martedì 2 giugno 2015

RENZI NON È PIÙ SOLO AL COMANDO, CENTRODESTRA DECAPITATO

di Massimo Colaiacomo


     La sintesi migliore della confusione provocata dal voto regionale è il quadretto offerto dagli esponenti politici ospiti ieri sera del programma di Bruno Vespa. Tutti hanno rivendicato, con sfumature e perifrasi che nulla hanno da invidiare al torpore lessicale della prima Repubblica, di essere usciti "sostanzialmente" vincitori dalle urne o con "lievi flessioni" nei voti ma "con un più forte radicamento sul territorio". La pallida abbronzatura di Angelino Alfano non è evaporata di fronte al disastroso risultato elettorale del suo partito. Tutti hanno preso la fanfara per incamminarsi, ciascuno con il proprio partito, verso un nuovo traguardo politico più promettente di quello appena raggiunto.
     Pd e Forza Italia, insieme ai grillini, sono le forze uscite più bastonate dalle urne. Sconfitti, per ragioni diverse quanto si vuole, e duramente puniti dagli elettori. Forza Italia è addirittura collassata e la vittoria "fantascientifica" (definizione di Cacciari) acciuffata da Toti in Liguria è un rattoppo troppo piccolo per nascondere i consensi inghiottiti nel baratro della politica. Forza Italia non è più, né Silvio Berlusconi potrà essere più il federatore di alcunché. Il leader leghista Matteo Salvini scalpita, appena con un filo di diplomazia, per mettere le mani sul volante di un centrodestra privo di una direzionalità che non sia quella della Lega.
     Il vuoto in cui annaspa il centrodestra è soprattutto culturale, prima ancora che politico. Tramontata per sempre la stella elettorale di Berlusconi che tutto illuminava, e riempiva di consensi i forzieri del partito, Forza Italia è diventato davvero quel partito di plastica immaginato dai suoi avversari agli esordi. Oggi nessun esponente del centrodestra, sia Salvini o un altro, è in grado di delineare un'idea di società e di Nazione e di immaginare la cornice europea e mondiale in cui collocare quell'idea. Salvini è molto bravo a solleticare e assecondare le paure degli elettori, ma per governare bisogna saper trovare una risposta a quelle paure e Salvini non ne ha trovata una sola. 
     Il Pd costruito a immagine e somiglianza di Renzi è finito in un fortunale. Il premier ha rilanciato la sfida e promette, dopo la débâcle elettorale, di mettere mano al partito e applicare l'antico principio: dentro dentro, fuori fuori. Il pugno di ferro non partorirà il risultato sperato da Renzi perché "fuori" dal Pd la minoranza dovrebbe necessariamente mettersi di traverso sulle riforme costituzionali in Senato. Dove Renzi continua a confidare sull'aiuto di un nutrito drappello di senatori forzasti pronti a mollare gli ormeggi. Una diaspora di Forza Italia non sarebbe sgradita allo stesso Salvini, che sarebbe così agevolato nel suoi propositi di annessione di quel che resta di FI.
     A giudicare dalle prime reazioni al voto, non sembra che dentro Forza Italia abbiano ben chiaro quel che è accaduto. Il corteggiamento a Salvini con la profferta di essere il socio di maggioranza nella nuova alleanza è soltanto l'ultimo abbaglio di Berlusconi. Non aver capito che Salvini è il principale avversario da combattere senza tregua porterà FI all'estinzione. Sempre che qualcuno dei big più presunti che reali non decida di muoversi e dare una scossa al partito. 

