martedì 30 aprile 2013

COESI SU CONTESTAZIONI UE, MA DIVISI SU POLITICA ECONOMICA: PER LETTA STRADA SUBITO IN SALITA

di Massimo Colaiacomo

     Si comincia a intravvedere la linea strategica attorno alla quale il presidente del Consiglio Enrico Letta cerca di imbastire l'azione del governo. I due interventi in Parlamento, in particolare quello di ieri alla Camera, hanno delineato due differenti approcci del presidente nei confronti della sua maggioranza. Ciascuno di essi comporta, naturalmente, dei rischi per la stabilità di governo. Vediamoli. Letta ha dato la netta impressione di puntare a una forte coesione politica aprendo un fronte di contestazione verso la UE per chiedere la revisione del Fiscal compact o, almeno, un alleggerimento del Patto di stabilità interno. Su questo versante, che tanto costò a Silvio Berlusconi in termini di credibilità, Letta si muove né più né meno come il Cavaliere. Segno che le feroci critiche della sinistra al governo Berlusconi accusato di essersi isolato in Europa erano quanto meno strumentali. Diversamente dal Cav, però, l'attuale presidente, figlio e diligente allievo di quella straordinaria scuola politica che è stata la Dc, prepara il terreno conflittuale con l'Europa alzando la bandiera dell'europeismo e della fede dell'Italia nelle prospettive dell'unità politica della UE. Su questo terreno, è ovvio, Letta incontra solidarietà convinte che vanno oltre il perimetro della maggioranza.
     Quanto poi questo cemento sia capace di unire ciò che è diviso, e anche aspramente, sul piano del programma di governo resta tutto da verificare. E l'IMU si presenta come un caso di scuola. Su questo punto non si può nascondere che l'arte democristiana della simulazione e della dissimulazione non sarà di grande aiuto a Letta. Il fatto di aver chiamato ieri una sorta di time-out sull'IMU annunciando che a giugno non si pagherà ma che non per questo si deve considerare abolita, ha mostrato la fragilità della posizione del governo stretto fra le richieste perentorie del PdL e la contrarietà sorda del Pd favorevole, come si sa, all'abolizione dell'IMU solo per gli importi pari o inferiori a 500 euro.
     Il governo ha mostrato quanto meno di non avere ancora le idee chiare sul da farsi e questa circostanza rivela la strada tutta in salita per un esecutivo che sarà costretto a fare della mediazione il suo ossigeno vitale. E mediazione, per la DC, ha spesso se non quasi sempre significato rinviare ogni decisione a un tempo indeterminato.
     Non è poi da sottovalutare un altro aspetto. Quasi a voler rassicurare la sua maggioranza, LEtta ha fissato un orizzonte temporale per il suo esecutivo indicando nei 18 mesi necessari per varare le riforme costituzionali il termine massimo di sopravvivenza. Meglio: ha argomentato, in modo non è chiaro se più tattico o ingenuo, spiegando che se entro 18 mesi non saranno state approvate le riforme più attese (riforma della legge elettorale; riduzione del numero dei parlamentari; riforma del finanziamento pubblico dei partiti; abolizione delle province; legge sulla corruzione) egli sarà pronto a trarne le conseguenze. In sostanza, Letta ha avviato un timer sul quale chiunque, alleati o avversari, può agevolmente costruire la propria strategia conoscendo in largo anticipo la procedura da seguire per scaricare il governo.
     Uniti per chiedere le modifiche alle costrizioni troppo severe degli accordi europei, e pronti a lasciare senza l'approvazione delle riforme: in mezzo a questi due estremi c'è o dovrebbe esserci lo svolgimento di un programma di governo imperniato su politiche economiche e sociali in grado di rianimare una crescita da troppi anni sparita dai monitor dei governi.
     Letta ha richiamato tutti al realismo e alla durezza di una crisi nient'affatto al suo epilogo. Nella replica al Senato, il presidente del Consiglio è stato guardingo, quasi a voler riequilibrare l'agenda di impegni annunciata ieri alla Camera con qualche accento ottimistico di troppo. Al punto che perfino Umberto Bossi ha avuto buon gioco a chiedere: sì, va tutto bene, ma dove sono i soldi per fare migliori politiche sociali, rimborsare le imprese e ridurre la pressione fiscale? Quei soldi non ci sono o, se ci sono, restano chiusi nei bilanci saldamente inchiodati dalle ferree regole del fiscal compact. Come a dire, tutto si può fare se l'Europa ci autorizza a farlo. E' un versante infiammabile questo scelto dal governo. Si rischia, per questa via, di ritrovarsi esattamente dove l'Italia era due anni fa. All'epoca dei sorrisini denigratori scambiati da Merkel e Sarkozy in danno di Berlusconi.
     Letta dovrà inventarsi una via d'uscita "alta" agli impegni, per la verità vaghi e generici, annunciati in Parlamento. La situazione rimane fragile, e su questo è difficile dar torto al premier. Ma pensare di venirne a capo con un colpo al cerchio e uno alla botte rischia di farla deragliare. Letta non ha molto tempo davanti a sé per agire e mettersi subito al riparo dai veti incrociati che i partiti alleati hanno già alzato. Accettarne uno significa accettarli tutti e condannare l'esecutivo all'impotenza. E i 18 mesi per le riforme potrebbero rivelarsi un tempo infinito   

