mercoledì 18 maggio 2016

CON IL REFERENDUM DI RENZI IL FUTURO DELL'ITALIA È UN ENIGMA AVVOLTO NEL MISTERO



di Massimo Colaiacomo

     Matteo Renzi dispone di una carta formidabile nella sua campagna per il referendum: è la forza della semplificazione. Sotto questo aspetto, i suoi oppositori partono in netto svantaggio, perché il NO, diversamente dal SÌ, richiede un supplemento di spiegazioni che finiscono, inevitabilmente, per appesantire la comunicazione riducendone perciò l'efficacia. Il presidente del Consiglio deve vendere una riforma complessa (e confusa, secondo le opposizioni ma anche a giudizio di non pochi sostenitori) facendo leva sull'incarto accattivante: niente più Senato e taglio dei costi della politica. Renzi cavalca, a distanza di tanti anni, uno dei leit motiv sui quali l'antipolitica ha fondato le sue fortune, politiche ed editoriali. Non a caso, per coerenza con la loro battaglia giornalistica, Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo sono nella schiera dei convinti sostenitori del SÌ alla riforma della Costituzione. La battaglia referendaria si risolverà tutta "in superficie" e Renzi potrà agevolmente vellicare gli spiriti dell'antipolitica e mettersi alla testa, lui, politico di professione, di una crociata impostata molto tempo fa. Il tutto in nome della modernizzazione istituzionale, di un Paese "in linea" con l'Europa e "le democrazie più avanzate", cioè gli stessi slogan da tre soldi, ma di efficacia micidiale, utilizzati per le unioni civili.
     In simili condizioni è difficile per chiunque opporsi al bombardamento mediatico del presidente del Consiglio. Come dire NO alla riforma votata dal Parlamento senza per questo essere accusati di conservatorismo istituzionale, di essere inguaribili poltronisti, di rifiutare il cambiamento per paura del nuovo? E come convincere gli elettori che un NO a questa riforma non sarà preclusivo di una riforma diversa, insieme più incisiva ed equilibrata, e non segnerà la fine di ogni processo riformatore come afferma quel sostenitore non occasionale quale è Giorgio Napolitano? Esiste inoltre un dato che rende ancora più complicata la battaglia del NO: si tratta di un fronte talmente eterogeneo, diviso sul piano politico e privo di una proposta alternativa forte e visibile, da mettere in votazione una volta fallito il referendum, da risultare poco credibile anche per il più scettico  sostenitore della riforma.
     È questa la forza maggiore che proviene a Renzi dalla disordinata compagine dei suoi oppositori. Vedere insieme coriacei parlamentaristi e presidenzialisti incalliti quanto confusi, nostalgici della partitocrazia e riformisti à la carte in servizio permanente effettivo, almeno finché le riforme non si fanno, è uno spettacolo che vale da solo la campagna elettorale per il SÌ. Tuttavia, a dispetto di un evidente squilibrio mediatico e di comunicazione a lui favorevole, la strada per la vittoria è ancora lunga e Renzi non può rischiare di anticipare troppo i toni ultimativi e tranciante ascoltati ancora in queste ore. La semplificazione oltre misura dei contenuti della riforma - meno senatori, meno soldi ai consiglieri regionali e meno poteri alle Regioni - rischia di ritorcersi come un boomerang nel momento in cui gli oppositori al referendum dovessero trovare una ragione valida ed efficace. Quando Berlusconi evoca, come ha fatto qualche giorno fa, un governo tecnico come via d'uscita alla sconfitta di Renzi al referendum e alle sue conseguenti dimissioni, ha evocato uno scenario plausibile sul piano tecnico ma politicamente inconsistente. Un governo tecnico dopo l'ennesimo fallimento delle riforme può solo accompagnare il Paese a nuove elezioni, con una legge elettorale nel frattempo divenuta legge dello Stato. Ma con quali schieramenti e, soprattutto, con quali forze in campo rimane un mistero. Quel governo tecnico (se non addirittura istituzionale) rischia di essere guidato dal Pierre Mèndes-France di turno, cioè dal primo ministro francese il cui fallimento nel 1958 aprì la strada alla Quinta Repubblica. È una speranza debole, ma è la sola alla quale possono aggrapparsi i democratici senza aggettivi sfuggiti alle sirene del renzismo ma distanti anni luce dai parrucconi della conservazione. È auspicabile per la nuova Italia un assetto politico presidenzialista, con il popolo che elegge la guida della Repubblica e dell'esecutivo e sceglie poi i suoi rappresentanti in Parlamento eleggendoli in collegi maggioritari uninominali. La grande costituzione monarchica americana intravvista da Tocqueville, e contrapposta alla monarchia costituzionale europea nata nella Francia luigifilipparda, rimane ancora oggi un riferimento luminoso. Come da tanti lustri non si stanca di ripetere Marco Pannella. 

