giovedì 12 giugno 2014

DA FORZA ITALIA AL PARTITO CONTADINO POLACCO, LA PARABOLA DEL BERLUSCONISMO

di Massimo Colaiacomo

"I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza": si chiudeva così il telegramma del Comando generale, firmato dal generale Armando Diaz, datato 4 novembre 1918 ore 12. Secondo alcuni osservatori, questa chiusa (che il colto militare Diaz aveva ripreso pari pari da un passo del De bello gallico di Giulio Cesare) potrebbe ben adattarsi alla descrizione dello stato in cui versa Forza Italia. Lo smarrimento e il cupio dissolvi che si è impadronito del suo gruppo dirigente, malamente mascherato da piccole schermaglie polemiche all'indirizzo del governo, è la spia accesa di un'implosione ormai alle porte. Il tonfo elettorale alle europee, e la sconfitta ancora più bruciante alle comunali, hanno fatto da detonatore a una situazione diventata politicamente precaria dopo l'uscita dalla maggioranza del governo Letta.
Sullo sfondo, ad amplificare queste difficoltà, si staglia il paesaggio di rovine in cui si agitano alcuni dei principali protagonisti della stagione berlusconiana. Da Dell'Utri a Matacena, da Cosentino a Scajola fino al più recente scandalo che ha investito Giancarlo Galan, guardare indietro per Berlusconi significa scorgere un cumulo di macerie, politiche prima ancora che morali. E tutte quelle vicende sono lì come altrettanti atti d'accusa contro Silvio Berlusconi, unico e inavvicinabile deus ex machina di anni vissuti con baldanzosa dissennatezza.
È il sipario che cala su una lunga stagione politica per il cui bilancio è prematura ogni valutazione. Rimane in piedi il suo principale protagonista. A quanti negli anni passati pronosticavano imminente la fine di Berlusconi ma più lenta e travagliata quella del berlusconismo, la realtà ha dato una replica sorprendente: la stagione del berlusconismo è finita, ma Silvio Berlusconi è lì, sulla scena, anche se di lato e non pù sotto i riflettori.
Per fare che cosa? Non certo per riorganizzare il partito. Meno ancora per riunificare il centrodestra dal momento che proprio la sua presenza, causa delle tante scissioni dal PdL, è vissuta come il maggior impedimento per la rinascita del centrodestra. Il possibile obiettivo di Berlusconi è molto più modesto, e saggiamente proporzionato alle residue forze in campo (non piccole sul piano dei numeri, ma politicamente e socialmente irrilevanti): costituire un partito dell'8-10% formato dalla "guardia pretoriana", da coloro abituati a obbedire, combattere e tacere e farne una costola sulla "destra" dello schieramento. Insomma, una riedizione del Partito contadino polacco che negli anni '50 prima Bierut e più tardi Gomulka e Gierek indicavano al mondo come esempio di pluralismo politico del regime comunista.
Se davvero è questo l'obiettivo di Berlusconi non ci sarebbe da sorprendersi. Un piccolo presidio parlamentare, a guardia di precisi interessi aziendali, alleato del "renzismo" trionfante e ormai saldamente insediato nel cuore della società. Con il vantaggio, per Renzi, di neutralizzare ogni opposizione alla sua destra.
È evidente che il successo di un tale progetto, al quale si dice Berlusconi stia lavorando con i suoi più stretti collaboratori, riposa su un meccanismo elettorale calibrato sulle esigenze del Pd e, di risulta, sulle nuove, più contenute dimensioni dei resti di Forza Italia. Allora ecco che una legge elettorale basata su collegi uninominali con il sistema maggioritario, a un turno, potrebbe essere la risposta giusta. Per Forza Italia si aprirebbero due opzioni possibili: o presentarsi in alleanza con Renzi oppure, più probabile, immaginare accordi di desistenza molto forti ed eleggere propri candidati fintamente autonomi ma in realtà dipendenti dal Pd.
Un simile scenario può sembrare oggi inverosimile, ma potrebbe esserlo assai meno fra qualche mese. Berlusconi, in sostanza, avrebbe il compito di impedire la riunificazione del centrodestra e la costituzione di un'alternativa politico-culturale al renzismo.