domenica 28 aprile 2013

COLPI DI PISTOLA NEI DINTORNI DI PALAZZO CHIGI, NON E' SARAJEVO NE' IL PALAZZO D'INVERNO MA UN BRUTTO SEGNALE IN UN BRUTTO PAESE

di Massimo Colaiacomo

     Luigi Preite, 49 anni, ha sparato contro due carabinieri in servizio a Palazzo Chigi. Sarebbe da escludere che abbia scambiato Palazzo Chigi per il Palazzo d'Inverno di San Pietroburgo. Lo sparatore e le tre vittime (la terza è una donna colpita di striscio) hanno riportato ferite non letali. Preite è stato licenziato da poco tempo. E' stato licenziato anche dal ruolo di marito. E' stato vittima di un uno-due terribile per chiunque. Però, diversamente da altre persone incappate come lui nella stessa drammatica circostanza, Preite si è armato di pistola, è salito in treno e dalla Calabria natale si è trasferito a Roma. Una volta nella Capitale ha deciso di portarsi sotto Palazzo Chigi e lì scaricare la sua pistola contro due carabinieri di servizio in uno dei varchi che delimitano lo spazio della piazza. Un folle? Se questa tesi è vera, allora siamo in presenza di una follia lucida, pianificata, costruita con calcolo meticoloso.
     Quella di Preite, potrebbe sentenziare certa sociologia da tot a chilo, è l'esplosione della rabbia di una persona contro la quale la vita si è accanita devastando il suo equilibrio complessivo. Vero? Sì, ma soprattutto no. Di Luigi Preite se ne trovano decine di migliaia in giro per l'Italia: alcuni, come lui, armati; altri invece disarmati. Qualcuno pronto, come Preite, a trovare un percorso clamoroso e drammatico per sfogare rabbia e frustrazione sociale. Molti altri, invece, licenziati o lasciati dalla moglie, sono pronti all'autopunizione perché considerano se stessi colpevoli di quelle circostanze avverse.
     Preite non è un folle. Né tantomeno può considerarsi, come ha detto con incredibile superficialità la presidente della Camera Laura Boldrini, una vittima che si è fatta carnefice e rispetto al quale la politica deve trovare le risposte. Vedere tanta leggerezza, non dico di giudizio ma di analisi politica da parte della terza carica dello Stato, fa correre qualche brivido lungo la schiena. Sarebbe dunque la mancata risposta della politica al dramma della disoccupazione la molla che ha spinto Preite a sparare contro due carabinieri? Il gesto di Preite sarebbe quindi da considerare un atto politico rilevante e il suo autore "un prigioniero politico" come si consideravano i brigatisti?
      Duole dirlo, ma la signora Boldrini ha aperto bocca per mostrare i denti e sicuramente senza aver prima inserito il cervello. E' facile immaginare lo squillo del suo telefono e all'altro capo del filo la voce stentorea del presidente della Repubblica.
     Preite nel ruolo di "un compagno che sbaglia" è un'immagine stantia e remota. E' il dagherrotipo di un'Italia sconfitta ma mai morta. Laura Boldrini non sa o, se sa, ha dimenticato che il PCI si infognò in questo errore di giudizio considerando le Br alla stregua di compagni che sbagliano finché scoprì il volto truce del terrorismo allorché, nel gennaio 1979, uccisero un operaio genovese, Guido Rossa. Quell'assassinio aprì gli occhi ai ciechi e i compagni in errore divennero terroristi.
     E' da escludere che Preite sia un terrorista. E' invece sicuro che Preite ha respirato, come milioni di altri italiani, l'aria avvelenata di una contesa politica impegnata da troppo tempo ad avvelenare i pozzi, a demonizzare partiti e persone. Sa dire qualcuno quale sia la differenza fra il lessico dell'odio che circola e trasuda da alcuni siti web e le parole di un "cattivo maestro" come Toni Negri accusato dal pm Pietro Calogero di fomentare il terrorismo attraverso il centro Hyperion di Parigi? Una differenza c'è: Toni Negri era un principe della dialettica sovversiva, una persona colta nella sua aberrazione morale. Gli odiatori di oggi hanno come livello scolastico più elevato il web. Il loro master si chiama Wikipedia o poco più.   
     Grillo ma non solo. Il grillismo in tutte le sue declinazioni e ramificazioni. Le manifestazioni di intolleranza che spopolano nei programmi televisivi dove dietro la cortina dell'ironia e dell'irrisione si scorge qui e là un sentimento di rancore e di disprezzo verso i diversi attori della vita politica e istituzionale. Accuse mai provate, processi mai celebrati ma con gli imputati già condannati cos'altro devono considerarsi se non un introibo alla legittimità della violenza fisica? Quando la responsabilità oggettiva della politica viene trasformata in responsabilità penale soggettiva del politico che non trova i soldi per la cassa integrazione, che veste può assumere la condanna sociale di quel politico?
     L'animo ingenuo e denutrito della signora Boldrini ha fatto il resto. Preite una "vittima" del sistema ... L'Italia non ha mai girato le pagine del calendario. L'ultimo anno visibile per buona parte del ceto politico è sempre lo stesso: 1968.

giovedì 25 aprile 2013

LETTA PRONTO A SCOLLINARE, MA VERA PARTITA E' SU DURATA ESECUTIVO

Secondo un'antica e sperimentata tradizione, il presidente Letta agisce su due leve per centrare il bersaglio: la struttura del governo da concordare e aggiustare in funzione del programma.