     


domenica 15 maggio 2016

CHE SUCCEDE SE LA QUESTIONE MORALE TOCCA LE FORZE ANTI-SISTEMA



di Massimo Colaiacomo


     Il diverso trattamento riservato dai vertici grillini alla vicenda parmigiana rispetto ad altri, analoghi casi giudiziari che hanno coinvolto amministratori del movimento è un fatto politico rilevante. Non tanto per il peso mediatico di Federico Pizzarotti, primo sindaco grillino eletto in una città capoluogo di provincia. Il rilievo della vicenda sta tutto nelle conseguenze da essa provocate negli equilibri interni al movimento. Il direttorio è stato azzittito e la decisione presa da Casaleggio Secondo, il quale ha comunicato la sospensione di Pizzarotti dal movimento con modalità tipiche del vecchio PCUS, ha confermato, con la mancanza di ogni democrazia interna, che l'esercizio del potere è rimesso tutto nelle mani di una sola persona, titolare e proprietario esclusivo di una piattaforma in rete attraverso la quale si decide la platea degli elettori, di chi può votare e, in definitiva, della vita o della morte politica di ogni militante del Movimento.
     Tutto questo non è servito a mettere in sicurezza il Movimento sulla questione morale, da sempre al centro tema della propaganda grillina e cavallo di battaglia per inanellare trionfi elettorali sul piano locale e nazionale. È lecito ora chiedersi che cosa potrà accadere se la questione morale tocca la principale delle forze anti-sistema nate in Italia negli ultimi anni. Scoprire di avere decine di amministratori destinatari di avvisi di garanzia, da non confondere con sentenze di condanna, tende per forza di cose ad assimilare il M5s ai partiti tradizionali o, quanto meno, a rendere meno spendibile la carta della diversità morale. È troppo facile ricordare l'aforisma di Pietro Nenni secondo cui "prima o poi un puro trova uno più puro che lo epura" anche perché è difficile intravvedere all'orizzonte nuovi campioni di purezza e di trasparenza.
     Più verosimile è immaginare il Movimento grillino costretto a confrontarsi sul terreno delle scelte politiche e dei programmi di governo. Appannata e oggi meno spendibile che in passato la carta della "diversità morale", il M5s viene a trovarsi in una condizione non molto diversa da quella in cui si ritrovò, all'inizio degli anni Ottanta, il Pci di Enrico Berlinguer all'indomani della marcia dei quarantamila a Torino e in avvio della stagione del pentapartito. Il partito si ritirò dalle piazze per chiudersi nella corazza della "questione morale", una scelta che non pagò più di tanto sul piano dei consensi elettorali ma in cambio privò il Pci della sua capacità di incidere sulle politiche di governo. Facile obiettare che quella di oggi è un'Italia profondamente diversa da quella di 35 anni prima, ma ciò non cambia in nulla il senso della sfida che attende Beppe Grillo. Al bivio fra la continuità con le scelte radicali della prima ora e una svolta politica capace di farne una forza di governo, il M5s si trova di fronte a decisioni capaci di aprire la strada a nuovi successi oppure segnarne il declino definitivo.
     Se prevarranno le pulsioni integraliste, e dunque l'idea di rifiutarsi a una visione più laica e istituzionale della lotta politica, che deve comprendere, è ovvio, la lotta alla corruzione, per il M5s, e per tutte le forze anti-sistema, potrebbe arrivare l'ora della risacca. Nel Paese rimane forte il clima di ostilità, quando non di disprezzo, per la politica in generale. Sapere però che a votare un candidato grillino si corrono rischi non diversi né inferiori che a votare un candidato sindaco del PD o di Fratelli d'Italia, potrebbe portare altre migliaia di elettori ad andarsene al mare il prossimo 5 gennaio. Ma quella astensioni sarebbero per Grillo un temibile "vaffa-day" di ritorno.  