Sarebbe in ogni caso un'uscita di scena poco decorosa sul piano politico. L'uomo che riuscì nel miracolo, vent'anni fa, di riunire quello che la storia aveva a lungo diviso, dovrebbe, vent'anni dopo, trasformarsi nel cuneo che impedisce una nuova riunificazione del centrodestra. Un parabola davvero triste per il protagonista di clamorose vittorie elettorali mai tradotte in solide e credibili politiche di governo. È invece sicuro che una simile strategia lascerebbe aperta la questione di ricostruire un centrodestra credibile, europeo ed europeista, come si trova in tanti Paesi dell'Unione europea.

lunedì 9 giugno 2014

PERCHÉ IL CENTRODESTRA SARÀ OPPOSIZIONE PER MOLTI ANNI

di Massimo Colaiacomo

La sconfitta di Forza Italia viene da lontano e soltanto il calcolo furbesco di qualche cacicco può spiegarla con la scarsa affluenza degli elettori ai ballottaggi. È una spiegazione penosa, autoassolutoria, tipica di un ceto politico che ha perso ogni contatto con la realtà del Paese e non riesce più a parlare alla società. Gli scandali e la degenerazione di un certo costume politico hanno avuto il loro peso: da Dell'Utri a Scajola, da Cosentino a Matacena, e in attesa di misurare l'abisso politico e morale della vicenda Galan, senza dimenticare la condanna a Silvio Berlusconi, per Forza Italia si sono spalancate da alcuni mesi le porte di un inferno che non si annuncia di breve durata.
La ragione per cui il partito non è ancora esploso, ma si avvia a una rapida frantumazione, va trovata nel ruolo che Matteo Renzi, con mossa calcolata, ha riconosciuto a Berlusconi quale interlocutore per le riforme istituzionali. E nell'intelligenza tattica avuta dall'ex Cav. nel cogliere questa opportunità.
La prospettiva delle riforme è linfa vitale per il governo e, di riflesso, per l'opposizione. Berlusconi non può smarcarsi dall'accordo del Nazareno senza con ciò accelerare la fine politica sua e di Forza Italia. Da questo punto di vista il suo potere negoziale è ridotto a zero.
Il partito è uscito con le ossa rotta dal turno amministrativo per ragioni diverse, gran parte delle quali riconducibili alla fine della leadership berlusconiana. Con i riflettori spenti sul più geniale organizzatore di campaign, Forza Italia si è rivelata per quello che è: una scatola vuota di idee e di proposte politiche, priva di una pur minima decorosa classe politica. Lo sciopero dei ballottaggi, come Berlusconi vorrebbe raffigurarlo, è qualcosa di più che una protesta: è il rifiuto degli elettori di votare per un ceto politico che non ha altra legittimazione se non quella che gli proviene dalle decisioni del capo.
Si può rinnovare un ceto politico venuto alla ribalta senza una legittimazione democratica? Evidentemente no. Per la prima volta dalla nascita della Repubblica è successo qualcosa di riviluzionario: i moderati, sempre maggioranza in Italia, non hanno dato vita a una maggioranza politica di centrodestra ma le hanno preferito una maggioranza di sinistra.
In queste condizioni può parlare di rinnovamento della classe politica di centrodestra soltanto chi deve salvaguardare le proprie, personali posizioni di potere, a cominciare da Berlusconi. Dietro il declino di ogni grande maggioranza politica c'è prima di tutto l'appannamento delle sue ragioni culturali e politiche. Forza Italia ha smarrito la (poca) cultura di governo mostrata nel ventennio berlusconiano e non ha avuto un ricambio di idee e di programmi, prima ancora che di uomini, per la pochezza dei suoi dirigenti.
Il centrodestra va rifondato per la ragione che il rinnovamento fondato sul book fotografico o attraverso un'operazione di casting è una follia che soltanto un Berlusconi in disarmo può immaginare. Forza Italia è stato percepito dagli elettori per quello che realmente è, cioè un partito sinceramente antieuropeista, populista, avversario dell'euro. La destra italiana è irriducibile agli schemi della destra conservatrice e liberale europea. La campagna antieuropeista messa in piedi costerà la rielezione a David Cameron e porterà al successo il suo rivale Ed Milliband.
In Italia, Matteo Renzi ha rubato la scena, il ruolo e la funzione a Forza Italia e può permettersi il lusso di indicare alla sinistra la meta del Partito della Nazione. Questo è il miglior regalo che Berlusconi e il suo amore per l'Italia hanno fatto ai moderati. Che alle urne, con questo centrodestra e con questo ceto politico decerebrato, non torneranno più per alcuni anni ancora.    

