domenica 19 gennaio 2014

VINCERÀ CHI SAPRÀ COSTRUIRE MEGLIO LE ALLEANZE,
COME SEMPRE. DA SPERARE CHE NON GOVERNERÀ COME SEMPRE

di Massimo Colaiacomo

Puntuale come un Frecciarossa è scattata la gara per stabilire chi vincerà le prossime elezioni. Simulazioni su simulazioni: tot al centrodestra con questo meccanismo, tot al centrosinistra con quest'altro. Tot al centrodestra se il riparto proporzionale sarà nazionale tot al centrosinistra se invece sarà su circoscrizioni regionali. E via cantando.
Confesso che poco ci capisco di sistemi elettorali, però provo a fare qualche considerazione empirica. Vediamo.

1994: dopo 48 anni il proporzionale puro finisce in soffitta. Arriva il Mattarellum, Berlusconi mette insieme un'alleanza a geometria variabile: a Nord con la Lega, al Sud con Msi-An. Altri competitori sono: il Ppi di Martinazzoli; l'Alleanza di Mario Segni con repubblicani, liberali e parte dei socialisti; il Pds dello sventurato Occhetto; Rifondazione comunista di Fausto Bertinotti. Il Mattarellum fu studiato con l'intento di favorire le residue forze della Dc. Sparita. A sorpresa trionfa Berlusconi, poi la storia finì come finì.

1996: si rivota con il Mattarellum. La Lega si presenta da sola; Romano Prodi mette in piedi il cartello dell'Ulivo in cui confluiscono le residue forze popolari, il Pds e quel che rimane dei socialisti. Per l'occasione si escogita il "patto di desistenza" con Rifondazione comunista. Vince la sinistra. Anche qui la storia finì come finì: tre governi per arrivare col fiatone alle elezioni del 2001.

2001: Berlusconi capisce l'antifona. Rimette insieme Fini e Bossi con Casini nella Casa delle libertà. Vince a mani basse.

2006: Casini si incaponisce sulla necessità di mettere in piedi un nuovo sistema elettorale. Calderoli si mette al lavoro e dalla testa gli fuma una robaccia che l'ideatore non esita a chiamare come merita: Porcellum. Berlusconi mette in piedi la solita alleanza, ma Casini si sfila. Romano Prodi, dopo l'ennesimo ritiro dalla politica ci ripensa, si candida e per una manciata di voti vince le elezioni. Anche la storia della legislatura segue il canovaccio di sempre.

 2008: Berlusconi vince bene le elezioni. Veltroni perde altrettanto bene, anche se paga lo scotto della vocazione maggioritaria che lo porta a imbarcare Di Pietro e a lasciare a piedi altri possibili alleati. Anche qui la storia finì come tutte le altre. Si sfila Gianfranco Fini il governo s'affloscia come un soufflé andato e la maggioranza si inacidisce come la panna.

2011: sempre con il Porcellum, non vince Bersani e non perde Berlusconi. Va Letta a Palazzo Chigi e ci resta perché invece della maggioranza stvolta a rompersi è il fronte delle opposizioni.

C'è una morale da ricavare da tante peripezie? Ci provo. Tanto con il Mattarellum quanto con il Porcellum hanno vinto due volte la sinistra e due volte la destra. Hanno vinto quando hanno saputo costruire alleanze molto ampie. Le alleanze hanno funzionato in fase di raccolta dei voti,  si sono sfasciate alla prova di governo. Nel '94 si sfila la Lega, nel 2006 si sfilano Mastella e Dini, nel 2010 si sfila Fini. Nel 2013, invece, una maggioranza resiste in piedi perché si rompe l'opposizione.
Che cosa può voler dire tutto questo? 1) I sistemi elettorali che tendono a bipolarizzare il quadro politico devono  scontare la nascita di schieramenti internamente molto eterogenei per conseguire premi di maggioranza o anche un solo voto in più; 2) gli aspetti programmatici della coalizione sono orpelli inutili perché i partiti sottoscrivono un accordo elettorale sapendo che quello di programma può essere revocato in dubbio in qualsiasi momento; 3) i partiti cosiddetti minori possono moltiplicare per cento il peso della loro utilità marginale e di fatto hanno in pugno la maggioranza; 4) l'esperienza veltroniana del 2008 ha detto una cosa importante: se un partito sa osare e presentarsi agli elettori con un programma di governo chiaro senza farsi condizionare dal corollario di partitini, gli elettori sono pronti a votarlo. Veltroni prese il 33,5%, un risultato straordinario che il Pd non ha mai più conosciuto nella sua breve storia.

