sabato 13 giugno 2015

SULL'IMMIGRAZIONE CORTO-CIRCUITO POLITICO DELLE DESTRE EUROPEE

di Massimo Colaiacomo



     La politica italiana è stata risucchiata dentro il polverone delle polemiche sull'immigrazione. Si fa fatica già in condizioni normali a rintracciare il filo di una strategia politica, è facile immaginare quali difficoltà abbiano incontrato nell'ultima settimana i corrispondenti da Roma che devono raccontarci ai lettori dei loro Paesi.
     Perché le difficoltà sono così tante? Per la ragione che la destra italiana, vuoi anche per la coincidenza dei ballottaggi, alimenta il fuoco della paura - peraltro legittima e fondata - di un'invasione in corso dalle coste del Nord Africa. Il che è assolutamente vero e innegabile, anche se il governo ha provato a negarlo fino a qualche giorno fa. Per questo motivo Renzi è stato messo sotto accusa e i capi di imputazione, in un clima politico reso incandescente anche da sanguinosi episodi di cronaca (l'aggressione del bigliettaio a Milano, con un braccio amputato a opera di immigrati latino-americani), diventano un fardello mediatico insopportabile anche perché la sponda europea che Renzi e Alfano hanno a lungo inseguito è scomparsa definitivamente nelle nebbie nordiche.
     Che cosa succede allora e che cosa è che sta rendendo politicamente fragile la strategia del centrodestra fino a evidenziare l'isolamento dell'Italia in Europa? Sta accadendo quello che il principio della eterogenesi dei fini si diverte a far accadere, beffando la volontà umana e aggirando le astuzie di chi si ritiene più furbo degli altri. Il centrodestra italiano, insomma, fra urla e strepiti contro il governo (giusto così: ci sono i ballottaggi) è costretto ad alzare sempre di più il tiro: riportare gli immigrati in Libia, mettere in piedi un blocco navale, costruire sulle coste libiche i campi profughi, non versare all'Europa la quota annuale di bilancio e via dicendo.
     Ripeto: tutto assolutamente normale, se si legge la vicenda con gli occhiali dell'interesse elettorale. Ma anche tutto, diciamolo, semplicemente ridicolo perché il centrodestra si sta dando la zappa sui piedi come peggio non potrebbe. Quando Salvini, e Forza Italia al seguito, chiedono l'intervento dell'Europa e l'accusano di egoismo e di cecità politica, non hanno ancora capito che l'Europa non muoverà un dito per le stesse identiche ragioni che spingono Salvini o Toti (!?)  a dire "neanche un immigrato in più nel mio orto"?
     La destra europea non è diversa dalla destra italiana. Salvini&C non vogliono gli immigrati? E perché mai dovrebbe volerli Hollande o l'UMP in Francia impegnati a spegnere il vulcano Le Pen? E perché mai dovrebbe volerli David Cameron con il rischio di rianimare l'UKIP da poco sconfitto? O Angela Merkel alle prese con i nazionalisti di Alternätive fur Deutschland? Salvini rimprovera all'Europa di non volere quello che neppure lui vuole. Il risultato del corto-circuito politico-mediatico è sotto i nostri occhi: lo sfaldamento di un già indebolito sistema-Paese che proietta sulla scena europea tutte le sue divisioni e le sue liti.
     Diverso sarebbe il caso di un governo costretto ad afferrare il bandolo della matassa, incalzato da un'opposizione repubblicana e nazionale disposta a sostenerlo in Europa con rivendicazioni forti e mirate. Come sempre Stefano Folli ha letto gli avvenimenti bucando la superficie del chiacchiericcio per cogliere la sostanza delle cose quando ha ipotizzato una qualche forma di solidarietà nazionale per fronteggiare l'emergenza immigrazione. Rimane il problema che un'opposizione "repubblicana e nazionale" in Italia è di là da venire.

sabato 6 giugno 2015

PASSERA A MILANO, MARCHINI A ROMA, IL CENTRODESTRA SAPRÀ COGLIERE L'OCCASIONE?