giovedì 5 giugno 2014

DRAGHI SCUOTE L'EUROPA, MA IN ITALIA NON SE NE ACCORGE NESSUNO

di Massimo Colaiacomo

Mario Draghi ha varato un ventaglio di provvedimenti (peraltro "non esaustivi", come ha precisato in conferenza stampa) e impresso una svolta nella politica monetaria della Bce al punto che si è intravisto per la prima volta un barlume di autonomia, e la politica italiana ha scelto il silenzio. Troppo impegnata nelle liti da cortile, nessuno, dalla maggioranza o dall'opposizione, ha colto l'importanza di quanto ha deciso il direttorio della Bce e i suoi riflessi sulla politica nazionale. Niente di niente.
Il centrodestra è troppo impegnato a leccarsi le ferite elettorali e, se possibile, a procurarsene di nuove con il confronto surreale dentro Forza Italia. Inutile aspettarsi commenti da Fratelli d'Italia, Lega Nord e La Destra di Storace, tutte formazioni che al solo parlare di Europa e di euro imbracciano il fucile. Lo spettacolo offerto oggi dal centrodestra che vorrebbe candidarsi a rappresentare i moderati italiani è davvero desolante. Da quelle parti c'è la desertificazione completa della politica. Non un fiato per plaudire o dissentire dalle decisioni di Draghi.
Per dire, il governatore della Bce ha offerto degli assist incredibili a chi avesse voluto criticare il governo Renzi (non il solo, per la verità: il francese Valls è ancora più immobile) quando ha osservato che le riforme strutturali sono un capitolo ancora tutto da scrivere in molti Paesi europei. Quando poi ha aggiunto che ci sarà un finanziamento robusto al sistema bancario, ma sotto condizione di favorire i prestiti alle famiglie e alle imprese, un cenno di approvazione sarebbe stato il minimo. Niente di niente.
Il centrodestra era troppo impegnato a difendere il sistema delle Camere di Commercio per il quale il buon Giovanni Toti ha speso parole accorate (bene tagliare la spesa pubblica, ma non usiamo l'accetta: né più né meno quello che ripete il presidente della Repubblica a conferma che lo statalismo è una patologia, un virus che non risparmia nessuna parte dello schieramento politico). 

Le decisioni odierne della Bce vanno nella direzione auspicata dai Paesi periferici e rappresentano un'ulteriore supporto di Mario Draghi nella complessa partita di risistemazione dei debiti eccessivi, ma esse sono un incentivo potente a stimolare la ripresa economica che tutti gli outlook vedono in affanno o ancora gracile. Come ogni medaglia, le decisioni della Bce hanno il loro rovescio: esse tolgono ogni alibi ai governi nazionali. Draghi ha insistito, come fa sempre, sull'urgenza di accelerare le riforme strutturali, capitolo sul quale il governo italiano è inadempiente al massimo grado, superato soltanto da quello francese. I vagiti del governo italiano, presentati da Renzi come riforme epocali, sono la direzione sbagliata che vanifica tutti gli sforzi del dinamismo messo da Draghi nella sua azione. Dove sono le liberalizzazioni dei servizi pubblici locali? Dove la riforma del mercato del lavoro che restituisce all'impresa e alle sue esigenze un ruolo centrale e decisivo? Dove una riforma dell'apprendistato per cui un giovane riceve una formazione da un artigiano e ringrazia senza null'altro a pretendere? Dove è la riforma della contrattazione che trasferisce nel negoziato di impresa la parte economica e lascia a un contratto nazionale la negoziazione sui diritti? Di tutto questo non c'è traccia alcuna nell'azione del governo Renzi. Ma sono queste le riforme che Draghi è tornato a invocare. Nel centrodestra non se ne è accorto nessuno, sono tutti troppo impegnati a riconquistare i consensi perduti illudendosi di riconquistarli con il populismo old fashioned  di Berlusconi. 