Berlusconi incontrerà domani il presidente incaricato ma è pronto a trovare il punto di mediazione. L'abolizione dell'IMU non è uno scoglio insuperabile e sarà aggirato con qualche espediente (la restituzione delle somme con titoli di Stato decennali).

La piaga aperta è la mezza rivolta della sinistra "grillina" del Pd nei confronti della quale Grillo si muove come il lupo in mezzo alle pecore.

I vari Puppato, Civati e Gozzi che annunciano voto contrario sulla fiducia,  probabilmente imbeccati dai prodiani desiderosi di vendette contro D'Alema e Veltroni, hanno in realtà già offerto la loro testa a Grillo che ha definito "morto" il 25 aprile.

Vendola, più intelligente, ha capito che nell'opposizione al governo Letta deve guardarsi da Grillo, minaccia mortale per qualunque opposizione di quello schieramento. E gli ha replicato definendolo "becchino universale".

Il Pd rimane in uno stato comatoso e rappresenta la vera incognita per la nascita del governo.

La Lega e Fratelli d'Italia, d'intesa con il PdL, rimangono all'opposizione per un calcolo politico. Alle opposizioni spettano infatti le presidenze di due commissioni strategiche come la Vigilanza Rai e il Comitato parlamentare sui Servizi segreti. Con leghisti e Fratelli d'Italia all'opposizione è scongiurato che vadano a Vendola e Grillo. 

di Massimo Colaiacomo

     Enrico Letta presenterà il suo governo alla Camera lunedì o, al più tardi, martedì della prossima settimana. Il suo tentativo è destinato al successo per forza di cose: diversamente non si aprirebbe nessun paracadute per la legislatura e si tornerebbe alle urne prima dell'estate. E' il percorso segnato dal presidente Napolitano e i partiti che lo hanno supplicato con il cappello in mano perché accettasse la rielezione sanno che non sono consentiti deragliamenti. Berlusconi, al di là di quanto viene riferito nei retroscena tanto fantasiosi quanto inutili, non è così sciocco da imboccare una via per lui piena di incognite non meno che per il Pd. Il fenomeno grillino, infatti, ha conosciuto una battuta d'arresto pesante nelle regionali del Friuli Venezia Giulia ma sarebbe un errore mortale considerarlo estinto.

     E' vero che Grillo deve alzare ogni giorno di più il tiro e aumentare il volume di fuoco degli insulti contro i partiti, Napolitano e perfino una data simbolo come quella del 25 aprile da lui considerato "morto" dopo "l'inciucio" (termine, si spera, destinato a sparire una volta che i partiti lo avranno effettivamente consumato)  fra Pd, PdL e Napolitano. Il comico genovese fatica a mantenere il centro della scena e sa che la sua posizione di rendita elettorale è destinata a un drastico ridimensionamento una volta che il governo dovesse vedere la luce. Grillo deve inoltre fare i conti con un competitore nuovo che si affaccia nel suo campo. Scegliendo il ruolo di opposizione "responsabile" al governo Letta, infatti, Nichi Vendola punta a una ulteriore riarticolazione della sinistra e lavora per attirare il malcontento di quei settori del PD non del tutto pronti al governo "di servizio" per il Paese, eufemismo non proprio felice usato dall'incaricato per mascherare un governo di larghe intese fra Pd, PdL e Scelta civica.

     Il ruolo di Vendola, insomma, può essere insieme una minaccia per il Pd e un'insidia per il grillismo, proponendosi come argine verso il comico genovese e raccoglitore degli umori antigovernativi del Pd. Le affermazioni insultanti di Puppato e Gozi, insieme a quelle più ragionevoli di Civati, segnalano un'area di malcontento nel Pd che trova in Romano Prodi il suo ispiratore più o meno interessato. Prodi è il candidato al Quirinale uscito massacrato nelle votazioni in Parlamento. A Francesco Boccia che ha minacciato l'espulsione per quei parlamentari PD che non votassero la fiducia ha replicato Sandra Zampa, guarda caso portavoce di Prodi, per ricordargli che non è con le minacce che si risolvono i problemi politici. Insomma, il professore bolognese, anche dalle remote plaghe africane, ha cominciato a tessere la tela della sua vendetta. Per Enrico Letta, come si vede, le maggiori difficoltà vengono da un quadro politico tormentato sul fianco sinistro. Lì si annidano per lui le incognite maggiori e in quella direzione guarda con preoccupazione Silvio Berlusconi, ansioso come non mai di ricevere assicurazioni sulla durata dell'esecutivo e sulla incisività della sua azione politica.

