia mandata alle riforme: farle, e in tempi rapidi, significa acquisire titoli presso la Commissione europea; farle bene, e credibili, significa ottenere dall'azionista di riferimento della UE, Angela Merkel, una dilazione dei tempi. Sembra essere questo il senso delle dichiarazioni rese tamane dal portavoce di Merkel, Steffen Seibert, rispondendo, durante la conferenza stampa settimanale, a una precisa domanda sulla proposta di Sigmar Gabriel, il ministro socialdemocratico dell'Economia.
Che cosa ha suggerito Gabriel? In una conversazione con la Bild Zeitung, Gabriel ha avanzato una proposta per così dire di tipo cronologico: dare tempo a Italia e Francia per fare le riforme incisive attese dal resto d'Europa. "Ci vuole più onestà nel dibattito. Noi tedeschi oggi stiamo meglio di molti altri Stati perché - ha ricordato Gabriel - con l'Agenda 2010 di Schroeder ci siamo imposti un duro programma di riforme. Ma anche allora abbiamo avuto bisogno di tempo per ridurre il debito. Il ministro dell'Economia socialdemocratico ha ripreso un'idea lanciata nei giorni scorsi a Tolosa. "Un'idea potrebbe essere che coloro che riformano i loro Stati ottengano più tempo per l'abbattimento del deficit. Quindi riforme vincolanti in cambio di più tempo nell'abbassamento del deficit". Su questa posizione il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble ha già fatto sapere attraverso un portavoce di non essere d'accordo: "Il patto di stabilità e crescita contiene già abbastanza flessibilità", è stata la replica, e le regole "vanno rispettate come sono, perché in gioco c'è la fiducia" nell'euro.
Schaüble è incrollabile nel suo ruolo di guardiano della stabilità monetaria. Ma l'apertura di un dibattito tanto vigoroso in seno al governo tedesco è la spia di un disagio che monta a Berlino, anche a seguito dei risultati elettorali del 25 maggio. In fondo, la concessionedi più tempo ai governi italiano e francese per varare le riforme non è un cedimento all'Italia né costituisce una violazione "quantitativa" del Patto di stabilità e crescita. Semmai ne rappresenta una diluizione temporale, senza rimetterne in discussione gli obiettivi.
In questa direzione è sembrato andare lo scaltro Seibert, nella conferenza di stamane, quando in risposta a una domanda ha precisato che Angela Merkel e Matteo Renzi ''sono unitinella convinzione che servono crescita e lavoro. E si può ottenere attraverso tre cose: riduzione del deficit, riforme e mantenendo fede a ciò che si è concordato. Perché è una questione di fiducia nell'Europa''. Per concludere che nel governo tedesco "c'è unità sul fatto cheil patto di stabilità e crescita non debba essere cambiato''.
Parole chiare non meno dei sottintesi e dei silenzi che si portano dietro. Né Renzi né Padoan hanno chiesto mai di cambiare le regole del Patto. A parte la Lega Nord, Fratelli d'Italia, Forza Italia e Sel, nessuno mai dal governo italiano ha chiesto di cambiare le regole,  le procedure e i parametri del Patto di stabilità e crescita. La vera posta in gioco è il "tempo". In gioco c'è appunto il rinvio del pareggio di bilancio al 2016 invece che al 2015. In gioco potrebbe esserci, da qui alla fine del semestre italiano, il rinvio della ulteriore riduzione del deficit, previsto allo 0,6% nel 2016.
Del resto, che altro fa Mario Draghi dalla tolda della Banca centrale europea se non "comprare tempo" per consentire ai governi rimasti indietro di accelerare sulle riforme? Quando nel luglio 2012 varò l'OMT (Outright monetary transaction), il piano di sostegno ai titoli del debito pubblico, altro non fece che contribuire a ridurre drasticamente lo spread fra i titoli italiani e quelli tedeschi, creando le condizioni monetarie più favorevoli per le riforme. Che non sono state fatte o, quelle fatte, non sono risultate incisive come si aspetta l'Europa ma soprattutto come richiedono le condizioni della nostra finanza pubblica.
Matteo Renzi ha bisogno di una cornice temporale meno affannosa. Il premier "di corsa" deve rallentare il passo se vuole dare sostanza e incisività alle riforme e non ridurle a semplice belletto. Questa è la sfida che lo attende in Europa. E su questa strada sa che troverà in Italia un fronte antieuropeista agguerrito (dalla Lega a FdI, passando per quel caos che è oggi FI, e M5s). Meno riforme ma migliori e più incisive, ad esempio sul lavoro, di quelle fin qui viste. Se Renzi saprà convincere l'Europa su questo terreno avrà gioco facile. Se invece continua nell'illusionione di un riformismo fantasmagorico ma di incerta o poca sostanza, rischia di complicarsi la vita.