     

domenica 10 maggio 2015

NEL CENTRODESTRA APRÈS BERLUSCONI LE DÉLUGE


di Massimo Colaiacomo


     Lo spirito del '94 invocato da molti dirigenti spompati e senza più idee (ammesso che ne abbiano davvero mai avute) è il segnale più evidente del disarmo politico di Forza Italia. Quello culturale era già avvenuto alla fine degli anni '90, quando Berlusconi decise di sbarazzarsi dei professori (Colletti, Urbani, Melograni, ) ininfluenti in un partito che aveva fatto delle tecniche di comunicazione il veicolo privilegiato per la conquista dei consensi. Berlusconi ha dominato la scena politica nel modo che più gli era congeniale e meglio si addiceva alla sua natura: grande big mouth, interprete straordinario di se stesso, ha incartato i sogni degli italiani in una confezione accattivante. A ogni tornata elettorale, cambiava l'incarto e i sogni, irrealizzati ma realizzabili, venivano riproposti in un'altra luce.
     Colpa, ha sempre detto Berlusconi, di alleati litigiosi che gli impedivano di realizzare i suoi programmi straordinari che avrebbero dato all'Italia un futuro radioso. Colpa, ripeteva, di una legge elettorale che impediva a Forza Italia di avere quel 51% di consensi grazie ai quali avrebbero potuto governare da sola senza più impedimenti. Difficile che gli elettori rimasti fedeli al loro guru se ne siano ricordati ieri, sentendolo a Genova, quando invocava l'unità di tutti i moderati per sconfiggere la sinistra e tornare a vincere. Berlusconi, infatti, con una delle sue capriole, ha invitato forze le più eterogenee a mettersi tutti insieme, in un cartello elettorale, per battere Renzi. Salvo, ma questo non poteva dirlo, ritrovarsi all'indomani nella condizione paralizzante in cui i suoi governi si sono trovati per oltre 10 anni.
     Si è perso il numero degli espulsi, prima dalla Casa delle Libertà e, poi, da Forza Italia nel corso di questi venti anni. È probabile che dopo le regionali l'elenco dei dirigenti rimasti risulti molto più breve dell'elenco degli espulsi. Anche se la questione di fondo riguarda gli elettori. Sono oltre 9 milioni quelli che hanno abbandonato Forza Italia negli ultimi cinque anni. Viene da chiedersi se anche per gli elettori non sia più corretto pensare a una loro "espulsione" da un partito monarchico e monocorde, privo di idee e di programmi e ridotto a una corte di giullari, nani e ballerine piuttosto che di un abbandono spontaneo.
     L'idea berlusconiana di costruire il Grand Old Party in versione italiana, mettendo assieme le membra sparse del centrodestra, va nella direzione esattamente opposta a quella, autoritaria ma vincente, di Matteo Renzi. Il premier, infatti, vuole costruire il Partito della Nazione o quel che sia, per scissioni e divisioni successive: lasciando da parte dirigenti vecchi e consumati, ma nello stesso tempo allargando, grazie alla leva del governo, la base del consenso. Renzi non pensa di imbarcare Vendola o i grillini o quel che nascerà alla sua sinistra. No, egli pensa piuttosto a irrobustire il programma del PD e sconfiggere per questa via i diversi competitor, a sinistra o al centro. Berlusconi,  svuotato e privo di ogni reale interesse per la politica, non ha la forza, e soprattutto il tempo, per un lavoro culturale e politico di non breve durata. Né ci sono energie dentro Forza Italia per un obiettivo tanto ambizioso.
     Guardare a Londra e a Parigi non ha acceso neppure una lampada nella mente degli strateghi improvvisati di Forza Italia. Nessuno di loro che rifletta seriamente, senza gli strilli d'agenzia,  sulla scelta di Cameron e Sarkozy di condurre campagne elettorali puntando a sconfiggere i concorrenti alla loro destra che era il solo modo intelligente per recuperare i voti di quel vasto elettorato moderato e centrista, ancora forte e consistente, cresciuto negli anni all'insegna del lai-and-order.
     È molto probabile che all'indomani del voto regionale del 31 maggio, e dopo le consuete rivendicazioni di mezze vittorie o di mezze sconfitte evitate, nel centrodestra non accada nulla. Truppe di parlamentari senza arte né parte si presteranno al gioco del Partito Repubblicano americano senza crederci neanche un filo. E la commedia si trascinerà stancamente, in attesa del diluvio inevitabile del dopo-Berlusconi.  
    

sabato 9 maggio 2015

IL CENTRODESTRA SENZA IDEE È LA VERA MINACCIA PER LA DEMOCRAZIA

Silvio Berlusconi:
     
     "Solo nell'unità di tutti i moderati del centrodestra e delle forze in cui si è frammentato, si può arrivare a superare la sinistra". 