venerdì 30 maggio 2014

UN SOLO ORDINE DA PALAZZO GRAZIOLI: RESISTERE, RESISTERE, RESISTERE!

di Massimo Colaiacomo

A guardarla dall'esterno, Forza Italia è una barca squassata dai marosi. Imbarca acqua e, si presume, vedrà presto sbarcare o transitare su altre meno precarie imbarcazioni manipoli di parlamentari. Vista un po' più da vicino, è un partito di una noia mortale. Al suo interno sferruzzano tricoteuses impettite e giovinotti dalle speranze appannate in cerca di repentino riscatto. E un capo al quale, come diceva Flaiano "l'insuccesso ha dato alla testa". Berlusconi è colpevole agli occhi dei suoi, di quelli che gli giurano fedeltà eterna, di rifiutarsi di porgere la testa al filo d'ascia di Mastro Fitto.
La cerchia di quelli che gli giurano fedeltà ben oltre la soglia dell'eternità, lo incalza con veemenza: resistere, resistere, resistere!!! gli consigliano con esortazioni di borrelliana memoria. Sennonché il copyrighter se ne è andato in pensione, ma B. non ci sente. Il suo problema è uno solo: che fare se mollo? Può l'uomo che ha tracciato traiettorie ardimentose per ogni dove nel globo acocntentarsi del piccolo mondo di Cesano Boscone? E una volta mollati gli ormeggi, i cortigiani in disarmo di che cosa mai potranno riempire le loro giornate? A chi potranno rifilare le loro stilettate?
Qualcuno gli suggerisce di fare politica. Si fa presto a dire politica! E che cosa è? Per esempio riprendere una frase di Ignazio Visco in cui si accenna all'aumento delle tasse sulla casa e poi tutti in coro, ma in fila sulle agenzie, spernacchiare Renzi che sostiene di non aver aumentato le tasse sulla casa. Splendido. Questa sì che è politica con la P.
Bene, a fine giornata tutti rinfrancati potranno dire di avergliene cantate quattro a quel Renzi lì che si permette di rivolgersi alla Merkel "con spirito costruttivo e in amicizia". Alla Merkel? Ma non è la leader della Cdu, quindi partner e fra i più importanti del Ppe di cui Forza Italia fa parte? E Renzi non ha portato il Pd dentro il Pse? Che sfacciato, devono aver pensato i consiglieri di palazzo Grazioli. Parla con quella che ha complottato contro il nostro amato e ha lavorato al golpe. Questo si chiama ferire l'orgoglio nazionale. Ben venga la Commissione d'inchiesta, può declamare Brunetta, così si vedrà la strategia di ampio respiro di questo complotto demo-pluto-giudaico-massonico che ha disarcionato il Cavaliere.
Già, la Commissione d'inchiesta è l'ultima e più aanzata delle barricate alzate a difesa del castello assediato. Così, tanto per guardare avanti con la testa all'indietro. E che cosa succederà una volta appurato che di complotto si è trattato? Semlice: si chiamano i Caschi Blu dell'Onu, si arrestano Napolitano e Monti, si dichiara guerra alla Germania e si mandano le teste di cuoio a prelevare Nicolas Sarkozy. E giustizia sarà così resa.