martedì 10 maggio 2016

SULLE UNIONI CIVILI MARCHINI CERCA DI INCRINARE LA MAGGIORANZA TROPPO AMPIA DI RENZI


di Massimo Colaiacomo


     Da sindaco di Roma Alfio Marchini non accetterebbe mai di celebrare un'unione civile gay. L'affermazione è stata fatta cadere, quasi con nonchalance, in mezzo ad altre più impegnative promesse (la privatizzazione di Atac o il no al delisting di ACEA da Borsa italiana). L'effetto politico è stato immediato: alla vigilia del voto di fiducia della Camera sulle unioni civili, Marchini ha deciso di agitare le acque con l'obiettivo di incrinare una maggioranza altrimenti oceanica sul provvedimento  che il premier Matteo Renzi si prepara ad alzare come un trofeo da esibire alla sua sinistra, nel silenzio e nello smarrimento del centrodestra.
      È evidente, come sa bene il candidato di centro-destra, che nessun sindaco potrà rifiutarsi di applicare una norma una volta diventata legge dello Stato. Quella di Marchini, però, è una provocazione politica destinata a scompigliare gli equilibri in quell'area moderata in cui Renzi ha mietuto e miete consensi e punta a rafforzare il proprio insediamento elettorale. Con la sua sortita, Marchini ha voluto risospingere Renzi in un'area di sinistra, marcando il provvedimento sulle unioni civili come un prodotto della cultura gender e relativista tipica della sinistra radicale.
     Se quello di Marchini è un calcolo elettorale, resta da vedere quanto possa rivelarsi efficace. Sul piano politico, non c'è dubbio che appare come una mossa destinata a rinsaldare il fianco sinistro della maggioranza renziana per meglio metterne in discussione il suo radicamento nel mondo moderato, non solo cattolico. Perché soltanto gli ingenui possono pensare che sulle unioni civili omosessuali si consumi uno scontro secondo lo schema ottocentesco fra laici e cattolici. Intorno a questo tema, come su tutte le questioni di bioetica e che riguardano la vita e la morte, la battaglia politica si svolge su un terreno diverso dal passato, mentre l'appartenenza religiosa ha un peso ormai relativo. In gioco entrano due differenti weltanschauung, visioni della vita e della società che muovono da valori diversi e talora radicalmente diversi. È vero che le unioni civili non sono assimilabili, né la legge in votazione le assimila, al matrimonio. Ma come negare che provvedimenti simili portano a una relativizzazione del matrimonio come è incardinato nella Carta costituzionale?
     Marchini ha tracciato una linea sulla sabbia, ma non per dire "di qua i cattolici, di là i laici". Ha semplicemente voluto, ma dovrà spiegarlo meglio, ricordare che ha una visione relativista della vita se ne può contrapporre un'altra, non meno legittima, volta a riaffermare istituti e valori, sicuramente da rinnovare, ma ancora oggi capaci di essere un collante etico per una società smarrita. Sono obiettivi che rimangono molto sullo sfondo del ragionamento solo abbozzato da Marchini. In primo piano rimane però il suo obiettivo, non troppo vago, di contestare a Renzi la rappresentanza del mondo moderato. Perché è su questo terreno che si svolgerà la prossima contesa elettorale. Sarebbe sbagliato attendersi note di plauso da parte delle gerarchie vaticane. Questo pontificato ha scelto una dimensione diversa dai suoi predecessori. La predicazione di Papa Francesco si svolge su un piano orizzontale e i valori "non negoziabili" della stagione ruiniana sono soltanto un pallido ricordo. 