di Massimo Colaiacomo

     Pochi hanno notato la battuta, lasciata cadere lì da Matteo Salvini, con apparente nonchalance, quando l'altro giorno, riferendosi alla necessità di nuove elezioni in Campidoglio, aveva candidato Alfio Marchini come successore dell'attuale sindaco. È vero, si può osservare, che la Lega non ha una sua forza elettorale nella Capitale, ma in quel caso Salvini è stato lesto a strappare la battuta a Silvio Berlusconi al quale si attribuì, non sappiamo se a torto o a ragione, una corrente di simpatia per l'erede di una delle più blasonate dinastie di "palazzinari" romani.
     Marchini ha tentato la fortuna alle ultime elezioni comunali, presentandosi con una sua lista autonoma e in soli 3 mesi ha raggranellato il 10%. Sondaggi recenti lo accreditano di un consenso intorno al 20%. Se merito della sua linea politica o delle non poche castronerie dell'attuale giunta e sindaco non si sa, certo è che l'ing. Marchini ha conquistato un suo pubblico. Ha portato nella battaglia politica una linea di dignità. Fa scarse concessioni al populismo, sfiora la linea dura sulla questione sull'immigrazione e sui campi nomadi ma, nel complesso, trasmette un'immagine composta, lontana miglia dal profilo sbracato che prevale oggi nella politica romana.
     Se il centrodestra vuole avere serie chances di riconquistare il Campidoglio, farà bene a collocare il nome di Marchini in cima alla lista delle candidature preferite. L'uomo ha dimostrato qualità notevoli sul piano della comunicazione, si è tenuto lontano dalle strategie di alleanze e, insomma, ha costruito una posizione autonoma visibile e spendibile quanto a credibilità personale. Senza contare le ottime entrature negli ambienti imprenditoriali romani anche se Marchini si tiene lontano dalla vita salottiera alla quale si attribuisce un'influenza notevole nel determinare il successo politico di un candidato mentre, nella realtà, non conta un fico secco.
     E se il centrodestra, volendo proprio esagerare in termini di intelligenza politica, appaiasse alla candidatura di Marchini quella di Corrado Passera a Milano? Berlusconi dovrebbe considerare seriamente questa possibilità. Anche se la biografia sembra essergli contro, Passera, non diversamente da Marchini, rappresenterebbe un ottimo outsider nel panorama ambrosiano. Sì, ha un passato come ministro nel non troppo amato governo Monti (non troppo amato, ma sempre appoggiato da Berlusconi) ma questo handicap è agevolmente superato da altri vantaggi. Passera ha poco più che una sigla a disposizione (Italia unica), non ha un partito organizzato e questa circostanza gli da sufficiente forza e autonomia. Il centrodestra dovrebbe cogliere queste due occasioni preziose per avviare un'autorigenerazione attraverso quella che si potrebbe definire una circolazione extracorporea: elaborare una linea politica di marcata impronta liberale e conservatrice per affidarne la gestione a due personalità non invischiate nella routine quotidiana della politica.
Saprà Berlusconi cogliere queste improvvise opportunità? Oltretutto, tali scelte renderebbero per lui meno urgente la questione affannosa del riordino di Forza Italia dove da riordinare non c'è poi molto essendo una ditta allo sbaracco. Un altro non trascurabile vantaggio è che dietro personalità esterne ai partiti, sarebbe più facile comporre il puzzle delle alleanze superando di slancio i veti di questo o di quello.