SULLE RIFORME RENZI HA RISCRITTO IL PATTO CON LA LEGA

di Massimo Colaiacomo

    Il cosiddetto "Patto del Nazareno" siglato da Berlusconi e Renzi nel febbraio di quest'anno rimane un passaggio chiave di questa convulsa stagione politica. I contenuti di quel patto, o almeno quelli resi noti, prevedevano alcune riforme: quella del Senato, non più eleggibile e ridotto a organo rappresentativo di secondo livello; la riforma del Titolo V, con una migliore ridefinizione delle competenze di Stato e Regioni e la riduzione delle materie concorrenti; la riforma elettorale, approdata poi a quello che molti considerano un obbrobrio, il cosiddetto Italicum. Né la riforma presidenzialista della Repubblica né altri cambiamenti della Costituzione sono stati negoziati in quella sede.
    Il Patto è stato co cordato da due esponenti politici non parlamentari, ma leader dei rispettivi partiti: legittimato Silvio Berlusconi dal voto popolare, ma delegittimato dalle sentenze di condanna per Mediaset; legittimato dalle primarie del suo partito ma non dal voto popolare era invece Matteo Renzi.
    Quattro mesi dopo, la condizione personale dei due leader è profondamente mutata: Matteo Renzi, divenuto nel frattempo presidente del Consiglio, ha ricevuto un plebiscito popolare, raccogliendo il 41% dei voti alle europee; Berlusconi, dopo le sentenze della magistratura, è stato condannato anche nelle urne con il suo partito crollato al 16 e qualcosa per cento.
    Se muta radicalmente lo status dei contraenti, un Patto politico non ancora trasformato in legge del Parlamento può dirsi ancora valido? E in che misura il più forte dei contraenti potrà pretendere modifiche e aggiustamenti confidando nell'assenza o nella debolezza della reazione della controparte? Il potere del vincitore, nel nostro caso, risulta oltremodo accresciuto dall'improvvisa conversione riformista di forze come la Lega Nord e, soprattutto, il M5s di Beppe Grillo.
     Se quelle di Grillo sono aperture in parte strumentali e in parte provocatorie (il ritorno al proporzionale ha ottenuto il benestare della Lega ma si sa che stuzzica anche i desideri in FI e Pd per non dire dei cespugli centristi), quelle della Lega Nord sono vere e proprie disponibilità politiche che il lesto Calderoli ha già trasformato in emendamenti d'intesa con l'altro relatore del provvedimento, Anna Finocchiaro. Come leggere queste convergenze se non come un allargamento del Patto del Nazarenosoggetti politici e come la conferma della crescente marginalità di Forza Italia al tavolo delle riforme?
     La sortita presidenzialista di Forza Italia ha il sapore di un gesto disperato. Concepita da Berlusconi per portare il partito fuori dall'angolo e recuperare un minimo di visibilità, la proposta berlusconiana nasce senza capo né coda. Basterà pensare al marameo ricevuto ieri in Commissione da Calderoli e Finocchiaro che hanno concordato l'emendamento per definire la composizione della platea parlamentare per l'elezione del Capo dello Stato. È penoso quanto si vede in queste ore: Berlusconi tenta il rilancio in una partita che Renzi ha aperto con lui a febbraio e chiuso con la Lega a giugno. Se Berlusconi sfoglia i giornali di qualche tempo fa potrà leggervi il giudizio impietoso di Matteo Salvini, al quale FI ha reso omaggio come nuovo king maker del centrodestra firmando due referendum, che dell'ex Cav ha detto testualmente: ha ottant'anni, farebbe bene a ritirarsi. Questi sono gli alleati coltivati da Berlusconi e dalla sua corte piuttosto malmessa in arnese.