Alessandro Cattaneo:

     "Ho ascoltato con attenzione l'intervento del Presidente Berlusconi a Genova e non posso che essere d'accordo con lui sulla necessità di costruire una nuova casa del centro-destra per tutti gli italiani conservatori, moderati e liberali. In questi giorni di campagna elettorale sto girando molto il Paese per sostenere tanti nostri giovani candidati e, parlando con le persone, da nord a sud si percepisce la voglia di un movimento politico nuovo, con programmi nuovi e persone nuove. Così come si percepisce il desiderio di un centro-destra unito e competitivo in grado di portare nuovamente al governo i moderati e i conservatori come ha fatto Cameron in Gran Bretagna. Sono molto d'accordo con il Presidente Berlusconi anche quando dice come ha fatto oggi che dobbiamo dire basta alla categoria dei professionisti della politica, che purtroppo ancora affolla anche il campo del centro-destra. Il nuovo partito dei moderati italiani dovrà forse fare a meno di tanti professionisti della politica e riempirsi di giovani, professionisti, persone della società civile".


di Massimo Colaiacomo

     Se qualcuno cerca prove inconfutabili del vuoto pneumatico in cui il centrodestra sta annegando può trovarle agevolmente nelle due drammatiche dichiarazioni di Silvio Berlusconi e di Alessandro Cattaneo. Quest'ultimo dovrebbe essere, e, a tutti gli effetti è, un protagonista delle nuove leve di Forza Italia che prenderanno il posto dei senatori. Tralascio la facile ironia: che cosa cambia, infatti, se vecchi laudatores vengono rimpiazzati da più giovani laudatores del Capo Supremo? Il punto non è questo. Si tratta, invece, dello spazio fisico (11 righe) che il giovane Cattaneo occupa per smuovere l'aria senza peraltro riuscirvi. Undici righe di nulla, di parole senza senso, di prospettive politiche campate in aria, sono la prova drammatica dell'assenza di classe politica di Forza Italia e del centrodestra in genere. "Unire tutti i moderati" è un'affermazione che un politico dotato di un comprendonio minimo dovrebbe impedirsi di dire oppure, dicendola, dovrebbe infliggersi una punizione corporale tanto è banale e stupida.
     Forza Italia ha saputo interpretare, per buoni quindici anni, un sogno in cui si è riconosciuta una larga maggioranza degli italiani. Berlusconi ha saputo indicare un orizzonte e collocarvi le attese e le ansie della "gente" (non aveva e non ha ancora scoperto che "persone" farà meno marketing ma è più rispettoso), fossero anche le più distorte e illusorie, dandogli una prospettiva politica, fragile quanto si vuole, ma pur sempre riconoscibile per la sua impronta. Quei sogni sono svaniti nelle grigie giornate del novembre 2011. Sono crollati sotto i colpi di maglio di una realtà che ha fatto irruzione nelle nuvole rosa in cui l'Italia si cullava. Ora, se si è trattato di un golpe, come sostiene il Gip Renato Brunetta, o di una resa dei conti in cui la realtà ha preso le sue rivincite, è questione del tutto ininfluente. Per dire che se di golpe si è trattato, quali sono gli imputati da chiamare alla sbarra? In quale tribunale si deve celebrare il processo? Chi sostiene l'accusa e chi la difesa? Parodiare la politica, come fa Brunetta, significa tirare calci agli stinchi della politica.