venerdì 5 giugno 2015

IL BLUFF DI SALVINI COSTERÀ CARO AL CENTRODESTRA


di Massimo Colaiacomo

     Fra le tante varianti del populismo europeo, quella proposta dal segretario della Lega Matteo Salvini è senz'altro la più abborracciata o, se si preferisce, la meno plausibile sul piano della cultura politica. La sua esibizione (termine quanto mai appropriato per un improvvisatore come lui) a Santa Margherita Ligure ha lasciato il parterre freddo se non proprio ostile. Salvino ha dimostrato di non possedere l'abc della politica economica. È mutevole su questioni sociali, come i campi di accoglienza per i rom ma, ancora più grave, ha inanellato le solite fesserie sull'Europa e sugli eurobamba.
     Immaginare di vincere una competizione elettorale alleandosi con Salvini è un'operazione persa in partenza e soltanto la disperazione in cui lo ha messo la batosta elettorale può suggerire a Berlusconi un simile passo. Salvini è un trascinatore di piccole folle arrabbiate, sa solleticare gli istinti regressivi nelle persone ma non ha uno straccio di prospettiva politica da offrire al Paese. È quel che si dice un acchiappavoti, quando quelli da prendere sono pochi e in aree delimitate. Quanto all'idea stravagante di una flat tax, una volta al 15, un'altra al 20%, è il punto più alto del bluff di Salvini. Non essendo una proposta ma soltanto una suggestione (il populismo vive di suggestioni e si tiene lontano dalle proposte), Salvini ne da le versioni più disparate e colorite. Se un aspirante premier progetta di finanziare un imponente sgravio fiscale tassando l'attività delle prostitute, il problema non è dell'aspirante premier ma di chi, nel caso Silvio Berlusconi, pensa di ricostituire un capitale di consensi alleandosi con un personaggio improbabile.
     È ovvio che nessun politico serio di destra, non ce ne sono in Italia ma in Europa si trovano, potrà mai avere un'interlocuzione con tribuni improvvisati come Salvini. Le tasse vanno tagliate, ma un conservatore e un liberale serio lo fa nell'unico modo possibile: tagliando la spesa pubblica con precisione chirurgica - dove è possibile - ma usando il machete se si tratta di quel fiume in piena che è il debito italiano. E un conservatore liberale la smette anche di distinguere fra spesa pubblica "improduttiva" e produttiva (altro step di rientro dal populismo) per la semplice ragione che la spesa pubblica è tutta produttiva dal momento che eroga stipendi.
     La spesa pubblica va tagliata laddove serve, punto e basta. David Cameron ha innalzato le tasse universitarie di due e tre volte, a seconda della facoltà, ha privatizzato tutte le aziende municipalizzate (in Italia non è stato fatto ed è lecito dubitare che sarà mai fatto: sono una delle greppie da cui ciucciano soldi i politici). Per tornare con i piedi per terra, la domanda che è doveroso porsi è: dopo lo show rancido di Santa Margherita Ligure, c'è ancora qualcuno nella destra italiana che voglia prendersi la briga di costruire un fronte conservatore e liberale che metta Salvini nel mirino perché Salvini e non Renzi o chiunque altro è il vero e più grande ostacolo alla vittoria del centrodestra? Sarkozy in Francia e Cameron in Gran Bretagna hanno vinto le rispettive competizioni conducendo una campagna elettorale rispettivamente contro Marine Le Pen e Nigel Farage. Ma loro, si sa, sono due personaggi non solo ambiziosi ma culturalmente consapevoli che ogni ambizione va sorretta da un grande cuore e da scelte nette e senza sfumature. 
     
     

martedì 2 giugno 2015

RENZI NON È PIÙ SOLO AL COMANDO, CENTRODESTRA DECAPITATO

di Massimo Colaiacomo


     La sintesi migliore della confusione provocata dal voto regionale è il quadretto offerto dagli esponenti politici ospiti ieri sera del programma di Bruno Vespa. Tutti hanno rivendicato, con sfumature e perifrasi che nulla hanno da invidiare al torpore lessicale della prima Repubblica, di essere usciti "sostanzialmente" vincitori dalle urne o con "lievi flessioni" nei voti ma "con un più forte radicamento sul territorio". La pallida abbronzatura di Angelino Alfano non è evaporata di fronte al disastroso risultato elettorale del suo partito. Tutti hanno preso la fanfara per incamminarsi, ciascuno con il proprio partito, verso un nuovo traguardo politico più promettente di quello appena raggiunto.
     Pd e Forza Italia, insieme ai grillini, sono le forze uscite più bastonate dalle urne. Sconfitti, per ragioni diverse quanto si vuole, e duramente puniti dagli elettori. Forza Italia è addirittura collassata e la vittoria "fantascientifica" (definizione di Cacciari) acciuffata da Toti in Liguria è un rattoppo troppo piccolo per nascondere i consensi inghiottiti nel baratro della politica. Forza Italia non è più, né Silvio Berlusconi potrà essere più il federatore di alcunché. Il leader leghista Matteo Salvini scalpita, appena con un filo di diplomazia, per mettere le mani sul volante di un centrodestra privo di una direzionalità che non sia quella della Lega.
     Il vuoto in cui annaspa il centrodestra è soprattutto culturale, prima ancora che politico. Tramontata per sempre la stella elettorale di Berlusconi che tutto illuminava, e riempiva di consensi i forzieri del partito, Forza Italia è diventato davvero quel partito di plastica immaginato dai suoi avversari agli esordi. Oggi nessun esponente del centrodestra, sia Salvini o un altro, è in grado di delineare un'idea di società e di Nazione e di immaginare la cornice europea e mondiale in cui collocare quell'idea. Salvini è molto bravo a solleticare e assecondare le paure degli elettori, ma per governare bisogna saper trovare una risposta a quelle paure e Salvini non ne ha trovata una sola. 
     Il Pd costruito a immagine e somiglianza di Renzi è finito in un fortunale. Il premier ha rilanciato la sfida e promette, dopo la débâcle elettorale, di mettere mano al partito e applicare l'antico principio: dentro dentro, fuori fuori. Il pugno di ferro non partorirà il risultato sperato da Renzi perché "fuori" dal Pd la minoranza dovrebbe necessariamente mettersi di traverso sulle riforme costituzionali in Senato. Dove Renzi continua a confidare sull'aiuto di un nutrito drappello di senatori forzasti pronti a mollare gli ormeggi. Una diaspora di Forza Italia non sarebbe sgradita allo stesso Salvini, che sarebbe così agevolato nel suoi propositi di annessione di quel che resta di FI.
     A giudicare dalle prime reazioni al voto, non sembra che dentro Forza Italia abbiano ben chiaro quel che è accaduto. Il corteggiamento a Salvini con la profferta di essere il socio di maggioranza nella nuova alleanza è soltanto l'ultimo abbaglio di Berlusconi. Non aver capito che Salvini è il principale avversario da combattere senza tregua porterà FI all'estinzione. Sempre che qualcuno dei big più presunti che reali non decida di muoversi e dare una scossa al partito. 