domenica 15 giugno 2014

M5S E LEGA APRONO A RENZI, BERLUSCONI SPALLE AL MURO

di Massimo Colaiacomo

Il tempo che scorre e la conclusione che si allontana sono i due elementi che stanno complicando la partita delle riforme. L'apertura di Grillo sulla legge elettorale e la richiesta di un incontro al PD non manda gambe all'aria il già traballante accordo del Nazareno fra Renzi e Berlusconi ma sicuramente allunga i tempi dell'esame parlamentare e, soprattutto, riapre le ferite non del tutto rimarginate dentro il partito di maggioranza a lungo diviso sul rapporto con i grillini.
La mossa di Grillo, imprevista ma non del tutto imprevedibile, è un puro espediente tattico per mettere un bastone fra le ruote a Grillo. Ben altra è la portata politica dell'apertura del leader leghista, Matteo Salvini, pronto a discutere della riforma del Senato e a fornire i numeri eventualmente mancanti in Aula. Sia la mossa Grillo che la disponibilità concreta di Salvini mirano, sia pure per ragioni differenti, a neutralizzare il peso di Forza Italia nella partita per le riforme. A quattro mesi dalla sua nascita, il Patto del Nazareno sembra ormai al capolinea. Berlusconi, fino a ieri scettico sulla possibilità di un nuovo rendez-vous con il premier, dovrà rivedere i suoi piani se vuole salvaguardare il potere negoziale di Forza Italia. Diversamente, condannerebbe il suo partito alla marginalità politica.
L'improvvisa abbondanza di forni da cui attingere è una fortuna per Renzi ma, a ben vedere, nasconde anche qualche rischio. Con la nomina di Orfini alla presidenza del PD, Renzi ha chiuso, almeno per il momento, le laceranti dispute interne. Questa circostanza gli consente una grande libertà di manovra sul piano parlamentare ma al tempo stesso lo espone ai venti di un quadro parlamentare in rapido movimento.
I fautori nel PD di un accordo con Grillo sono ridotti al silenzio ma non del tutto spariti. Certo, Grillo vuole discutere di una legge elettorale proporzionale e già questa premessa rende agevole il rifiuto di Renzi a qualsiasi accordo. Ma l'insidia maggiore, a ben vedere, viene dal grave indebolimento di Berlusconi. Il contraente dell'accordo del Nazareno si scopre all'improvviso isolato e il suo rifiuto a costruire una posizione comune del centrodestra, mettendo allo stesso tavolo quanto meno Salvini e Meloni, per non dire di Alfano, sulla legge elettorale e sulla riforma del Senato si rivela adesso un grave handicap. Berlusconi ha concluso quell'accordo con Renzi quando Forza Italia era ancora un partito del 21%; la Lega disponeva del 4% e Beppe Grillo aveva scelto di restarsene chiuso in un angolo.
Quattro mesi dopo, tutto è cambiato. Berlusconi rinvia alla battaglia presidenzialista l'appuntamento per rimettere insieme il centrodestra. Ma rischia di essere un appuntamento tardivo e inutile se, nel frattempo, Renzi avrà chiuso con la Lega un accordo sulle riforme già all'esame del Senato. La tentazione presidenzialista è ben presente in Renzi, ma inserirla nelle procedure già avviate significa accettare un allungamento dei tempi e un rinvio alle calende greche con le riforme promesse e attese dai mercati e almeno dal 40,8% di elettori.
Rilanciando il presidenzialismo, Berlusconi ha tentato un diversivo per riconquistare un minimo di posizionamento strategico al suo partito. Ma il colpo sparato rischia di mancare il bersaglio: Renzi ha nel tempo un nemico temibile e difficilmente potrà accettare di allungare il brodo delle riforme senza esporsi al logoramento o, come lui ama dire, finire risucchiato dalla palude. Renzi ha invece tutto l'interesse a capitalizzare con Forza Italia le disponibilità al dialogo piovute in queste ore sul suo tavolo: Berlusconi non è in condizione di dettare condizioni ma, al dunque, si trova all'angolo e per lui si tratta di decidere se prendere o lasciare quel che Renzi è disposto a concedere. 