     Il Cavaliere è sicuramente interessato alle questioni di programma, ma non fino al punto da compromettere il tentativo di Letta. Sa che si possono aggiustare capitoli spinosi come l'Imu (magari immaginando la restituzione per il 2012 con i Buoni del Tesoro) e si possono trovare accomodamenti onorevoli su altri capitoli come i crediti delle imprese, le politiche per la crescita. A Berlusconi preme una cosa soprattutto: capire il livello di impegno politico che il Pd è in grado di assicurare all'esecutivo. E' il punto cruciale perché Letta possa vedersi spianare la strada e mandare in porto il governo. Se il Pd tentenna, tutto si complica per Letta. I dirigenti democratici hanno fretta di trovare nuovi assetti nel partito e per questo si avviano al congresso d'autunno nella speranza di incoronare Renzi segretario. Che cosa significa tutto questo? Può significare che Renzi è pronto già il prossimo anno alla sfida elettorale? Se così fosse, il Pd non ha interesse alcuno a impegnarsi con esponenti di primo piano nel governo. Si sa, però, che Renzi non vuole andare alla battaglia elettorale non solo con questa legge elettorale ma neppure con questo assetto istituzionale. Il sindaco fiorentino è un sostenitore convinto del bipartitismo e del presidenzialismo, due obiettivi che se raggiunti manderebbero all'aria gli equilibri politico-istituzionali nati nel dopoguerra. Per centrare risultati così importanti serve un governo di durata e Matteo Renzi ha mostrato, negli ultimi tempi, di aver messo sotto controllo la sua fretta.

     "Rottamati" in pochi mesi Prodi, D'Alema, Bersani, Veltroni per il sindaco di Firenze si spalancano nuove opportunità per cogliere le quali può concedersi qualche tempo in più. Quello che fino a ieri faceva fretta ai vertici del Pd, appare ora un leader  più compassato. Anche per Renzi il governo che nasce può puntare a una durata ragionevole,  alla condizione che sappia mettere nel mirino riforme costituzionali di grande respiro. Se Lega Nord e Fratelli d'Italia hanno scelto la via dell'opposizione, non è erto per fare un dispetto al PdL. Al contrario, la decisione è stata sicuramente presa d'intesa con Berlusconi. In questo modo, infatti, le presidenze di commissioni cruciali come il Comitato parlamentare di vigilanza sui Servizi segreti e la Vigilanza Rai, destinate alle opposizioni, è pressoché sicuro che finiscano dalle parti di Maroni e La Russa sottraendole così alle ambizioni di Vendola e Grillo. 


     

 