     

domenica 10 maggio 2015

NEL CENTRODESTRA APRÈS BERLUSCONI LE DÉLUGE


di Massimo Colaiacomo


     Lo spirito del '94 invocato da molti dirigenti spompati e senza più idee (ammesso che ne abbiano davvero mai avute) è il segnale più evidente del disarmo politico di Forza Italia. Quello culturale era già avvenuto alla fine degli anni '90, quando Berlusconi decise di sbarazzarsi dei professori (Colletti, Urbani, Melograni, ) ininfluenti in un partito che aveva fatto delle tecniche di comunicazione il veicolo privilegiato per la conquista dei consensi. Berlusconi ha dominato la scena politica nel modo che più gli era congeniale e meglio si addiceva alla sua natura: grande big mouth, interprete straordinario di se stesso, ha incartato i sogni degli italiani in una confezione accattivante. A ogni tornata elettorale, cambiava l'incarto e i sogni, irrealizzati ma realizzabili, venivano riproposti in un'altra luce.
     Colpa, ha sempre detto Berlusconi, di alleati litigiosi che gli impedivano di realizzare i suoi programmi straordinari che avrebbero dato all'Italia un futuro radioso. Colpa, ripeteva, di una legge elettorale che impediva a Forza Italia di avere quel 51% di consensi grazie ai quali avrebbero potuto governare da sola senza più impedimenti. Difficile che gli elettori rimasti fedeli al loro guru se ne siano ricordati ieri, sentendolo a Genova, quando invocava l'unità di tutti i moderati per sconfiggere la sinistra e tornare a vincere. Berlusconi, infatti, con una delle sue capriole, ha invitato forze le più eterogenee a mettersi tutti insieme, in un cartello elettorale, per battere Renzi. Salvo, ma questo non poteva dirlo, ritrovarsi all'indomani nella condizione paralizzante in cui i suoi governi si sono trovati per oltre 10 anni.
     Si è perso il numero degli espulsi, prima dalla Casa delle Libertà e, poi, da Forza Italia nel corso di questi venti anni. È probabile che dopo le regionali l'elenco dei dirigenti rimasti risulti molto più breve dell'elenco degli espulsi. Anche se la questione di fondo riguarda gli elettori. Sono oltre 9 milioni quelli che hanno abbandonato Forza Italia negli ultimi cinque anni. Viene da chiedersi se anche per gli elettori non sia più corretto pensare a una loro "espulsione" da un partito monarchico e monocorde, privo di idee e di programmi e ridotto a una corte di giullari, nani e ballerine piuttosto che di un abbandono spontaneo.
     L'idea berlusconiana di costruire il Grand Old Party in versione italiana, mettendo assieme le membra sparse del centrodestra, va nella direzione esattamente opposta a quella, autoritaria ma vincente, di Matteo Renzi. Il premier, infatti, vuole costruire il Partito della Nazione o quel che sia, per scissioni e divisioni successive: lasciando da parte dirigenti vecchi e consumati, ma nello stesso tempo allargando, grazie alla leva del governo, la base del consenso. Renzi non pensa di imbarcare Vendola o i grillini o quel che nascerà alla sua sinistra. No, egli pensa piuttosto a irrobustire il programma del PD e sconfiggere per questa via i diversi competitor, a sinistra o al centro. Berlusconi,  svuotato e privo di ogni reale interesse per la politica, non ha la forza, e soprattutto il tempo, per un lavoro culturale e politico di non breve durata. Né ci sono energie dentro Forza Italia per un obiettivo tanto ambizioso.
     Guardare a Londra e a Parigi non ha acceso neppure una lampada nella mente degli strateghi improvvisati di Forza Italia. Nessuno di loro che rifletta seriamente, senza gli strilli d'agenzia,  sulla scelta di Cameron e Sarkozy di condurre campagne elettorali puntando a sconfiggere i concorrenti alla loro destra che era il solo modo intelligente per recuperare i voti di quel vasto elettorato moderato e centrista, ancora forte e consistente, cresciuto negli anni all'insegna del lai-and-order.
     È molto probabile che all'indomani del voto regionale del 31 maggio, e dopo le consuete rivendicazioni di mezze vittorie o di mezze sconfitte evitate, nel centrodestra non accada nulla. Truppe di parlamentari senza arte né parte si presteranno al gioco del Partito Repubblicano americano senza crederci neanche un filo. E la commedia si trascinerà stancamente, in attesa del diluvio inevitabile del dopo-Berlusconi.  
    