Le alleanze si fanno prima del voto, come è ovvio, e non dopo. Questo fatto da solo non garantisce di per sé la durata di un governo né la solidità della maggioranza. Se una maggiornza si sfascia in democrazia si torna alle urne e non si fanno i governi tecnici. Berlusconi ha commesso un grave errore nel novembre 2011 quando ha ceduto lo scettro al Quirinale e questi lo ha restituito a Mario Monti. La scusa dell'emergenza finanziaria era ed è ancora oggi risibile. La Grecia, con un'emergena molto più grave dell'Italia, è andata alle urne due volte nella primavera del 2012 fino ad avere un governo pienamente legittimato dagli elettori. Portogallo, Spagna, Irlanda - per dire di altri Paesi che hanno avuto accesso al fondo salva-Stati - non hanno mai messo in piedi esecutivi tecnici. Questa è la vera patologia che sta corrodendo la democrazia in Italia. Il merito di Renzi, al momento, è il tentativo di sottrarre l'esecutivo Letta alla deriva tecnica verso cui stava scivolando e di volergli imprimere una connotazione politica chiara, di sinistra essendo il PD il principale se non esclusivo azionista della maggioranza. Renzi vuole rimettere in campo la bella politica. Se ci riesce, chapeau!

giovedì 16 gennaio 2014

DA RENZI E CAV. UNA SPERICOLATA MANO DI POKER


di Massimo Colaiacomo

     Matteo Renzi sta giocando la partita della sua vita (politica), tutta d'un fiato e senza pause. La gioca al tavolo della legge elettorale dove lui sta seduto da un lato. Dall'altro lato, siedono Berlusconi e Alfano. Proviamo a riassumere. Alla direzione del suo partito, Renzi ha detto: voglio una legge elettorale, non per andare a votare a maggio. Dico no ai ricatti di Berlusconi che vuole un accordo a condizione che si voti a maggio. Dico no ai ricatti di Alfano che minaccia di uscire dal governo se si approva un sistema a lui sgradito e comunque vuole un patto di governo fino al 2014.
     Messe così le carte sul tavolo, è evidente che i tre giocatori non chiedono carte al banco e a domanda rispondono: servito. Significa dunque che tutti è tre sono servitser o, significa che tutti è tre stanno tentando il bluff attorno a quel tavolo. Renzi vuole la legge elettorale per accreditare visivamente il "cambio di passo" della sua segreteria. Berlusconi la vuole (?) puntando al voto a maggio. Alfano la vuole (?) per materializzare il "cambio di stagione" nel centrodestra.
     Ciascuno dei tre parla con gli altri due coltivando disegni e strategie diverse. Dei tre, due sono in maggioranza (Renzi e Alfano), uno all'opposizione (Berlusconi). Alfano teme il voto, Berlusconi sa che maggio è la dead-line superata la quale cala il sipario sulle sue terre elettorali. Renzi può permettersi, con la pistola della legge elettorale caricata e sul tavolo di maggioranza, di prendersi il tempo per valutare. Senza quella pistola, Renzi si troverebbe all'improvviso sul traguardo della sua intensa ma breve corsa politica.
     Chi è dei tre che sta tentando il bluff più arrischiato? Berlusconi, da solo, arriva a sommare (quasi, precisiamo, per non urtare la sua sempre pungente vanità) gli anni degli altri due. Nell'anagrafe è lui che ha meno da perdere degli altri. Renzi vuole le elezioni a maggio, oppure vuole prendere in mano il comando delle operazioni e trasformare palazzo Chigi nella sala macchine del transatlantico Pd? Ad Alfano, che non vuole le elezioni, conviene, e fino a che punto, avere soddisfazione sulla durata del governo ma pagare dazio su qualche punto decisivo del programma? Sono domande che possono trovare risposta, e non è un paradosso, nel sistema elettorale che i tre riusciranno a disegnare da qui ai prossimi giorni. E quando il 27 gennaio il testo della legge elettorale non sarà in Aula, si aprirà il secondo tempo di questa complessa partita. Avvincente per gli addetti ai lavori; snervante e incomprensibile per 60 milioni di italiani; una vera cuccagna per Beppe Grillo.