lunedì 18 aprile 2016

IL TIC DELL'ANTIRENZISMO, COSÌ A OTTOBRE NASCE IL PARTITO DELLA NAZIONE



di Massimo Colaiacomo


     L'esito scontato del referendum sulle trivelle ha gettato solo in parte nello scoramento il vasto, diviso e confuso fronte dell'antirenzismo. Il premier ha assistito alla partita dalla panchina e lasciato che fossero i suoi avversari a commettere tutti gli errori umanamente e politicamente possibili. L'antirenzismo ha tanti autori e ciascuno rivendica il primato sugli altri in un vociare concitato e confuso destinato a seminare sconcerto e irritazione nell'opinione pubblica. Il risultato referendario ha riportato le lancette della politica indietro di quasi un ventennio riproponendo lo schema di gioco tipico dell'epoca berlusconiana: di qua i "pro" di là i "cons". Un tic tipico di una politica ormai prosciugata di ragioni e di valori, ma priva soprattutto di strategie credibili e riconoscibili. Vedere insieme in una confusa armata antisviluppista Grillo, Cuperlo, Brunetta e Salvini deve aver suscitato negli elettori una sensazione come di capogiro.
     L'armata Brancaleone degli anti-renziani è il miglior propellente per la nascita del Partito della Nazione, un obiettivo che Renzi avrà considerato probabile, ma non esclusivo, per consolidare il potere personale e allargare l'orizzonte delle riforme. Ma se quel traguardo appare oggi meno remoto è anche grazie alla miopia dei suoi avversari. L'idea di costruire un Fronte unico dell'anti-renzismo diventa, di fatto, l'ammissione che a Renzi non esiste oggi un'alternativa credibile. Non ci sono leader, nel centrodestra, e non ce ne saranno ancora per molto tempo. L'unico sfidante in campo per Renzi rimane il candidato in pectore dei grillini, quel Luigi Di Maio divenuto, con la morte di Casaleggio, il motore propulsivo del movimento. Anche se i grillini, risucchiati nella campagna referendaria dell'anti-renzismo hanno visto gravemente appannarsi la loro carica innovativa.
     Quello che più colpisce, all'indomani del referendum, è l'accresciuta irrilevanza del centro-destra e la resa definitiva di Forza Italia alla deriva populista di Meloni e Salvini. Non basta certo lo scatto di reni di Silvio Berlusconi, che all'ultimo istante ha deciso di non andare a votare, per rimettere in piedi un'ombra di strategia politica. L'analfabetismo politico dei Brunetta e delle Santanché ha prodotto tutti i danni possibili in un partito già declinante per mille motivi.
     Significa allora che Matteo Renzi può dormire sonni tranquilli in vista del referendum costituzionale di ottobre? In parte, forse, è così. Renzi ha dalla sua la forza che sprigiona dalla logica binaria del referendum: sì-sì, no-no. E in un referendum confermativo, quale è quello costituzionale, il sì chiesto agli elettori è a un processo di riforma, condivisibile o meno, ma tale da smuovere quel Parlamento che la maggioranza degli italiani riteneva un pachiderma addormentato e costoso. Per sostenere con qualche successo le ragioni del "no" alla riforma costituzionale, grillini e centrodestra avrebbero dovuto elaborare una loro proposta di riforma organica, alternativa o integrativa di quella messa a punto da Renzi. Berlusconi ci ha provato, fino al fatidico febbraio 2015, con il Patto del Nazareno grazie al quale aveva ritrovato una fortunosa centralità politica. Una volta abbandonata quell'intesa, il tramonto politico, che sembrava temporaneamente arrestato, ha ripreso vigore e il Cav. si è ritrovato intruppato con Salvini, Grillo e Meloni in una melassa politica difficile da spiegare agli elettori. La frantumazione del fronte avversario è stato il primo, importante obiettivo raggiunto da Renzi, con l'aiuto degli errori commessi da altri. Il resto lo faranno gli elettori che a ottobre, diversamente da ieri, andranno in tanti alle urne per dire sì alle riforme. Con buona pace di Emiliano, Brunetta e Grillo. 