sabato 9 maggio 2015

IL CENTRODESTRA SENZA IDEE È LA VERA MINACCIA PER LA DEMOCRAZIA

Silvio Berlusconi:
     
     "Solo nell'unità di tutti i moderati del centrodestra e delle forze in cui si è frammentato, si può arrivare a superare la sinistra". 


Alessandro Cattaneo:

     "Ho ascoltato con attenzione l'intervento del Presidente Berlusconi a Genova e non posso che essere d'accordo con lui sulla necessità di costruire una nuova casa del centro-destra per tutti gli italiani conservatori, moderati e liberali. In questi giorni di campagna elettorale sto girando molto il Paese per sostenere tanti nostri giovani candidati e, parlando con le persone, da nord a sud si percepisce la voglia di un movimento politico nuovo, con programmi nuovi e persone nuove. Così come si percepisce il desiderio di un centro-destra unito e competitivo in grado di portare nuovamente al governo i moderati e i conservatori come ha fatto Cameron in Gran Bretagna. Sono molto d'accordo con il Presidente Berlusconi anche quando dice come ha fatto oggi che dobbiamo dire basta alla categoria dei professionisti della politica, che purtroppo ancora affolla anche il campo del centro-destra. Il nuovo partito dei moderati italiani dovrà forse fare a meno di tanti professionisti della politica e riempirsi di giovani, professionisti, persone della società civile".