lunedì 22 aprile 2013

DA NAPOLITANO LEZIONE DI POLITICA E DI PASSIONE CIVILE, CHI PUÒ GUADAGNARCI È IL PD (SE AVRÀ CORAGGIO)di Massimo

di Massimo Colaiacomo

     Se ai parlamentari e alla ruling class del Pd è rimasto un briciolo di orgoglio e di intelligenza politica da stasera devono tirare fuori l'uno e l'altra. È usarli senza risparmio. Il discorso di insediamento di Giorgio Napolitano in Parlamento è stata una lectio magistralis di intelligenza e saggezza politica. Straordinaria per l'impasto di passione civile e di fresca umanità. Qualità per avere le quali non basterebbe ave cento o centodieci anni. Napolitano ha confermato la giustezza dell'aforisma di Benedetto Croce sul primo dovere dei giovani: quello di invecchiare e, si può aggiungere oggi, invecchiare ispirandosi a Napolitano.
     Chiuso il turibolo, meritatissimo, andiamo alla sostanza del discorso del rieletto. Napolitano ha indossato la toga del pubblico ministero contro il sistema dei partiti, denunciandone con parole implacabili le manchevolezze, le viltà, l'attaccamento alle piccole convenienze, la miopia e la supponenza. Si è rivolto a tutto il Parlamento, ma per farsi ascoltare e capire soprattutto dal settore dove sedevano i parlamentari Pd, non si sa se più rassicurati o più mortificati nel sentire quella requisitoria condita con parole nobili che cadevano sui loro scranni con la forza di un fuetto.
     Il muro di pregiudiziali alzato da Bersani a ogni forma di collaborazione con il PdL di Berlusconi si è sgretolato e venuto giù rovinosamente. È da quel paesaggio di macerie che deve nascere un governo. Napolitano farà consultazioni a velocità supersonica e già martedì sera, o mercoledì mattina, affiderà l'incarico per un governo che vuole, e sarà politico. Pochi minuti dopo il suo discorso, sono scattati sull'attenti Franceschini, Finocchiaro, Bindi. Tutti hanno risposto all'unisono: eccoci, siamo pronti. Una risposta impensabile fino a sabato mattina, divenuta perfino ovvia dopo il discorso di Napolitano.
     In casi simili si spolvera tutto con un po' di retorica dicendo che se c'è un vincitore è il Paese. Sarà vero, si spera, in futuro. Nel presene c'è un solo vincitore: Silvio Berlusconi. Il Cavaliere ha inseguito per vent'anni la propria legittimazione politica, il diritto a essere riconosciuto e accettato come un protagonista della vita pubblica e non come un nemico se non da abbattere quanto meno da isolare e tenere in quarantena.
     Bene: Berlusconi si è visto riconosciuto nel ruolo che 9 milioni di elettori gli hanno assegnato e si è visto riconoscere questo diritto nella cornice solenne del Parlamento in seduta congiunta da un grande, vecchio presidente della Repubblica. È come se Napolitano, diciannove anni dopo, avesse scelto di risalire i gradini fra gli scranni della Camera per restituire a Berlusconi la stretta di mano che nel '94 il Cavaliere gli diede per complimentarsi del discorso dell'allora capogruppo del PDS contro il suo governo.
     Il governo nascerà e sarà politico al massimo grado. È interesse dell'Italia, ma è interesse soprattutto del Pd da oggi impegnato conquistato al verbo renziano che vuole la sconfitta di Berlusconi sul campo della battaglia politica e non per via giudiziaria. Napolitano ha detto basta con i pregiudizi, basta con i luoghi comuni e le demonizzazioni dell'avversario e ha invitato a costruire convergenze fra tutte le forze politiche nell'interesse esclusivo dell'Italia. Parole sagge grazie alle quali Massimo D'Alema si sentirà meno solo dopo averle pronunciate nella Direzione nazionale del Pd, all'inizio di marzo. Parole che caddero allora nel gelo della platea senza neanche uno solo degli applausi calorosi e scroscianti riservati dal Parlamento a Napolitano.
     Il Pd subirà verosimilmente una piccola scissione. Mai come in questo caso, però, si può dire ex malo bonum. Il Pd deve recuperare vent'anni di errori, gli ex comunisti devono liberarsi di tutte le maschere indossate in questi decenni e finalmente guardarsi allo specchio e contare le rughe, le cicatrici e i solchi scavati in oltre 90 anni di storia comunista. Non devono celebrare la loro Epinay o la loro Bad-Godsberg, perché Mitterrand nel 1971 e Brandt nel 1959 furono protagonisti di svolge epocali che guadagnarono definitivamente al socialismo e alla pratica democratica forze profondamente radicate nella cultura marxista. Il Pd ha Matteo Renzi e la sua ambizione di costruire un frullatore di culture tenute insieme dal cattolicesimo democratico ma anche liberale.
     Per raggiungere questo traguardo, però, Renzi deve guida le truppe in rotta del Pd nella loro traversata del deserto. Convincerle a guardare a Berlusconi come all'avversario da battere e non il nemico da abbattere. E non è questione che si risolva con un battito di ciglia.

domenica 21 aprile 2013

LA REPUBBLICA NELLE MANI SOLIDE DI NAPOLITANO, LE RIFORME IN QUELLE (FRAGILI) DEI PARTITI


IL CAVALIERE TORNA A CAVALLO, MA SI FA PRUDENTE
PER IL PD L'OCCASIONE DI RIDEFINIRE LA PROPRIA IDENTITÀ
COME FORZA DI GOVERNO
PER IL GRILLISMO UNA SOLA CURA: LA REPUBBLICA PRESIDENZIALE