     

sabato 14 giugno 2014

NEL PAESE DEI PRESIDENZIALISTI IMMAGINARI

di Massimo Colaiacomo

La Costituzione può essere cambiata soltanto dal Parlamento. Il referendum propositivo non è contemplato fra gli strumenti del riformismo. Quello confermativo è obbligatorio ma solo nel caso le modifiche alla Costituzione vengano approvate dalla maggioranza semplice delle due Camere. Invece "non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti" (comma 2, art. 138).
Nel Paese dei "presidenzialisti immaginari" il dibattito sul presidenzialismo è ricorrente ma mai fondato su motivazioni serie e mai considerato come parte di un'architettura istituzionale articolata e complessa. Esso è piuttosto evocato di volta in volta per ragioni tattiche e di bottega politica: a Berlusconi come a Renzi non importa un fico secco del presidenzialismo. Che sia così lo confermano le loro stesse parole: per Renzi "se ne può parlare"; per Berlusoni è "lo strumento per riunire i moderati". Fra il disincanto del primo e le ragioni di pura convenienza politica del secondo non c'è una grande differenza. L'elezione popolare del Capo dello Stato è un fatto accessorio e utile per altre obiettivi. Manca in Renzi e manca in Berlusconi un intimo convincimento sulla ineluttabilità di quel passo, sulla sua forza dirompente capace di risollevare le sorti della Repubblica e imprimere una svolta, se non proprio arrestare, il declino civile dell'Italia.
Dei due è sicuramente Berlusconi ad alimentare la confusione maggiore. Ha fatto una campagna elettorale per le europee invocando fra le altre riforme la concessione di maggiori poteri al premier. Senza minimamente curarsi della contraddizione fra un premier con più poteri e un presidente della Repubblica eletto dal popolo. La geografia della balance of power è del tutto estranea alla view berlusconiana delle istituzioni. Se eletto dal popolo, sarà il Capo dello Stato ad esercitare il potere esecutivo, tutt'al più delegando un primo ministro di sua assoluta fiducia. In ogni caso, il potere esecutivo si trasferirebbe da Palazzo Chigi al Quirinale o, quanto meno, verrebbe esercitato in condomino (circostanza peraltro realizzata con i governi Monti e Letta).
L'opzione presidenzialista non ha mai avuto un grande seguito sul piano politico-culturale. La minoranza laica all'Assemblea costituente (Leo Valiani, Tommaso Perassi, Randolfo Pacciardi) tentò di aprire il confronto ma l'idea venne accantonata con la motivazione che il ventennio fascista escludeva allora e per sempre una forte concentrazione di poteri nelle mani di una persona, per di più in presenza di check and balances ancora da inventare.
Che poi il presidenzialismo sia destinato a tornare molto presto nei cieli dell'iperuranio dai quali Berlusconi lo pesca di tempo in tempo è dimostrato dall'assenza totale di ogni riflessione sul contesto istituzionale e procedurale che dovrebbe accompagnare una simile e radicale modifica. Per esempio, può un presidente della Repubblica eletto direttamente dal popolo rivolgersi a un Parlamento di nominati dalle segreterie dei partiti? Due fonti di legittimazione tanto differenti, diretta la prima e ricattatoria la seconda, a quale squilibrio di poteri esporrebbero la Nazione?
Dove il presidenzialismo vige, la bilancia dei poteri ha costruito degli istituti di garanzia inammaginabili in Italia. Se il Congresso americano blocca il budget, il presidente degli Stati Uniti deve acconciarsi a una faticosa mediazione, alla ricerca dei consensi indispensabili. La Costituzione gli dà i poteri e insieme ne disegna i limiti entro cui vanno esercitati. L'Italicum o il Porcellum che poteri riconoscono al Parlamento e ai singoli parlamentari nei confronti di un presidente eletto dal popolo? Sono questioni neanche minimamente sfiorate dalle proposte grossières fin qui ascoltate.
Sono queste considerazioni ad alimentare un sano e realistico scetticismo sulla possibilità che la riforma presidenzialistica possa fare anche solo un passo avanti. Con il risultato che altro tempo verrà perso e sottratto alla ricerca di soluzioni più consentanee alla tradizione politico-istituzionale italiana. Come il cancellierato tedesco o una semplice ma non meno efficace razionalizzazione dell'attuale ripartizione dei poteri da accompagnare a una rivisitazione degli istituti di garanzia. 