di Massimo Colaiacomo

     Se qualcuno cerca prove inconfutabili del vuoto pneumatico in cui il centrodestra sta annegando può trovarle agevolmente nelle due drammatiche dichiarazioni di Silvio Berlusconi e di Alessandro Cattaneo. Quest'ultimo dovrebbe essere, e, a tutti gli effetti è, un protagonista delle nuove leve di Forza Italia che prenderanno il posto dei senatori. Tralascio la facile ironia: che cosa cambia, infatti, se vecchi laudatores vengono rimpiazzati da più giovani laudatores del Capo Supremo? Il punto non è questo. Si tratta, invece, dello spazio fisico (11 righe) che il giovane Cattaneo occupa per smuovere l'aria senza peraltro riuscirvi. Undici righe di nulla, di parole senza senso, di prospettive politiche campate in aria, sono la prova drammatica dell'assenza di classe politica di Forza Italia e del centrodestra in genere. "Unire tutti i moderati" è un'affermazione che un politico dotato di un comprendonio minimo dovrebbe impedirsi di dire oppure, dicendola, dovrebbe infliggersi una punizione corporale tanto è banale e stupida.
     Forza Italia ha saputo interpretare, per buoni quindici anni, un sogno in cui si è riconosciuta una larga maggioranza degli italiani. Berlusconi ha saputo indicare un orizzonte e collocarvi le attese e le ansie della "gente" (non aveva e non ha ancora scoperto che "persone" farà meno marketing ma è più rispettoso), fossero anche le più distorte e illusorie, dandogli una prospettiva politica, fragile quanto si vuole, ma pur sempre riconoscibile per la sua impronta. Quei sogni sono svaniti nelle grigie giornate del novembre 2011. Sono crollati sotto i colpi di maglio di una realtà che ha fatto irruzione nelle nuvole rosa in cui l'Italia si cullava. Ora, se si è trattato di un golpe, come sostiene il Gip Renato Brunetta, o di una resa dei conti in cui la realtà ha preso le sue rivincite, è questione del tutto ininfluente. Per dire che se di golpe si è trattato, quali sono gli imputati da chiamare alla sbarra? In quale tribunale si deve celebrare il processo? Chi sostiene l'accusa e chi la difesa? Parodiare la politica, come fa Brunetta, significa tirare calci agli stinchi della politica.
     Per rimanere a considerazioni più attuali, in Italia la questione vera che dovrebbero porsi le forze liberali e riformiste (?) di destra riguarda la loro riconoscibilità presso un elettorato ampiamente disgustato dallo spettacolo indecoroso di questi anni. I "moderati" non devono "unirsi" ma dovrebbero, come Cameron ha fatto a Londra e Sarkozy a Parigi, "dividersi" da ogni radicalismo e da ogni antieuropeismo. Non devono illudere, come abilmente riesce a Renzi, gli italiani su un futuro taglio delle tasse. Devono, invece, porre in termini radicalmente nuovi la necessità di tagliare la spesa pubblica evitando la distinzione populistica fra spesa "improduttiva" e no. La spesa pubblica è tutta produttiva per la semplice ragione che pagando stipendi a oltre 3.150.000 dipendenti pubblici ha creato una platea di 3.150.000 consumatori. Tagliare la spesa pubblica significa ridurre l'intermediazione politica nella vita quotidiana dei cittadini. Per dirla in prosa: abolire il Sistema sanitario nazionale e ripristinare le Casse mutue; abolire o privatizzare tutte le aziende pubbliche locali erogatrici di servi idi pubblica utilità; incentivare imprese private e Terzo settore per consentirgli di occupare gli spazi da cui si ritira la mano pubblica.
     Il giovane Alessandro Cattaneo se la prende con i professionisti della politica per la semplice ragione che lui, giovane professionista della politica, è rimasto senza lavoro dopo appena cinque anni di sindacatura a Pavia. Se non fosse una persona tutto sommato simpatica nel suo childish approach sarebbe di una ridicolaggine imbarazzante. Qualcuno spieghi anche al giovane Cattaneo che Cameron e Sarkozy hanno vinto sbaragliando soprattutto gli avversari alla loro destra, hanno chiuso in un recinto di irrilevanza sia Nigel Farage e, un po' più ampio magari, Marine Le Pen.
     In Italia non accadrà nulla di quanto abbiamo visto a Londra e a Parigi. Un po' perché mancano Le Pen e Farage, ma molto di più perché non si vede né un Sarkozy né un Cameron all'orizzonte. Il leader conservatore ha tagliato selvaggiamente la spesa pubblica dal 2011 in avanti e la Banca d'Inghilterra ha pompato miliardi di sterline. A Londra si perde e si trova lavoro in 24 ore, i "mansionari" cari ai sindacati italiani, in Inghilterra non li hanno neppure nei gabinetti degli uffici pubblici. Così vanno le cose in Europa, caro Brunetta, e l'austerità cara alla Merkel per le finanze pubbliche, è stata applicata anche a Londra, sia pure in una versione tutta inglese. Questo fanno i conservatori e i liberali, in tutto il mondo. O, meglio, in quelle parti del mondo dove ci sono i liberali e i conservatori. Per dirsi conservatori e liberali, però, sarà bene che i giovani Cattaneo aprano qualche libro e si informino come nei secoli si è evoluto il pensiero liberale e conservatore. Scoprirebbe che la grande politica è stata fatta soltanto da grandi professionisti della politica e non da Cattaneo. A meno che non si chiamasse Carlo. Ma quella è un'altra storia

