("Fa' oggi quello che temi di dover fare in futuro, così non dovrai temere il futuro", Sant'Agostino, Discorsi, 22, 6-7)
Senza Berlusconi diventa un partito senza storia; con Berlusconi diventa un partito senza futuro: è la condanna di Sisifo toccata a Forza Italia, un quasi-partito immerso in un presente immobile cui è sempre mancato, per ragioni le più diverse, il guizzo finale per diventare la grande forza di raccolta dei moderati e liberali italiani. Poteva diventarlo anche dei riformisti, prima dell'arrivo di Matteo Renzi. Potrebbe diventarlo ancora, nel caso Renzi dovesse fallire e, ovviamente, Forza Italia continuare a esistere.
Guardando la storia recente dallo specchietto retrovisore, Forza Italia si presenta come un'antologia di occasioni perdute, malamente perdute: dalle riforme costituzionali e di sistema alle liberalizzazioni, non c'è campo dell'attività politica in cui Berlusconi non potesse lasciare un segno, imprimere quei cambiamenti annunciati e attesi da larghe fette della società. Ha regalato un sogno agli italiani, lo ha perpetuato per venti anni agitandolo a ogni tornata elettorale ma riponendolo ogni volta nel cassetto in attesa di occasioni migliori. Ha potuto disporre di maggioranze oceaniche, nel 2001 e ancor più nel 2008, ma questo non gli ha consentito di dare gambe e forza reali a quel sogno.
Berlusconi può invocare, e a ragione, di essere stato vittima di una persecuzione giudiziaria mai prima di lui tanto scientificamente studiata contro altri leader politici. Venti anni fa, Tangentopoli fu il più grande repulisti contro un sistema politico. Contro Berlusconi, c'è stata la più spietata caccia al politico che voleva cambiare il sistema. Contro il muro di gomma della conservazione, l'uomo di Arcore, sceso ieri simbolicamente dal cavallo, ha scelto la resistenza politica passiva e una resistenza giudiziaria indomita. Doveva, e poteva, fare il contrario: agire politicamente, trascinare il Paese in una battaglia riformista senza connotazioni o sbavature personalistiche. La battaglia per ora solo di parole annunciata da Renzi contro il debito pubblico "non perché ce lo chiede l'Europa, ma perché lo dobbiamo ai nostri figli" è il cambio di passo mancato a Berlusconi, forse da lui mai veramente cercato.
Se ancora nel 2010 poteva parlare all'Italia e rassicurare che il suo governo "non lascerà indietro nessuno" e alla cassa integrazione ordinaria e in deroga erano stati destinati oltre 27 miliardi in tre anni, Berlusconi confermava in quel modo che l'Italia si governava con un decreto in una mano e il foglio dei sondaggi nell'altra.
Che cosa si prepara a essere Forza Italia? E come potrà sopravvivere al suo fondatore o, meglio, al suo generatore? Se per le europee si cerca disperatamente un candidato con il cognome Berlusconi per ottenere una certificazione in vita, Forza Italia è ancora un partito oppure un esercito in rotta con il comando generale diviso e smarrito? Come può il capogruppo alla Camera rilasciare un'intervista la mattina in cui adombra una vasta maggioranza a sostegno di Renzi e prendere la parola il pomeriggio nell'emiciclo della Camera per sparare a palle incatenate contro Renzi? Qualcuno potrebbe insinuare che cambiamenti tanto repentini siano da ricondurre alla mutevolezza del leader, ma questo è un alibi sciocco perché Berlusconi sarà anche mutevole d'umore ma è anche dotato di una straordinaria intelligenza politica mai andata in affanno a dispetto delle vicende giudiziarie. La realtà più prosaica, forse, è quella di un partito alla disperata ricerca di sé stesso, di un ubi consistam capace di dargli un'identità provvisoria quanto si vuole ma di vitale importanza a mano a mano che sbiadisce l'identità di chi lo ha generato.