     Per rimanere a considerazioni più attuali, in Italia la questione vera che dovrebbero porsi le forze liberali e riformiste (?) di destra riguarda la loro riconoscibilità presso un elettorato ampiamente disgustato dallo spettacolo indecoroso di questi anni. I "moderati" non devono "unirsi" ma dovrebbero, come Cameron ha fatto a Londra e Sarkozy a Parigi, "dividersi" da ogni radicalismo e da ogni antieuropeismo. Non devono illudere, come abilmente riesce a Renzi, gli italiani su un futuro taglio delle tasse. Devono, invece, porre in termini radicalmente nuovi la necessità di tagliare la spesa pubblica evitando la distinzione populistica fra spesa "improduttiva" e no. La spesa pubblica è tutta produttiva per la semplice ragione che pagando stipendi a oltre 3.150.000 dipendenti pubblici ha creato una platea di 3.150.000 consumatori. Tagliare la spesa pubblica significa ridurre l'intermediazione politica nella vita quotidiana dei cittadini. Per dirla in prosa: abolire il Sistema sanitario nazionale e ripristinare le Casse mutue; abolire o privatizzare tutte le aziende pubbliche locali erogatrici di servi idi pubblica utilità; incentivare imprese private e Terzo settore per consentirgli di occupare gli spazi da cui si ritira la mano pubblica.
     Il giovane Alessandro Cattaneo se la prende con i professionisti della politica per la semplice ragione che lui, giovane professionista della politica, è rimasto senza lavoro dopo appena cinque anni di sindacatura a Pavia. Se non fosse una persona tutto sommato simpatica nel suo childish approach sarebbe di una ridicolaggine imbarazzante. Qualcuno spieghi anche al giovane Cattaneo che Cameron e Sarkozy hanno vinto sbaragliando soprattutto gli avversari alla loro destra, hanno chiuso in un recinto di irrilevanza sia Nigel Farage e, un po' più ampio magari, Marine Le Pen.
     In Italia non accadrà nulla di quanto abbiamo visto a Londra e a Parigi. Un po' perché mancano Le Pen e Farage, ma molto di più perché non si vede né un Sarkozy né un Cameron all'orizzonte. Il leader conservatore ha tagliato selvaggiamente la spesa pubblica dal 2011 in avanti e la Banca d'Inghilterra ha pompato miliardi di sterline. A Londra si perde e si trova lavoro in 24 ore, i "mansionari" cari ai sindacati italiani, in Inghilterra non li hanno neppure nei gabinetti degli uffici pubblici. Così vanno le cose in Europa, caro Brunetta, e l'austerità cara alla Merkel per le finanze pubbliche, è stata applicata anche a Londra, sia pure in una versione tutta inglese. Questo fanno i conservatori e i liberali, in tutto il mondo. O, meglio, in quelle parti del mondo dove ci sono i liberali e i conservatori. Per dirsi conservatori e liberali, però, sarà bene che i giovani Cattaneo aprano qualche libro e si informino come nei secoli si è evoluto il pensiero liberale e conservatore. Scoprirebbe che la grande politica è stata fatta soltanto da grandi professionisti della politica e non da Cattaneo. A meno che non si chiamasse Carlo. Ma quella è un'altra storia