di Massimo Colaiacomo

     Ha ragione Stefano Folli: con la rielezione, i partiti hanno conferito a Giorgio Napolitano poteri enormi se non proprio esorbitanti rispetto a quelli previsti in Costituzione. A Napolitano tutti hanno chiesto, con atto di contrizione e con il cappello in mano, di operare d'urgenza sul corpo vivo della politica per estirpare il male oscuro che la sta divorando dopo il 25 febbraio ma le cui radici affondano molto indietro nel tempo.
      Si spiegano così le reazioni di soddisfazione accompagnata a grande prudenza dei protagonisti che hanno dato vita allo psicodramma sul Quirinale, fino al punto da mettere a rischio la salute della Repubblica. Il Cavaliere è tornato a cavallo ma non impugna lo scettro minaccioso come Bartolomeo Colleoni o come Luigi XV. Ha vinto un tempo di una partita che sa essere lunga e ricca di insidie. Le riforme da lui annunciate lungo un arco di vent'anni e ogni volta evaporate per le ragioni più diverse, devono farsi carne e sangue nei prossimi mesi. Non c'è più spazio né tempo per i proclami elettorali. Chi, ancora stamane, annuncia, come fa Altero Matteoli, che o si fa il governo politico o si va al voto, mostra di non aver capito bene che cosa è accaduto nella ultime settimane. E finge di non sapere che non ci sarà nessun voto prima di qualche anno. Perché nessuno chiederà le urne senza aver prima risanato le cicatrici profonde inferte al sistema politico: farlo significherebbe consegnare la democrazia e la Repubblica a una fase di avventurismo.
     Napolitano ha chiesto ai partiti di ricambiare la sua personale disponibilità a un secondo mandato, disponibilità più simile a un vero sacrificio, offrendo un'analoga disponibilità collettiva.  Napolitano non potrà accettare veti o pregiudiziali da chicchessia. Agirà, c'è da giurarci, fin da martedì per formare un governo che ricalchi nelle sue linee essenziali la maggioranza che ha sostenuto Monti. Con una differenza fondamentale: sarà un governo pienamente politico, senza più lo schermo o il filtro dei tecnici. Pd e PdL dovranno guardarsi negli occhi e insieme rivolgersi al Paese per assumere impegni solenni di riforme istituzionali; di rilancio urgente dell'economia assumendo misure, con decreti leggi, per dare l'ossigeno minimo a un sistema in sala di rianimazione. Dovranno, Pd e PdL, prendere quelle misure urgenti per eliminare il bicameralismo perfetto e ridurre il numero dei parlamentari. E non soltanto per contenere così i costi della politica (bandiera populistica da stracciare subito) ma soprattutto per rianimare un circuito istituzionale le cui procedure barocche e farraginose hanno avvelenato nel tempo la vita quotidiana dei cittadini e costruito un lago di veleni nel loro rapporto con le istituzioni pubbliche.
     Benedire lo scampato pericolo non basta. Il governo che si presume sarà formato in settimana dovrà assumere provvedimenti in poche ore ma, soprattutto, dovrà mostrare una coesione politica molto forte da far valere in sede europea perché gran parte dei provvedimenti necessari all'Italia dovranno persuadere i "contabili" della Commissione. E nessuno meglio di un governo politico coeso può avere il peso giusto per ingaggiare un braccio di ferro a Bruxelles.
     Rimane, e non proprio sullo sfondo, il dramma politico con i suoi risvolti anche umani, che ha letteralmente polverizzato il Pd. Attenzione, però: polverizzato ma non distrutto. La sfida di un governo insieme al PdL e ai centristi di Monti acquista un duplice significato per il Pd: diventa un'occasione per fare chiarezza nei contrasti strategici in cui il partito si trascina da almeno vent'anni; ma è anche l'occasione per ridefinire la propria identità come forza di governo e, in questa veste, capace di parlare a settori della società italiana ritenuti ostili o estranei. Si tratta, per chi raccoglierà l'eredità del gruppo dirigente bersaniano, di superare la natura ambivalente di un partito per metà prigioniero dell'intransigentismo moralistico costruito attorno all'antiberlusconismo, e, per l'altra metà, proiettato verso un'evoluzione riformistica d'impronta europea. 
      Ancora ieri, commentando a caldo l'elezione di Napolitano, Nichi Vendola, offrendo un'immagine vecchia, ripeteva di puntare alla costruzione di una sinistra alternativa al Caimano. Ecco: non si pensa a una sinistra autonoma sul piano programmatico e nell'elaborazione di una tavola di valori. No: la sinistra immaginata da Vendola punta ancora a definirsi in negativo: siamo di sinistra perché c'è il Cavaliere dall'altra parte. Una sinistra simile è la miglior assicurazione per tenersi il Cavaliere altri 50 anni.
     L'altra sinistra, quella che guarda all'Europa o addirittura al blairismo, deve ancora maturare. Facendo attenzione a non lasciarsi irretire nei tatticismi del momento (la bocciatura di Prodi) o mostrare la fretta della giovane età. Matteo Renzi ha sbagliato, e anche molto, nella lunga e drammatica partita per il Quirinale. Deve armarsi di santa pazienza e, soprattutto, comprendere e spiegare fino in fondo ai suoi sostenitori che non è produttivo rottamare le persone sulla base dell'anagrafe e non delle idee sbagliate. Il riformismo italiano ha bisogno di Massimo D'Alema non meno di Matteo Renzi. Il quale, essendo giovane, deve darsi, come diceva Benedetto Croce,  un compito sopra tutti gli altri: pensare a invecchiare.
     Se il pericolo grillino può essere mortale o dissolversi come un incubo al risveglio dipenderà in larga misura dalle riforme che i partiti sapranno mettere in campo. Il presidenzialismo francese è la chiave di volta per ridurre a zero e depotenziare gli estremismi che si agitano nel profondo di settori limitati della società italiana. Quel sistema coniuga meglio di qualunque altro la rappresentanza parlamentare e la necessità di un potere esecutivo forte. Al primo turno si vota i partiti, al secondo si scegli il presidente la cui elezione trascina con sé la maggioranza. E Grillo diventerebe un ricordo. 

sabato 20 aprile 2013

GRILLO HA VINTO, MA CON ELEZIONE DIRETTA CAPO STATO SCOMPARIRA'