giovedì 12 giugno 2014

LA "DEMOCRAZIA" DI RENZI LEGITTIMA QUELLA DI GRILLO

di Massimo Colaiacomo

Qualcuno comincerà a chiedersi se esista qualche differenza fra la concezione della democrazia di Beppe Grillo e quella di Matteo Renzi. Per il comico è la "rete" a decidere su ogni questione e su ogni tema, i parlamentari devono limitarsi ad eseguire quello che gli internauti registrati decidono di volta in volta. Per Renzi, invece, sono gli elettori, con il voto plebiscitario del 25 maggio, che hanno avallato la direzione di marcia del segretario-premier. In entrambi i casi, i parlamentari devono adeguarsi alla volontà degli elettori. Quelli di Grillo sono in mobilitazione permanente, e dunque devono decidere di volta in volta; quelli di Renzi si sono pronunciati una volta, con il voto europeo, e da lì il premier fa discendere una legittimazione permanente per assumere qualsiasi decisione.
Tanto per Renzi quanto per Grillo, il Parlamento altro non è se non la cassa di risonanza di una volontà che si forma altrove - sulla "rete" o nelle urne - e deve perciò potersi manifestare nelle Aule parlamentari senza incertezze o sfumature. Grillo lascia che sia la rete degli iscritti a pronunciarsi. Renzi si è pronunciato, gli elettori lo hanno plebiscitato e dunque i parlamentari devono adeguarsi alla risposta affermativa data dagli elettori al premier. Non possono frapporsi fra l'uno e gli altri senza con ciò distorcere la volontà elettorale della quale il premier diventa l'unico, legittimo interprete.
È evidente che siamo in presenza di una modificazione profonda, prima ancora che della Costituzione che riconosce al parlamentare (art. 67) l'esercizio delle proprie funzioni "senza vincolo di mandato". Il pugno di ferro nel gruppo del PD al Senato costituisce senz'altro un'aperta violazione di questo articolo: con la rimozione forzata di Corradino Mineo e Vannino Chiti, e ieri la rimozione forzata di Mario Mauro, dei Popolari per l'Italia, si è di fatto realizzata una forzatura della Costituzione senza precedenti nella storia parlamentare.
Fare le riforme è l'obiettivo che il governo si è assegnato ed è giusto perseguirlo avendo su questo ricevuto il mandato pieno degli elettori. Fare le riforme nel rispetto della Costituzione è impossibile. Prima di Renzi ci avevavo provato i "saggi" voluti dal Quirinale e avevano messo a punto una procedura "forzata" dell'art. 138 della Costituzione. Allora e oggi, abbiamo acquisito la conferma che la Costituzione è stata concepita come un monolite e resa pressoché impenetrabile a qualsiasi opera di riforma.
Il sospetto è che i Padri costituenti, già nel 1946, diffidassero ... dei figli. Come impedire che si facciano del male o ne facciano all'Italia? Battute a parte, l'irriformabilità di una Costituzione o la sua riformabilità possibile solo aggirandone i vincoli e forzandone le norme è l'ulteriore conferma che l'Italia si era dotata di una Costituzione nient'affatto "la più bella del mondo". Allora ha ragione Renzi a tentarne la forzatura? No, Renzi ha torto marcio oggi, come ieri ce l'aveva Berlusconi e prima ancora il centrosinistra in versione ulivista, nel 2001.

La migliore riforma della Costituzione è quella che può scaturire da un Parlamento che la voti ma solo a maggioranza così da sottoporla a referendum popolare e lasciare che sia la maggioranza degli italiani a decidere. La Costituzione del 27 dicembre 1947 fu redatta dall'Assemblea costituente eletta con sistema proporzionale ma non fu mai sottoposta a referendum poiché l'Assemblea costituente, eletta con poteri redigenti, riassorbiva in sé una volontà popolare espressa "ante quem". Renzi ha interpretato il voto del 25 maggio come un mandato illimitato degli elettori a fare le cose che lui ritiene urgenti fare per cambiare l'Italia. È soltanto un'altra delle conseguenze prodotte dal Porcellum un meccanismo che ha introdotto in modo surrettizio il vincolo di mandato per i parlamentari. Essendo scelti e messi in lista direttamente dal leader di partito, a chi altri se non a lui devono rispondere? Gli elettori, cioè i cittadini perdono così due volte: il Parlamento non ha più poteri di intervento sulle iniziative del governo e il governo, costruendo una maggioranza di due terzi in Parlamento, può cambiare la Costituzione senza passare dal referendum popolare. Esattamente come nel 1947, solo un po' peggio.