venerdì 8 maggio 2015

DA LE PEN A FARAGE, IL POPULISMO NON MORDE PIÙ (SALVINI AVVISATO)

di Massimo Colaiacomo


     La sconfitta di Nigel Farage ha sorpreso la provincia italiana, né più né meno come ieri, sia pure diversa per dimensioni, la sconfitta di Marine Le Pen. Stessa sorpresa, si può scommettere, le forze politiche mostreranno quando sarà il turno della sconfitta di Alternative für Deutschland ad opera di Angela Merkel. La marea montante dell'antieuropeismo tanto temuta dagli osservatori è dunque già finita? Oppure è in ripiegamento per insinuarsi all'interno dei partiti tradizionali? Per dire, David Cameron ha promesso il referendum sull'Europa da celebrarsi entro il 2017, un impegno per cui alcuni osservatori superficiali lo hanno iscritto d'obbligo tra le file degli antieruopeisti. Una valutazione quanto meno affrettata. La mossa di Cameron è apparsa spregiudicata, a un occhio velato di moralismo europeista, mentre è stata di una duplice efficacia, sul piano elettorale inglese e sul piano europeo. Sul piano interno ha neutralizzato la strategia arrembante di Farage, privandolo dell'esclusiva che tanta fortuna gli aveva portato nelle elezioni locali. Sul piano europeo, Cameron ha caricato un'arma da mettere sul tavolo di nuovi futuri negoziati (gli inglesi, si sa, dai tempi di Margareth Thatcher insistono nel volere i loro soldi indietro).
     È stato davvero brillante, Cameron. Almeno quanto lo è stato Sarkozy. Due strategie di contenimento del radicalismo di destra, individuato come l'avversario da combattere e dalla cui sconfitta hanno fatto nascere le rispettive vittorie. Una strategia diametralmente opposta a quella di un defunto centrodestra italiano, in eterna attesa di un necroforo di rango capace di tumularlo. Berlusconi vorrebbe, bontà sua, mettere assieme i moderati che comprendono il radicalismo da tre palle un soldo di Salvini e un diafano Ncd. Si tratta, ove l'operazione dovesse riuscire, di un'accozzaglia indigesta, che va nella direzione opposta a quella di Matteo Renzi impegnato a costruire un PD senza la zavorra dei birignao e delle distinzioni di minoranze variopinte. Si può obiettare che Renzi ha scelto procedure spicce e tali da far arricciare il naso a un'occhiata anche superficiale. Vero, anzi, verissimo. L'Italicum è agli antipodi del sistema elettorale inglese. A Londra, gli inglesi si sono scelti accuratamente ogni singolo deputato nei collegi dove la battaglia è stata spietata. Al punto che Nigel Farage è stato sconfitto dal candidato conservatore. Poi, a voler essere proprio pignoli, Ed Milliband e Nigel Farage, si sono dimessi con la velocità di un fulmine (qualcuno immagina Berlusconi dimissionario dopo una sconfitta?).
     Gli inglesi non hanno eletto un premier, come prevede l'Italicum, ma hanno eletto un Parlamento consegnando una maggioranza nelle mani di David Cameron. Ogni deputato di quella maggioranza dovrà rispondere agli elettori del collegio in cui ha vinto ogni volta spiegando perché vota provvedimenti del governo poco utili se non dannosi a quel territorio. È il senso vero e profondo di un sistema che voglia dirsi democratico nella scelta della rappresentanza parlamentare e nell'assunzione di una responsabilità nazionale in capo a ogni eletto.

     Chi potrà mai spiegare a Berlusconi che nessuna imitazione del Grand Old Party, per quanto esteticamente perfetta, si risolverà in una pagliacciata senza avere prima inoculato il virus della democrazia? Chi gli farà capire che Salvini non è un alleato ma il primo avversario da sconfiggere per tentare di costruire un grande partito conservatore e liberale? Chi gli spiegherà che per vincere le elezioni non serve "unire" ma dividere i moderati dai radicali e dai populisti e sfidarli con proposte e programmi seri? La risposta in tutti questi casi è semplice: nessuno. Chi ha cercato di farlo, come Raffaele Fitto, lo ha fatto in modo pasticciato e la conclusione è stata di fare le valigie e navigare altrove. Per il resto, ci sarà una fiera delle vanità dopo il voto regionale.