Sono quasi le 20. A palazzo Grazioli si accostano le persiane, si accende qualche lampada, si aprono le finestre per lasciar passare la brezza della sera. Non mollare, già. Perché mollare? Ecco, una bella rivista con questa testata. "Non mollare". Presidente, dice un cortigiano di recente acquisizione. "Temo che quella testata evochi un altro giornale. Lo fondarono Carlo e Nello Rosselli, insieme a Gaetano Salvemini". "Splendido, vorrà dire che compriamo la testata e uno di quei tre signori potrà dirigerlo ...". È ormai quasi notte. B. avverte una leggera fitta sulla milza. "Meglio questa, al femminile, dell'altro". Tutti ridono, il castello è salvo. Domani è un altro giorno.

martedì 27 maggio 2014

CENTRODESTRA RESTERÀ DIVISO CON BERLUSCONI IN CAMPO

di Massimo Colaiacomo

Il terremoto che ha scosso i 28 Paesi dell'Unione europea ha cambiato molto la  geografia del Parlamento di Strasburgo, ma soprattutto ha rivoluzionato in profondità gli equilibri politici all'interno dei singoli Paesi, non di tutti certo, ma sicuramente ha cambiato l'orizzonte politico in Italia.
Matteo Renzi è il trionfatore del voto. Beppe Grillo, sconfitto, è stato umiliato nelle sue ambizioni. Silvio Berlusconi ha recitato probabilmente l'ultimo spartito della sua lunga stagione. La sua nota a commento del voto, con gli accenti orgogliosi dello sconfitto che rilancia la scommessa, tradisce l'emozione di un grande protagonista che avverte la fine del lungo viale attraversato in tanti anni, ogni volta salutato da applausi scroscianti e successi sonanti. Ora non è più così e non sarà mai più così, come sa il grande combattente di una vita. Il suo appello all'unità dei moderati, la ragione per cui scese in politica nel 1994, è in fondo l'ammissione di non esserci mai riuscito. Il centrodestra non è mai stato un progetto culturale e politico, come Berlusconi sa bene. Ha funzionato come una grande zattera accogliente in cui alleati fra loro diversi, con obiettivi e programmi talora radicalmente diversi, sono saliti per raccogliere vittorie tanto significative sul piano numerico quanto ingestibili sul piano politico-programmatico.
A Berlusconi interessava vincere, arte in cui è stato maestro insuperabile, ma le condizioni in cui coglieva grandi successi si trasformavano in altrettanti impedimenti a governare l'Italia.
L'unità dei moderati è un obiettivo non per l'oggi e neppure per il domani. Berlusconi la auspica, e in questo è sincero, ma sa bene che non potrà più esserne l'architetto. La diaspora di questi anni ha generato partiti e partitini nel campo del centrodestra, e ciascuno di essi è anche un piccolo covo di risentimenti quando non di rancore verso il padre politico. I moderati, termine diventato insignificante nel lessico politico, sono oggi la somma di identità molto diverse e talora inconciliabili 
La sua disponibilità alle riforme è per metà sincera. Se prima del 25 maggio Forza Italia disponeva ancora di margini negoziali verso Matteo Renzi, dopo il voto l'adesione alle riforme è un atto obbligato. Forza Italia non ha alternative a meno di considerare un'alternativa il baratro elettorale.
Il centrodestra si presenta come il campo di Agramante. Colonnelli senza più truppe si rimpallano la responsabilità di una sconfitta inattesa nelle sue proporzioni. Ma è il generale in piena confusione. Fa annunciare dal suo utimo scudiero che è pronto a firmare alcuni referendum della LEga Nord, partito vittorioso alle europee ma fresco di alleanza con Marine Le Pen. Ecco: alleati di Salvini e Le Pen e federatore dei moderati. Parliamo soltanto di una delle contraddizioni, e neanche la più vistosa, che stanno incrinando irrimediabilmente l'immagine di Forza Italia e la residua credibilità del suo fondatore. È ovvio che Berlusconi non potrà riunificare alcunché. L'unica condizione per tentare una operazione simile e necessaria è impraticabile per Forza Italia. Si parla qui dell'uscita di scena di Silvio Berlusconi. Finché lui resisterà il centrodestra sarà diviso. Faranno bene a prenderne nota i moderati rimasti in Forza Italia come rari nantes in gurgite vasto.