martedì 7 gennaio 2014

LA LEGGE ELETTORALE MACIGNO NELLA MAGGIORANZA MA QUALCHE SCRICCHIOLIO ANCHE NEL PD

di Massimo Colaiacomo

Nel Pd le acque sono agitate più di quanto non appaia in superficie. Prova ne sono alcune interviste del presidente di quel partito, Gianni Cuperlo, il quale non si nasconde dietro un dito rivolgendosi al segretario Renzi con domande secche e dirette. Vogliamo scrivere un patto di coalizione per il governo che traghetti il Paese fino al 2015? Oppure sono già nel mirino le elezioni anticipate a maggio? Cuperlo prende le difese di Fassina e rampogna Renzi invitandolo a distinguere fra comandare e dirigere. Sia pure dette nel tono argomentato di un politico d'esperienza, le parole di Cuperlo sono altrettante stilettate all'indirizzo di Renzi e rivelano il malessere compresso in alcuni settori, non si sa quanto ampi, del Pd. Non è certo casuale che  vecchi leader, da D'Alema a Veltroni a Fassino, da alcune settimane abbiano scelto il silenzio nel confronto politico. Non perché siano spariti: c'è da scommettere, invece, che stanno studiando le mosse del sindaco fiorentino per capirne i limiti e soprattutto pesarne il consenso dentro i gruppi parlamentari.
Quando Cuperlo invita Renzi a fare sintesi nel Pd sulla legge elettorale, è evidente che denuncia così l'esistenza di ampie riserve sul modello spagnolo, meccanismo sul quale Renzi ha avviato le trattative con Forza Italia. Cuperlo non dice la sua preferenza, ma trova ragionevole che sulla legge elettorale si cerchi un accordo nella maggioranza prima di allargarlo ad altre forze. E nella maggioranza si sa, come ha ribadito ancora stamane il ministro Maurizio Lupi, che il modello spagnolo suscita l'ostilità dichiarata del Nuovo centrodestra e non incontra minimamente i favori degli altri partiti. Perché? Per la ragione che Angelino Alfano, socio decisivo di maggioranza, giudica quel meccanismo - costruito su collegi proporzionali molto piccoli, e, di fatto un maggioritario sul modello Westmister - un rischio mortale per la gracile pianta del Ncd. Alfano e i suoi sono pronti a discutere tutti i temi posti da Renzi al governo (lavoro, unioni civili, immigrazione) ma sono anche pronti, c'è da giurare, a staccare la spina se dovesse passare una riforma elettorale per loro dichiaratamente ostile.
Sulla legge elettorale, però, dovrebbero tutti riflettere sulle sagge considerazioni fatte sulle colonne del Corriere della Sera da Angelo Panebianco in un editoriale del 6 gennaio. Immaginare che sia il meccanismo elettorale a determinare il risultato di un qualsiasi partito è una wishfull tinking, una pia illusione. Panebianco giustamente sposta l'accento sul tipo di aggregazioni e combinazioni politiche che possono scaturire da una nuova legge elettorale. In sostanza, è il suo ragionamento, non è tanto il metodo di raccolta del voto o quello di attribuzione dei seggi parlamentari a determinare il maggiore o minore consenso elettorale, quanto piuttosto il tipo di offerta che le forze politiche sanno mettere in campo.
Alfano, l'esempio è nostro, prende più voti in alleanza con Forza Italia oppure se dà vita a un raggruppamento con Casini e altre forze centriste? Tutte queste forze insieme si vedono apprezzate dagli elettori se si alleano con il Renzi oppure prendono più voti in alleanza con Berlusconi?
È però evidente, e la cosa non sarà sfuggita neppure a Panebianco, che il meccanismo elettorale diventa anche uno strumento decisivo per negoziare da posizioni di maggiore o minore forza le alleanze elettorali. Non si spiegherebbe altrimenti l'insistenza del Nuovo centrodestra sul modello del "sindaco d'Italia", un meccanismo che prevedendo due turni consente ad Alfano di pesare la forza elettorale al primo turno e, incrociando le dita, di presentarsi all'alleanza per il secondo turno da una posizione di forza relativa.