sabato 18 aprile 2015

MATTEO RENZI, UN ABILE AMMINISTRATORE DEL DECLINO

di Massimo Colaiacomo

     Il presidente del Consiglio Matteo Renzi non è un improvvisatore della politica come sostengono i suoi avversari e i suoi detrattori nel Pd. Al contrario, ne conosce tutte le corde e i suoni e sa cavarne le note giuste per ogni circostanza. Renzi frequenta la prosa del populismo con un brio e una modernità che mancavano a Silvio Berlusconi, populista d'impronta classica e di derivazione sudamericana (da "meno tasse per tutti" a "più dentiere per tutti" e "meno Iva sul cibo per cani e gatti"). Il passaggio dal berlusconismo al renzismo è senz'altro un'evoluzione, sia pure all'interno della storia del populismo italiano. Né Renzi né Berlusconi appartengono alla tradizione del popolarismo europeo e sono entrambi agli antipodi del popolarismo degasperiano. Circostanza che ha contribuito non poco all'impoverimento della politica italiana la cui arretratezza culturale si manifesta anche nelle forme di un'involuzione del costume civile.
     Il declino dell'Italia ha smesso di essere un sentimento collettivo per entrare nel Dna della nostra antropologia quotidiana e assumere le forme più diverse. La principale di esse è la radicale trasformazione della politica divenuta negli anni una sorta di cornucopia dispensatrice di ricchezze individuali nelle forme più disparate, legali e illegali. L'affievolimento dello spirito pubblico ha toccato il suo apice nei governi berlusconiani ma ha trovato nutrimento nei governi di centrosinistra in misura almeno eguale.
     Renzi si trova così ad amministrare un declino che può essere più o meno lungo, con qualche reviviscenza che farà gridare al miracolo i suoi sostenitori, ma niente di più. Che sia questa e non un'altra la traiettoria dell'Italia si ricava agevolmente dalla politiche economiche e sociali dell'esecutivo. Si prenda il tema delle pensioni. La riforma Fornero, che innalzava l'asticella delle pensioni di vecchiaia a 67 anni per gli uomini, è divenuta la panacea ai mali di molte aziende e la via più breve per tagliare le rendite previdenziali alla generazione compresa fra i 55 e i 60 anni. Per una ragione molto semplice: i grandi gruppi industriali (Enel, Eni, Telecom) e aziende di media grandezza, ne approfittano, incoraggiate dagli istituti di previdenza, per mandare in pensioni lavoratori che non hanno i requisiti ma ai quali si evita il licenziamento. Che cosa succede? Semplice: quei lavoratori si vedranno decurtata la rendita di 2 o 3 punti percentuali per ogni anno di anticipo rispetto all'età fissata per legge.
     È il più grande e pacifico taglio delle pensioni mai prima registrato in Italia. Con indubbi benefici per l'immagine del governo e delle aziende. Entrambi liberano posti di lavoro ed entrambi possono vendere all'opinione pubblica questa operazione come creazione di nuovi posti di lavoro.  Un falso ideologico più falso della falsa donazione di Costantino. Per questa via, però, Renzi coglie un altro indubbio risultato: procede infatti a una ridistribuzione di ricchezza o, per essere più esatti, di presente e futura povertà fra le generazioni. Essendo veri i dati forniti dall'ISTAT e cioè che neanche un posto di lavoro aggiuntivo è stato creato nei primi due mesi del 2015, come si può indicare al Paese l'orizzonte del futuro? Quale crescita si potrà mai agguantare se la quota dei lavoratori quando va bene rimane invariata mentre aumenta in progressione geometrica quella dei pensionati?
     Renzi soffre gli stessi limiti propri della sinistra italiana e di quella sinistra particolare quale era la "sinistra politica" nella DC. Vede e sa, ma non ha la forza politica e forse nemmeno la convinzione personale, che ogni problema per sbloccare il futuro dell'Italia passa dalla pressione fiscale. La componente fiscale del reddito da lavoro e da impresa è più alta in Italia che in qualsiasi altro Paese al mondo, con l'eccezione della Svezia e della Danimarca. È in questo gap che si annidano le bolle di veleno. Annullare il divario fiscale che ci separa dal resto d'Europa e delle democrazie avanzate presuppone però una gigantesca operazione di tagli alla spesa pubblica e, probabilmente, di licenziamenti nel pubblico impiego mentre Renzi, al contrario, è impegnato a raschiare le ultime risorse rimaste per stabilizzare 150 mila insegnanti. Le tasse restano alte, anzi cresceranno ancora un po' fino al 2017. È evidente a chiunque che in Italia non ci sarà mai nessuna ripresa economica e la disoccupazione resterà fuori controllo grazie alle politiche di sussidiarietà messe in piedi da questo governo per finanziare le quali ci saranno altre tasse.
     Questo e non altro è il declino che aspetta l'Italia. Né Renzi dovrà preoccuparsi di un'opposizione inesistente, impaludata com'è in beghe e divisioni fra le sue diverse anime populiste. L'autostrada del declino si è fatta larga e scorrevole.     