 

domenica 25 maggio 2014

SENZA L'EUROPA PUÒ ESISTERE L'EURO? A MERKEL LA RISPOSTA

di Massimo Colaiacomo

Gli euroconvinti si trovano a nord di Berlino. Sotto quel parallelo, la scena politica è dominata dalle forze euroscettiche. In modo clamoroso, è la forza antieuropeista di Marine Le Pen che si abbatte come un ciclone sui fragili equilibri francesi e ridicolizza un presidente della Repubblica ridicolo di suo. Vincono bene Merkel e i suoi oppositori. E non si tratta di un paradosso. È invece la prova che le politiche economiche imposte all'Europa attraverso il controllo pieno della leva monetaria e delle politica fiscale hanno fatto di Merkel il miglior difensore di una Nazione contro la quale si sono rivoltate le altre. Angela Merkel ha vinto in quanto custode degli interessi della Germania ma in questo modo ha incrinato un bel po' il cemento politico che teneva insieme 28 Stati nell'Unione europea e 17 nell'eurozona.
In Italia saranno letti con la lente di ingrandimento i risultati di ogni formazione e, secondo un triste costume nazionale, nessuno ammetterà mai una sconfitta mentre ciascuno sarà pronto a misurare il livello della propria vittoria. La disputa se il governo uscirà rafforzato o indebolito, o se Grillo è il vero vincitore o se Forza Italia ha perso ma meno di quanto Berlusconi temesse è un copione già scritto. Si potrebbe spegnere il televisore o il pc e andare a letto.
Interessa qui, invece, rilevare la rivoluzione della geografia politica prodotta dal voto. La Francia è il centro di un terremoto i cui danni è difficile misurare in queste ore. La riunione di crisi convocata per domani mattina all'Eliseo dal presidente Hollande è solo una prima presa d'atto di un equilibrio di potere ormai saltato. Si dirà che si trattava di un voto che non chiamava in causa il governo nazionale, ma quando il rovesciamento dei rapporti di forza si manifesta in modo così eclatante è difficile non pensare a contraccolpi anche sul governo nazionale.
Da questa sera, però, il governatore della Bce ha numerose frecce in più al suo arco. L'allentamento della politica monetaria su cui il board della Banca dovrebbe discutere nella riunione del 5 giugno smette di essere n'ipotesi per acquistare la concretezza di una realtà necessaria e urgente. Dopo anni di politiche messe in campo con lo scopo, si diceva, di salvare l'euro ora i mercati guardano a Mario Draghi come all'istituzione che deve salvare l'Europa.
Per la cancelliera Angela Merkel si profila insomma una vittoria di Pirro. Vinte le elezioni europee ora deve pagare il pedaggio che si era fin qui rifiutata di pagare. Il cambiamento delle politiche economiche avverrà, insomma, non per la vittoria della sinistra (sembra, invece, che la vittoria andrà ancora ai Popolari) ma per l'avanzata temuta ma non prevista in queste proporzioni dei movimenti euroscettici o apertamente ostili all'Europa. Si tratta di agire, e anche in fretta, prima che i movimenti euroscettici possano monetizzare la vittoria europea anche in elezioni politiche nazionali. 
Salvato l'euro, Merkel si trova davanti al bivio: come salvare il progetto dell'Europa politica e quali costi la Germania è disposta a tollerare per questo obiettivo senza il quale non avrebbe più senso la moneta unica?