mercoledì 13 aprile 2016

IN MORTE DI CASALEGGIO, L'UOMO CHE RITENEVA LA DEMOCRAZIA UN OSSO DI SEPPIA



di Massimo Colaiacomo


     Nessuno che sia in buona fede si è lasciato incantare dall'ipocrisia untuosa del coro di condoglianze e di elogi post mortem rivolti a Gianroberto Casaleggio dai suoi avversari politici. Un "innovatore" è l'espressione più ricorrente usata, dal Capo dello Stato in giù, per descrivere le qualità di un uomo sicuramente di talento e di straordinaria intelligenza. Casaleggio ha intuito prima di altri il collasso dello sbilenco sistema bipolare e la crisi della rappresentanza parlamentare che esso trascinava. Le risposte da lui trovate sono state sicuramente innovative ma anche profondamente stravolgenti dell'unico concetto di democrazia conosciuto in Europa e nella civiltà occidentale.
     La Rete come luogo in cui si forma un'anonima volontà generale, espressa da un ristretto campione non si sa quanto rappresentativo, è diventata in poco tempo un feticcio per il quale si chiede un atto di totale sottomissione da parte degli iscritti, militanti ed eletti. Per il controllo sull'operato degli iscritti e dei parlamentari non esiste nessun organo perché ogni decisione, si tratti delle candidature o delle espulsioni dal movimento, delle proposte di legge o della strategia per la campagna elettorale, viene rimessa alla Casaleggio&Associati, cioè a una società di "strategie in Rete" di proprietà privata. 
     Casaleggio ha interpretato meglio di altri la crisi della rappresentanza democratica e con una velocità pari solo al cinismo dell'uomo ha saputo trovare le corde giuste per impoverire una democrazia già ampiamente svuotata dalla corruzione, dall'assalto di camarille e dagli appetiti familistici e criminali. Le forze politiche tradizionali, ridotte a a comitati d'affari, si sono arrese senza sparare un solo colpo. È stato un gioco per Casaleggio e Grillo spolpare il patrimonio elettorale di Forza Italia e costringere alla diaspora politica destra e sinistra, con la sola eccezione del PD renziano rimasto al centro della scena molto per la pochezza degli avversari e non si sa quanto per i meriti del premier.
     È la Rete, con entusiasmi fuori luogo paragonata a una moderna agorà, il verbo che Casaleggio ha saputo affermare contro le ironie dei suoi avversari subito spente di fronte ai clamorosi risultati elettorali. La Rete dei Cinquestelle decide sull'operato di un deputato, della sua candidabilità, della sua espulsione dal gruppo. La Rete decide chi è il più adeguato a essere candidato sindaco salvo scoprire, come è accaduto a Milano, che il trasferimento della comunicazione dalla rete alla TV impone anche un cinico ossequio ai canoni estetici. Casaleggio è stato un guru della fine della democrazia rappresentativa, della lotta politica condotta nei luoghi dove le persone in carne e ossa si guardano, si sfiorano, incrociano gli sguardi e si scambiano invettive. Nulla di tutto questo nella democrazia di Casaleggio ridotta a un osso di seppia.
     La sua intelligenza sulfurea ha spento un mondo ma ne acceso un altro in cui la circolazione delle idee è poco più di un orpello, la soluzione ai problemi è tutta in una corazza di legalità rispettata la quale il resto conta meno di niente. La filosofia di Casaleggio è anche, in qualche misura, il risultato di una politica che negli ultimi vent'anni  si è affidata non si sa più quante volte a governi "tecnici" (Ciampi, Dini, Amato, Monti, Letta), incapace a pronunciare parole di verità. Casaleggio ha trovato la più "tecnica" delle risposte alla crisi della politica: l'ha messa in Rete e scoperto così la nudità della politica. Come certi microrganismi, è salito sul corpo malato della politica e lì ha trovato il nutrimento elettorale alle sue intuizioni. La terra gli sarà lieve.   
             