domenica 12 aprile 2015

L'ITALIA DI RENZI FRA IL TESORETTO E L'ORCHESTRA DEL TITANIC

di Massimo Colaiacomo

     Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha dato prove ripetute di grande scaltrezza. Svicola fra gli ostacoli con la leggerezza di uno slalomista. Quando la realtà si fa più pressante e lascia scarsi margini, ecco che Renzi dà fondo alle sue risorse di comunicatore e si muove fra i problemi back and fill, come dicono gli inglesi: si destreggia, frequenta la simulazione e la dissimulazione doti, come annotava il cardinal de Retz, decisive perché un politico si trasformi in leader.
     Renzi, insomma, simula un'aggressione radicale ai problemi annosi della società italiana, salvo ritrarsi quando gli attori di quei problemi, cioè gli elettori, fanno la faccia feroce contro ogni riforma che minacci di danneggiare le loro rendite di posizione. Le riforme liberali delle professioni o la riduzione delle municipalizzate, insomma quel che si dice la ritirata dello Stato e una sua presenza meno invasiva nella vita quotidiana dei cittadini sono titoli che campeggiano in bella vista nel libro dei sogni del premier. La realtà è più prosaica. Nella realtà quei sogni diventano liquidi, inafferrabili come le nuvole. Ma non irrealizzabili, assicura Renzi quando li rinvia a una fase successiva. Slide e titoli della rivoluzione renziana campeggiano da mesi sui mass media, peccato che manchi la rivoluzione.
     Così la storia del "tesoretto" che Renzi vorrebbe chiamare in altro modo ma non sa in che modo, è esemplare del mood con cui il premier affronta la realtà. Fino a un istante prima, aveva fronteggiato la rivolta dei sindaci contro l'ipotesi di nuovi tagli ai trasferimenti degli enti locali necessari per far quadrare i conti. Poi, all'improvviso, ecco che da un cassetto mai aperto escono fuori 1,6 miliardi di euro. Un avanzo niente male. A chi destinarlo? Una domanda che sta facendo impazzire il circo della politica e alimenta il populismo della peggiore specie. Salvini li vuole per gli esodati, Vendola e il Pd per allargare agli incapienti il bonus di 80 euro (il tesoretto, scusate, si replicherà anche nei prossimi anni oppure si danno 80 euro una tantum per toglierli nel 2016?). La roulette sul tesoretto è soltanto l'ultimo indecoroso spettacolo della politica che gira a vuoto attorno ai problemi nel tentativo di dissimulare la realtà. Sul lato opposto del tesoretto c'è un Paese in crescente affanno dove l'orchestra del renzismo intona qualche valzer anche se gli scogli di una crisi economica mai superata affiorano minacciosi.
     La giostra di Renzi gira però senza problemi grazie all'assenza di un'opposizione un minimo seria. Se si pensa che il più grave problema del principale partito di opposizione è come trovare un candidato governatore in Puglia per rimpiazzare il candidato Schittulli arruolato da Fitto, è facile capire come Renzi giochi sul velluto e può permettersi qualsiasi scivolone. Il vuoto pneumatico in cui  
gira l'ombra di quello che fu il leader più votato nella seconda Repubblica è l'immagine eloquente della grande crisi in cui naviga la politica che si trova alla vigilia di una nuova, grande implosione degli schieramenti. Dopo le regionali nulla sarà più come prima. Forza Italia è destinata a ridursi in un piccolo drappello parlamentare, un presidio militare a tutela degli interessi di Silvio Berlusconi. Il resto del partito è destinato a confluire in formazioni più o meno nuove. Fitto e Tosi, i due esponenti politici che hanno dato l'assalto alle rispettive leadership nella Lega e in Forza Italia, sono destinati a trovare un accordo per dar vita, con Passera e forse Casini, a un rassemblement moderato nella prospettiva di costruire un'alternativa al renzismo.
     Sono ipotesi da verificare e la verifica sarà il risultato delle elezioni regionali. Dopo il 31 maggio il quadro politico uscirà stravolto, soprattutto nel centrodestra. E lo spazio politico sarà soltanto per coloro che sanno esaltarsi nel campo di battaglia. Dove questa volta non ci sarà Silvio Berlusconi. 