venerdì 8 maggio 2015

DA LE PEN A FARAGE, IL POPULISMO NON MORDE PIÙ (SALVINI AVVISATO)

di Massimo Colaiacomo


     La sconfitta di Nigel Farage ha sorpreso la provincia italiana, né più né meno come ieri, sia pure diversa per dimensioni, la sconfitta di Marine Le Pen. Stessa sorpresa, si può scommettere, le forze politiche mostreranno quando sarà il turno della sconfitta di Alternative für Deutschland ad opera di Angela Merkel. La marea montante dell'antieuropeismo tanto temuta dagli osservatori è dunque già finita? Oppure è in ripiegamento per insinuarsi all'interno dei partiti tradizionali? Per dire, David Cameron ha promesso il referendum sull'Europa da celebrarsi entro il 2017, un impegno per cui alcuni osservatori superficiali lo hanno iscritto d'obbligo tra le file degli antieruopeisti. Una valutazione quanto meno affrettata. La mossa di Cameron è apparsa spregiudicata, a un occhio velato di moralismo europeista, mentre è stata di una duplice efficacia, sul piano elettorale inglese e sul piano europeo. Sul piano interno ha neutralizzato la strategia arrembante di Farage, privandolo dell'esclusiva che tanta fortuna gli aveva portato nelle elezioni locali. Sul piano europeo, Cameron ha caricato un'arma da mettere sul tavolo di nuovi futuri negoziati (gli inglesi, si sa, dai tempi di Margareth Thatcher insistono nel volere i loro soldi indietro).
     È stato davvero brillante, Cameron. Almeno quanto lo è stato Sarkozy. Due strategie di contenimento del radicalismo di destra, individuato come l'avversario da combattere e dalla cui sconfitta hanno fatto nascere le rispettive vittorie. Una strategia diametralmente opposta a quella di un defunto centrodestra italiano, in eterna attesa di un necroforo di rango capace di tumularlo. Berlusconi vorrebbe, bontà sua, mettere assieme i moderati che comprendono il radicalismo da tre palle un soldo di Salvini e un diafano Ncd. Si tratta, ove l'operazione dovesse riuscire, di un'accozzaglia indigesta, che va nella direzione opposta a quella di Matteo Renzi impegnato a costruire un PD senza la zavorra dei birignao e delle distinzioni di minoranze variopinte. Si può obiettare che Renzi ha scelto procedure spicce e tali da far arricciare il naso a un'occhiata anche superficiale. Vero, anzi, verissimo. L'Italicum è agli antipodi del sistema elettorale inglese. A Londra, gli inglesi si sono scelti accuratamente ogni singolo deputato nei collegi dove la battaglia è stata spietata. Al punto che Nigel Farage è stato sconfitto dal candidato conservatore. Poi, a voler essere proprio pignoli, Ed Milliband e Nigel Farage, si sono dimessi con la velocità di un fulmine (qualcuno immagina Berlusconi dimissionario dopo una sconfitta?).
     Gli inglesi non hanno eletto un premier, come prevede l'Italicum, ma hanno eletto un Parlamento consegnando una maggioranza nelle mani di David Cameron. Ogni deputato di quella maggioranza dovrà rispondere agli elettori del collegio in cui ha vinto ogni volta spiegando perché vota provvedimenti del governo poco utili se non dannosi a quel territorio. È il senso vero e profondo di un sistema che voglia dirsi democratico nella scelta della rappresentanza parlamentare e nell'assunzione di una responsabilità nazionale in capo a ogni eletto.

     Chi potrà mai spiegare a Berlusconi che nessuna imitazione del Grand Old Party, per quanto esteticamente perfetta, si risolverà in una pagliacciata senza avere prima inoculato il virus della democrazia? Chi gli farà capire che Salvini non è un alleato ma il primo avversario da sconfiggere per tentare di costruire un grande partito conservatore e liberale? Chi gli spiegherà che per vincere le elezioni non serve "unire" ma dividere i moderati dai radicali e dai populisti e sfidarli con proposte e programmi seri? La risposta in tutti questi casi è semplice: nessuno. Chi ha cercato di farlo, come Raffaele Fitto, lo ha fatto in modo pasticciato e la conclusione è stata di fare le valigie e navigare altrove. Per il resto, ci sarà una fiera delle vanità dopo il voto regionale.