giovedì 7 aprile 2016

SI STRINGE L'ASSEDIO, RENZI PARLA SEMPRE PIÙ AL PAESE


di Massimo Colaiacomo


     Per una di quelle regole della politica mai codificate ma ben presenti a chi di politica vive, il premier Matteo Renzi sarà portato sempre più spesso, per ragioni alcune evidenti e altre meno, a "parlare" al Paese. Le ragioni palesi sono sotto gli occhi: fra due mesi si vota in molte grandi città e il premier farà la sua campagna elettorale in tutti quei Comuni a sostegno dei candidati sindaci del PD. Non potrebbe fare altrimenti, anche se in alcuni casi, valga per tutti il voto di Roma, Renzi è tentato di mettere una certa distanza fra il governo e l'esito elettorale. Rimane il fatto che un premier con una maggioranza sfilacciata in Parlamento e un partito indocile alla sua parola non può non cercare sollievo in un risultato elettorale che non sia troppo punitivo per i suoi candidati.
     Fra le ragioni meno evidenti che spingono Renzi a moltiplicare i suoi contatti in diretta con il Paese c'è soprattutto la necessità di scavalcare le strettoie parlamentari in cui si sta impantanando l'azione del governo. Gettare il cuore oltre l'ostacolo è un esercizio che gli è fin qui riuscito, anche con una certa agilità, ma una strategia tutta basata sugli strappi rischia di lasciarsi dietro non poche macerie nei rapporti parlamentari e di accentuare il malessere dentro il PD. Non è quest'ultimo però il punto che toglie il sonno al premier. Il polverone che oggi circonda il governo dopo l'ultima vicenda giudiziaria che portato alle dimissioni del ministro Guidi rischia di gonfiarsi oltre ogni ragionevole misura. La sollecitazione di Renzi ai magistrati perché facciano presto, e possibilmente bene, il loro lavoro risponde esattamente alla logica di chi teme un logoramento senza fine attorno all'azione dell'esecutivo.
     La vicenda Guidi, ma ancor più la nomina del suo successore, è destinata a pesare sui sondaggi già molto incerti sul voto amministrativo. Per Renzi è allora di vitale importanza riannodare i fili di una strategia che gli consenta di arrivare al fatidico mese di ottobre, quando si celebrerà il referendum confermativo sulla riforma costituzionale, senza portarsi dietro la zavorra di inciampi ed errori politici. Perché è da quel referendum che dipende la sopravvivenza di questo esecutivo. Renzi scarseggia di munizioni da qui ad allora, e l'assedio dei suoi avversari, rafforzato dalle prospettive opache in campo economico, si farà ogni giorno più stretto proprio per impedire l'arrivo al traguardo fatidico del referendum.
     Si comprende, allora, perché Renzi deve trovare nel Paese e in un dialogo sempre più stretto con l'opinione pubblica le risorse, non solo mediatiche per tenere insieme le tessere del mosaico. Entro la fine di maggio, la Commissione europea farà conoscere le sue valutazioni sul DEF e sul bilancio 2016. Difficile ipotizzare l'apertura di una procedure d'infrazione, ma altrettanto problematico sarà per i commissari dare un via libera senza riserve. C'è più di un punto interrogativo anche nella strategia degli assedianti. Che fare, per esempio, una volta costretto Renzi alla resa? Andare alle urne è la musica che suonano Grillo e Salvini. Ma si può chiedere al PD e a Forza Italia di votarsi a una sconfitta senza appello? Altra questione: come potranno saldarsi senza danni per il Cav, le strategie di Grillo e di Forza Italia? È pronto Berlusconi a bruciare quel che rimane del suo partito nel grande calderone del populismo anti-europeista dei Salvini e dei Grillo?
     Messo da parte Renzi, con quale maggioranza e con quale programma il suo successore potrà governare l'Italia? Non è una questione di lana caprina: dopo Berlusconi, il "tecnico" Monti arrivò a palazzo Chigi in un quadro di relativa stabilità delle forze politiche, ancora strutturate in modo organico e con leadership riconosciute e riconoscibili. Oggi il quadro politico è senz'altro più drammatico perché non ci sono leadership riconosciute. Né Salvini né Grillo hanno gli atouts per essere accettati sul piano europeo. Il rischio per l'Italia è di entrare in una condizione di rovinosa paralisi politica molto simile a quella spagnola. A Madrid è verosimile che saranno gli elettori, a giugno, a sciogliere i nodi che gli arruffapopolo non sono stati in grado di sciogliere in sette mesi di colloqui. Con grande soddisfazione di Mariano Rajoy.
     