domenica 5 gennaio 2014

RENZI NON HA IL PASSO DELL'ALPINO MA PRIMA O POI DOVRÀ FERMARSI PER NON SCOPPIARE

di Massimo Colaiacomo

Matteo Renzi va di corsa. Ha fretta di arrivare, non sa come ma sa dove. Grandi polmoni e   falcate lunghe, ha preso una rincorsa lunga due anni. Si è fatte due primarie nel partito: sconfitto alla prima, trionfatore alla seconda. Travolge gli avversari con un sarcasmo eccessivo perfino per un tosco-fiorentino. Ha desacralizzato la politica, buttato all'aria riti e liturgie per inventarne di nuovi: riunioni di segreteria alle 7; poi convocazioni mobili nelle diverse città; under 40 quelli che lo circondano. Insomma un Pd yé-yé come si sarebbe detto negli anni Sessanta.
Come il venditore leopardiano di almanacchi per l'anno nuovo, Renzi invita gli italiani ad acquistare l'almanacco per il 2014. "Almanacchi per l'anno nuovo, Signori! Comprate l'almanacco per l'anno nuovo sicuramente migliore di quello vecchio!".
Fermiamoci un attimo. Perché l'anno nuovo dovrà essere migliore di quello vecchio? Che cosa scriverà Renzi sotto i tanti titoli sfornati fino a oggi come tante stelle filanti? Unioni civili, via la legge Bossi-Fini, la riforma elettorale, via il tetto del 3%, avanti con il job act ... La sensazione di una abbuffata improvvisa dopo tanta astinenza ha scosso dal torpore la politica, ha riattizzato un po' di curiosità fra gli italiani più scettici e ha riattivato una flebile circolazione di idee. Impiccarsi per stabilire se è poco o tanto non serve.
Renzi è stato finora un grande fenomeno mediatico, con alcune potenzialità, se adeguatamente incanalate, per diventare un grande fenomeno politico. Per capirne di più bisogna vederlo all'opera, a Palazzo Chigi (se gli riesce) o in Parlamento come capo dell'opposizione. La sua strategia politica è stata finora costruita sull'effetto mediatico dei suoi annunci. Sostenere, come ha fatto questi ultimi giorni, che si può sforare il 3% avendo i conti ben bullonati, ha n effetto annuncio notevole. Riuscire a ottenere il via libera dalla Commissione europea è un altro discorso. La sospensione dell'art. 18 per i primi tre anni di lavoro con un contratto a tempo indeterminato è un ottima iniziativa: finanziata da chi è come? Il tema delle tutele crescenti per i lavoratori è una carta importante da mettere sul tavolo di un negoziato con le forze sociali: chi paga e in che modo si paga la tutela crescente del lavoratore? La Pubblica amministrazione come si inserisce nella riforma del lavoro immaginata da Matteo Renzi? Oppure essa rimane un'isola intoccabile come serbatoio di consensi elettorali per la futura sinistra renziana?
Sono tante le domande ancora in attesa di risposta. Renzi parla per slide, ogni tanto si concede l'intervallo di una battuta acida o brillante, ma ancora non produce il rumore tipico del dente dell'ingranaggio ... quel crock-crock che trasmette la sensazione netta di un treno finalmente partito. In questo la similitudine con Berlusconi è molto forte, anche se in Renzi non si avverte la genialità dei contrappunti del Cavaliere. L'innovazione del linguaggio è avvenuta finora soltanto in superficie e la frantumazione delle liturgie è più che altro simbolica, in attesa di farni carne e sangue quando si tratterà di addentare la realtà piatta e prosaica del day-byday.
Il passo spedito del sindaco fiorentino è risuonato fuori del Pd e un po' meno dentro il partito. Il Pd è oggi un santuario vuoto, con il vecchio ceto dirigente rintanato nelle nicchie e silenziato da Renzi. L'acidità contro Fassina e la reattività pronta del viceministro sono la conferma della tensione che circola nel corpo del Pd. I giudizi di Cuperlo e di altri parlamentari della "vecchia guardia" sono la spia che Renzi controlla il partito e i suoi organi creati a immagine e somiglianza del capo, ma lo spirito del renzismo non è ancora entrato nella circolazione sanguigna dei democratici.
Renzi dovrà fermarsi per prendere fiato. La montagna da scalare è alta, e tenere l'occhio fisso sulla vetta, come sa chi ama la montagna, accresce e non diminuisce lo fatica e lo sforzo. Renzi è uno scattista, ma in politica, si sa, a vincere sono sempre i maratoneti. Berlusconi docet: scattista in campagna elettorale, maratoneta con carburazione lentissima al governo. Solo con quelle doti si può resistere sulla scena politica per vent'anni (al momento venti, ma la sua gara non è ancora alla fine).