venerdì 3 aprile 2015

FORZA ITALIA GUARDA IL FUTURO DAL RETROVISORE

di Massimo Colaiacomo

Le convulsioni che scuotono alle fondamenta Forza Italia non sono destinate a placarsi con le elezioni regionali. Tutt'altro. Al di là del loro possibile esito, è la fibra stessa del partito che è stata consumata in questi ultimi mesi. Si può ragionevolmente affermare che il braccio di ferro di Raffaele Fitto ha allargato divisioni preesistenti, ma un partito falcidiato da abbandoni (Bondi è solo l'ultimo), contestazioni sulla gestione (Fitto e, con motivazioni diverse, Romani) o sulla linea politica (Verdini) deve avere trascurato troppo a lungo i suoi problemi interni se questi esplodono tutti insieme e in modo tanto lacerante.
Può sembrare un paradosso, ma la fine del Patto del Nazareno è stata un po' come togliere il tappo al vaso di Pandora. Tutto il malcontento e i risentimenti di tipo personale (a parte quelli, tutti politici, di Fitto e Verdini) sono venuti fuori e hanno scatenato liti intestine da basso impero rivelando quello che si intuiva dall'esterno, cioè la pochezza intellettuale e politica di un ceto dirigente raccogliticcio, salvo poche eccezioni. L'appello accorato, con toni quasi disperati, lanciato da Berlusconi ad alcuni ospiti che lo hanno raggiunto oggi ad Arcore affinché Forza Italia ritrovi le ragioni dell'unità e della concordia ha il sapore dell'estremo saluto di un capitano a una ciurma ribelle e riottosa, divisa su tutto e preoccupata soltanto di portare in salvo se stessa dopo il fortunale che si preannuncia con il voto regionale di fine maggio. 
Quanto accade nella corte di Arcore è spiegato in un'ampia e antica letteratura. La fine di una lunga stagione politica, costruita da un leader il cui skill comunicativo non ha eguali (Renzi lo imita ma non lo raggiunge minimamente), porta con sé il declino di una classe dirigente: declino la cui velocita è inversamente proporzionale alla qualità di quella classe. Il che lascia presupporre, all'indomani di un risultato alle regionali eventualmente negativo, il collasso finale di Forza Italia.
Ora non è di grande aiuto chiedersi se e in che misura Berlusconi abbia consapevolmente assecondato il cupio dissolvi di Forza Italia. La lunga persecuzione giudiziaria ne ha certamente infiacchito la fibra e alimentato il distacco, e forse il disgusto, per la politica e le sue beghe. Questo spiegherebbe certe sue scelte per la gestione del partito affidata a esecutori grigi e improvvisati. Berlusconi ha "svuotato" Forza Italia di ogni ambizione politica nel momento stesso in cui ha abbandonato il Patto del Nazareno senza avere pronta un'alternativa credibile, una strategia all'altezza della sfida a Renzi per la quale non era minimamente pronto.
Vero è che dopo tre anni di melina con i governi tecnici di Monti e di Letta, e la linea di concordia isitituzionale con Renzi, Berlusconi aveva aperto ampi spazi alla sua destra al punto che la Lega di Salvini si prepara a un soprasso elettorale impensabile qualche tempo fa. Ma per fare l'opposizione invocata da Raffaele Fitto (il quale, va ricordato, ha sempre avallato le precedenti scelte sugli altri governi tecnici) Forza Italia avrbebe dovuto esprimere una linea politica chiara e convincente, degna di un grande partito conservatore europeo. Il guaio maggiore combinato da Berlusconi è stato proprio questo, di aver lasciato campo libero al populismo leghista grazie al quale Renzi può godere di una polizza assicurativa sul suo governo nonostante gli insuccessi via via crescenti della politica economica.
Il vuoto che si apre nel centrodestra italiano diventerà presto il primo e più importante problema per la funzionalità della democrazia. Non resta che affidarsi alle leggi della fisica per cui prima o poi anche questo vuoto sarà riempito.