     

martedì 1 marzo 2016

DALLA PROCREAZIONE ALLA RI-CREAZIONE, GLI INCIAMPI DELLA MODERNITÀ


di Massimo Colaiacomo


     La polemica scatenata intorno a una vicenda specifica di "utero in affitto" e di procreazione per delega finirà nel nulla, come tutte le discussioni viziate dalla strumentalità politica. Ciascuno dirà la propria opinione, ogni soggetto politico accamperà le proprie ragioni, con un vocabolario più o meno ruvido, poi la palla deve passare, come sempre, al Parlamento per stabilire i confini legali della procreazione e delle adozioni da parte di coppie omosessuali.
     Colpisce, però, la povertà delle argomentazioni fin qui ascoltate "contro" l'utero in affitto. Si tratta, come nel caso della presidente della Camera, Laura Boldrini, di valutazioni che condannano l'aspetto per così dire "produttivistico" del corpo femminile, lo "sfruttamento" della povertà di quelle donne che offrono il loro grembo per "donare" figli a chi non può averli. Sono argomentazioni di grande miseria morale, che travisano completamente l'essenza della questione. Perché, se così fosse, una donna che non sia nell'indigenza sarebbe per questo legittimata ad usare il suo utero per donare il frutto ad altri?
     La posta in gioco è solo ed esclusivamente antropologica. Ha a che fare con il nostro tempo, con l'essenza di un'umanità irrimediabilmente smagliata, che ruzzola con felice incoscienza a ogni inciampo della modernità nella sua rincorsa alla perfezione illimitata della scienza. È stato un ateo come Tzvetan Todorov, fra i maggiori storici delle idee, a denunciare, alla fine degli anni '90, i frutti avvelenati dello scientismo e del positivismo sulla lunga notte del Novecento. Assolutizzare la verità scientifica fino a soffocare ogni giudizio etico: ecco il primo e micidiale inciampo dell'umanità entrata nel post-moderno. Se si assume che ciò che è scientificamente possibile è anche e sempre moralmente auspicabile, ecco che saltano tutti i limiti e l'uomo, uscito da sé, può contemplarsi per quello che non è o non vuole essere e ridisegnare il proprio spazio. Dalla funzione naturale ma remissiva di procreatore, l'uomo può così aspirare a farsi ri-creatore di un'altra vita.
    Il Rinascimento di Eugenio Garin e di Hugh Trevor-Roper era stata la stagione in cui l'uomo affermava una nuova visione della vita, finalmente antropocentrica dopo la separazione delle cose del Cielo da quella della Terra. Il culmine di quella rivoluzione si riassume bene nel monito che Marcello, guardia nel Castello di Elsinor, rivolge al collega Orazio: "ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante possa contenerne la tua filosofia". Una volta consacrata la legittimità dell'aspirazione prometeica, l'umanità ha potuto spezzare i vincoli in cui era costretta e riconciliarsi con la mondanità del proprio tempo.
     Varcate le colonne d'Ercole del nuovo tempo e rimossi i leoni che ne erano a guardia, la scienza si è impadronita della vita dell'uomo. Soprattutto ne ha messo in discussione il diritto alla "totalità" e "unità". "Allontanandomi da te, dall'unità, sono svanito nella molteplicità", rifletteva Sant'Agostino. Il Novecento ha messo il sigillo sulla perdita della totalità della vita (Claudio Magris) e spezzare la linea retta della procreazione, distruggerne il perimetro naturale, è l'ultimo grido del moderno Prometeo. Un grido rivolto verso il nulla, senza neppure un'eco di ritorno.