di Massimo Colaiacomo

     Un istante prima che il sistema politico finisse nel baratro e un secondo dopo l'evaporazione del Partito democratico risucchiato nel web grillino, Giorgio Napolitano ha fatto il passo da tutti richiesto e da tutti atteso. Si ricandiderà per un nuovo mandato (che soltanto una bifolca ignoranza immagina a termine: lo sarà per volontà del presidente e non perché sia scritto da qualche parte della Costituzione) e, al momento, toglierà la castagne dal fuoco a un sistema politico altrimenti impazzito.
     Napolitano è stato, come sempre, di esemplare chiarezza con i suoi interlocutori. Da tutti loro si attende ora "una collettiva assunzione di responsabilità". Che cosa significano queste parole? Accettando la sua ricandidatura, Napolitano ha in qualche modo tracciato il bilancio dei drammatici eventi di questi giorni culminati nella paralisi del Parlamento e nell'impotenza dei grandi elettori di trovare una forma di accordo per eleggere il suo successore.
     Dal paesaggio di macerie lasciato dai partiti e, in particolare dalle acrobazie suicide del PD e della sua ruling class, deve emergere quella spinta riformatrice inutilmente cercata nei 13 mesi del governo tecnico. Significa che il piatto forte del prossimo esecutivo devono essere le riforme "di sistema". Che non sono, come vuole far credere il populismo da tre palle e un soldo dei grillini, la riduzione del numero dei parlamentari o la riduzione delle loro indennità. Vanno bene anche queste cose, certo. Ma altre è più alte sono le riforme necessarie per rimettere in sella la periclitante Repubblica. La prima e più urgente riforma deve rispondere alle due questioni che Norberto Bobbio, in un libriccino di metà anni '80, indicava come i parametri per misurare la salute di una democrazia: chi comanda? e sulla base di quali procedure?
     Ecco: chi comanda in Italia? A una domanda simile avremo sicuramente una risposta univoca e chiara se rivolta a un inglese o a un tedesco o a un francese: Cameron, Merkel, Holland. Se la rivolgiamo ai cittadini italiani avremo decine di risposte diverse: Napolitano, Monti, le banche, i magistrati, Grillo, i poteri forti ecc. Questo è il nodo gordiano che va tagliato con una riforma incisiva della Costituzione per ricreare una fonte dell'autorità pubblica che sia riconoscibile e da tutti riconosciuta. Il presidenzialismo secondo il modello francese è la sola e unica via da percorrere. Fatto questo tutto il resto ne discende. E fatto questo la protesta anti-sistema si sgonfia, evapora come certi brutti sogni svaniscono con la luce dell'alba.
     La vicenda del Quirinale si avvia a conclusione nel modo peggiore per la credibilità della politica e nel modo migliore per l'Italia. La disponibilità di Napolitano per la sua riconferma è la notizia che salva l'immagine del Paese sulla scena internazionale ma è anche il campanello dell'ultimo giro per un ceto politico ormai consunto. Il PD esce a pezzi e in una crisi identitaria per la quale non si intravvedono al momento vie d'uscita che non portino alla scissione di quel partito, con una parte consistente di fatto conquistata allo spirito del grillismo. Si tratta di quella fetta di giovani, turchi o cinesi poco importa, sprovvisti di una solida cultura repubblicana e politica. Personaggi fragili e improvvisati (valgano per tutti i nomi di Civati e Orfini), la cui cultura è un cocktail di wikipedia e twitter. Poca o nulla conoscenza della storia repubblicana, poca o nulla passione per le istituzioni ma solo ed esclusiva attenzione alle "pressioni del web" e della "piazza". Chi ha portato personaggi simili in Parlamento? Chi si è caricato di questa responsabilità non meno grave del duplice character assassination di due personalità quali Marini e Prodi?
     La riconferma di Napolitano è la medicina indispensabile in questa ora drammatica ma è anche il sintomo del crollo di un ceto politico impotente a individuare e votare un successore. Non si invochi il grillismo come causa. No, tutt'al più è un alibi. La causa vera è nella caduta di passione civile e istituzionale di una ruling class esangue, denervata. Invece di trovare una soluzione politica alta, come sarebbe stata l'elezione al Quirinale di un politico a tutto tondo quale Massimo D'Alema, il Pd è rimasto invischiato nella rete della retorica grillina. Con Bersani che un giorno cercava il candidato condiviso, il giorno dopo il candidato di rottura. Tante virate senza spiegazione alcuna hanno scosso il fragile albero di un partito che si è ritrovato in 36 ore senza più una direzione di marcia. Mezzo con Grillo e mezzo riformista. Mezzo animato da esprit republicain e mezzo irretito dalla furia distruttrice di un comico da quattro soldi che ha in programma di aprire il Parlamento come una scatola di tonno senza che da un parlamentare uno fosse venuta una replica dignitosa. No, niente.
     Grillo, vero vincitore politico di questa tornata, ha ora la strada spianata per ingoiare il PD. Lo ha distrutto in pochi giorni, aiutato anche dal sentimento di cupio dissolvi che si respira da quelle parti. Bersani si è confermato un politico inadeguato, con venature macchiettistiche e indecorose per chi doveva trovare una soluzione per la più alta magistratura della Repubblica.
     Il governo che verrà, si presume di intese più larghe possibili, deve essere retto da personalità capaci di guardare oltre la prossima ora. Non può essere tecnico ma deve essere politico al più alto grado. E riformare la Costituzione cancellando non poche delle cose vecchie (sono la maggior parte). A cominciare dal vergognoso art. 1 che fonda, unico caso in una democrazia occidentale, la Repubblica sul lavoro. Laddove le Repubbliche sono nate e godono di vita rigogliosa in quanto fondate sulla libertà, sui diritti delle persone alla vita, alla felicità. Una vergogna tutta e soltanto italiana che, c'è da augurarsi, sia cancellata una volta per sempre.
     La partita si gioca tutta nel perimetro delle riforme di sistema e il Porcellum è soltanto un capitolo. E' nella Costituzione che le forze politiche devono affondare le mani per rivoltarla da cima a fondo. Senza timori, con grande prudenza e saggezza ma avendo sempre chiaro il punto d'approdo: il potere esecutivo scelto direttamente dal popolo. Una ricetta semplice per consolidare la Repubblica ma efficacissima per sconfiggere e piegare all'esprit republicain gli estremismi di ieri e di oggi. E impedire quelli di domani.