     

venerdì 23 maggio 2014

GLI ITALIANI CHE AMANO L'EUROPA DOMENICA VANNO AL MARE (O AL CINEMA)

di Massimo Colaiacomo

Ancora poche ore e finalmente il sipario calerà sul "Truman show" della politica italiana. Con l'eccezione delle forze minori, capaci di argomentare pro o contro l'Europa, i tre partiti maggiori si sono rincorsi sulle piazze televisive e su quelle d'Italia beccandsi ferocemente su questioni di cortile. Grillo, Renzi e Berlusconi hanno alimentato la scena con la stessa, maniacale puntualità con cui Jim Carey, nel film Truman show, aveva accettato di vivere a sua insaputa in un reality in cui tutti i cittadini erano attori consapevoli con l'eccezione, appunto, del povero Truman.
Ha facile ragione chi sostiene che la metamorfosi subita dalla politica e la sua conseguente riduzione a reality è insieme causa ed effetto della perdita di consistenza dell'atto politico in sé. Al netto dello scadimento della qualità del ceto politico, probabilmente la più infima degli ultimi decenni, la politica gira a vuoto per l'abdicazione dal proprio ruolo di regolatore di conflitti e dalla funzione di motore del cambiamento. Ne è scaturita una forma di anestesia sociale con la conseguente affermazione di un indifferenziato rifiuto prima dei politici (vedi il grillismo) quindi della politica (vedi l'astensionismo massiccio di domenica 25 maggio).
L'euroscetticismo e le campagne anti-euro e anti-Europa sono soltanto il tentativo maldestro di un ceto politico fallito di nascondere le proprie responssabilità indirizzando altrove la delusione e la frustrazione del corpo sociale. In questo senso la politica si è assicurata una qualche sopravvivenza rispetto all'astensionismo annunciato, e poco importa se questa è stata conseguita trasformato il Paese più europeista fino agli anni Novanta nel più antieuropeista del presente.
Dare addosso all'Europa e alla Merkel indicandoli come i colpevoli principali delle difficoltà in cui agonizza la società italiana dovrebbe essere l'ultimo dei delitti consentiti a Berlusconi, Grillo e Renzi. Per queste ragioni chi crede sinceramente nel destino europeo dell'Italia deve disertare le urne domenica prossima con ciò sanzionando severamente un ceto politico colpevole di attentato alla dignità della Repubblica e di ogni misfatto perpetrato ai danni della Nazione non per la malvagità dei partners europei ma per l'inconcludenza e la codardia di chi avrebbe dovuto governare il Paese secondo il principio della realtà e ha invece preferito condurlo in un vicolo cieco.
Renzi, Berlusconi e Grillo dovrebbero riflettere su quel 78% di greci favorevoli all'Europa e all'Euro, contro appena il 53% di italiani. Un Paese martoriato come la Grecia non è stato saccheggiato dalla trojka economica (Fondo monetario internazionale, Commissione europea e BCE) ma è stato salvato dall'abisso in cui l'aveva condotto la classe dirigente greca colpevole di aver dissipato ricchezze immense a seguito dei Giochi olimpici del 2004 con regalie e donazioni sociali.
Quando Berlusconi, Renzi e Grillo invocano la fine dell'austerità mentono spudoratamente sapendo di mentire. Di quale austerità parlano? Di quella fiscale? Ma chi è che impone all'Italia di aumentare le tasse invece di riorganizzare lo Stato e la Pubblica amministrazione licenziando dove serve e ridurre gli stipendi non solo ai dirigenti ma a tutti i dipendenti pubblici? Sono scelte troppo pericolose per una politica pavida che si nutre di sondaggi quotidiani come i corvi delle carcasse di animali. La politica insegue il popolo e i suoi desideri, esorcizza la realtà e la travisa con promesse di benessere immediato e futuro: questo è il populismo.
Immergersi nella realtà per cambiarla e forgiarla secondo un disegno di respiro nazionale ed europeo, chiamando tutti i cittadini a rinnovare un oneroso biglietto di appartenenza alla Nazione: questa è la politica alta e nobile. I nostri politici lillipuziani criticano la Germania e la sua cancelliera, ma qualcuno di loro è a conoscenza del fatto che dal 1989 sulle buste paga dei lavoratori tedeschi figura una trattenuta del 5,5% del reddito lordo con la dicitura "spese per la riunificazione della Nazione"? Se la Germania è una Nazione e tale si sente e si muove sulla scena del mondo, come può essere questa una colpa?