venerdì 19 aprile 2013

PRODI ANTI-CAV E FILO-PD? ASPETTARE E VEDERE

di Massimo Colaiacomo

     Scrivevo, sabato 16 aprile, della determinazione e della tenacia con cui Prodi era pronto a scombinare la rosa dei candidati di Pierluigi Bersani. Saltato il petalo di Franco Marini, gli altri, infatti, cadranno da sé. Per ovvie ragioni: Bersani è stato delegittimato dal suo stesso partito nelle votazioni di ieri; Matteo Renzi ha in pugno il Pd, anche se deve accelerare la presa del potere prima che il partito si dissolva; la piazza internettiana ha stravolto la democrazia in Italia, distruggendo il concetto di rappresentanza parlamentare; gruppi di facinorosi e violenti intorno al Parlamento hanno la facoltà di intimorire parlamentari vili e per nulla motivati nel loro incarico se non dalla ricca indennità mensile.
     E' un paesaggio di macerie quello che si presenta agli italiani quando questa mattina, alle 10, il Parlamento tornerà a riunirsi per la terza votazione sul presidente della Repubblica. Fra le macerie, si sa, c'è sempre cibo per gli avvoltoi. Bersani ha deciso di salvare se stesso e il Pd proponendo la candidatura di Romano Prodi. L'Italia viene dopo. Primum vivere. Bersani non ha chiaro, però, che cosa esattamente egli porti in salvo.
     Il calcione rifilato al metodo della condivisione con Berlusconi promette, è vero, di ricompattare il Pd e di salvare, per il momento, la segreteria di Bersani. Ma è anche vero che privandosi della sponda con il Cavaliere, Bersani ricolloca il partito in un campo della sinistra squassato e reso irriconoscibile dal grillismo. Da questo momento il Pd diventa il partito più liquido d'Italia e soltanto la corsa verso le urne, già a giugno o a luglio, può salvarlo dalla dissoluzione. Se dovesse mancare questo traguardo, Matteo Renzi sarebbe inghiottito nel grande inceneritore del grilliamo. Ha giocato una partita temeraria, la sta vincendo ma una sola mosa sbagliata e quello che sembra l'Eden diventerà un inferno anche per lui.
     Berlusconi si prepara alla sconfitta sulla partita per il Quirinale, anche se non ancora chiusa. Il Pd si è ricompattato su Prodi, Bersani ha salvato il partito, ma lo aspetta un percorso di guerra, e impossibile, per la formazione del governo. Le larghe intese saltate sul Quirinale sono un duro colpo alle chances bersaniane di formare il governo. Grillo, è vero, si acconcerà a votare Romano Prodi, ma sul governo? Quali prezzi e quali estorsioni sul programma imporrà a Bersani per fargli avere qualche voto con il contagocce? E se rimane fermo il "no" grillino alla fiducia, come farà Bersani a superare le forche caudine del Senato dove i numeri gli sono contro?
     Matteo Renzi, l'altro protagonista della partita al Quirinale, si prepara a votare Prodi con grande soddisfazione. La ragione può essere una sola: rappresentando Prodi il "vecchio", né più né meno come Franco Marini, il professore agli occhi del sindaco ha un pregio che mancava a Marini, vale a dire "non stabilizza" il quadro politico come avrebbe fatto l'ex sindacalista. Prodi ha l'ostilità dichiarata di Berlusconi e del centro-destra e quindi Bersani (?) deve scontare un'opposizione vigorosa in Parlamento. Il governo Bersani vedrà la luce, se mai la vedrà, per qualche settimana prima di precipitare il Paese verso nuove elezioni. Se, invece, Prodi vuole distruggere tutto, allora non affida l'incarico a Bersani e chiama una personalità terza ed europeista per formare un governo di durata. A quel punto il giovane e scalpitante Renzi uscirà sconfitto irrimediabilmente. 
     Il Cavaliere sbaglierebbe a dare tutto per perso. Prodi è personaggio imprevedibile. Di sentimenti forti e di intelligenza sopraffina (leggi: diabolica). Ha solidi agganci in Europa, in Cina (a proposito: l'agenzia cinese Dagong perde il suo partner europeo) e negli Stati Uniti. Non puà permettersi troppi svolazzi e scivolate con governi antieuropei. Grillo lo voterà, ma se pensa di potersi permettere incursioni sul terreno dell'antieuropeismo troverà pane per i suoi denti. E' facile immaginare che Grillo voterà Prodi, per meglio staccare il PD dal PdL e poi infilzare Bersani a suo piacimento. Ma lo stesso Prodi, tempo qualche settimana, diventerà il bersaglio preferito da Grillo. Pronto a scommettere.
     L'Italia è una Repubblica alla deriva. Chi pensa o ragiona di riformette finge o davvero non ha capito la vastità della crisi di sistema. Da una condizione simile si esce soltanto con riforme di sistema come può essere la Repubblica presidenziale.