Sulla legge elettorale Renzi, non si può negare, ha avuto un guizzo geniale: tre proposte, ciascuna delle quali può andar bene a questo o a quello, dentro o fuori la maggioranza. Incontri bilaterali con tutti, quindi anche con Berlusconi, e pentastellati a corto d'ossigeno finiti all'angolo in attesa di un referendum on line sul modello elettorale (facile immaginare il caos che ne verrà). Aggirato il perimetro di maggioranza senza difficoltà, Renzi ha posto le premesse per giocare a rimpiattino con Enrico Letta. Il premier aveva avvisato, poco prima di Natale, che non si sarebbe prestato nel ruolo di punch ball di Renzi presagendo che questo sarebbe stato il suo destino. Invece è andata esattamente così. Fra qualche settimana ci sarà un "patto di coalizione" che avrà la stessa forza di impatto di una photo opportunity senza alcun seguito. A maggio tutti alle urne: da qui ad allora sarà possibile conoscere un po' meglio Matteo Renzi. Perché le secondarie sono un'altra storia rispetto alle primarie.

sabato 4 gennaio 2014

RENZI VUOL MINARE GLI EQUILIBRI DENTRO GLI SCHIERAMENTI PER FAR SALTARE IL GOVERNO. PERCHÉ FORZA ITALIA SBAGLIA TUTTO

di Massimo Colaiacomo

         L'orizzonte strategico di Matteo Renzi non è molto ampio. In cambio fa ribollire il terreno tattico su cui si muove. Gli si attribuiscono tutte le intenzioni, dal voto anticipato a maggio a un accordo solido con Enrico Letta fino al 2015. Al momento non ci sono elementi per sostenere una tesi o l'altra. L'mpressione è che Renzi stia tessendo una tela molto ampia per destabilizzare non la maggioranza ma gli schieramenti politici al loro interno. A questo e non ad altro servono le sue proposte sulla legge elettorale o sulle unioni civili o sull'abolizione dela Bossi-Fini.
Proviamo a spiegare meglio: sulle unioni civili, Renzi sa di dividere Forza Italia al suo interno, ma anche il Pd, mentre sa di avvicinare alla sua proposta il movimento grillino. L'unico partito che invece non vacilla e respinge fermamente questa proposta è il Nuovo centrodestra di Angelino Alfano. Anche l'ala cattolica del Pd, quella che fa capo a Beppe Fioroni è contraria. 
Sulla revisione della Bossi-Fini, Renzi si mette contro Alfano, Forza Italia e Lega Nord ma fors'anche i pentastellati. Che cosa significa tutto questo? Che Renzi spinge il quadro politico verso le sabbie mobili dalle quali potrà, e dovrà, uscire un quadro abbastanza diverso. Insomma, più che il gioco delle matrioske, Renzi sta scuotendo l'albero della politica nella speranza che la configurazione degli attuali schieramenti possa incrinarsi prima ancora di discutere la riforma elettorale.
Si farà il "patto di coalizione" auspicato da Renzi, ed Enrico Letta, un leader avveduto anche se eccessivamente sornione, farà di tutto per assecondare la spinta propulsiva di Renzi badando, è ovvio, ad evitare che essa travolga le basi dell'attuale maggioranza. Le incursioni ostili di Renzi su terreni minati per Alfano sono, è vero, una provocazione verso l'alleato ma funzionano anche come ballon d'essai per gli altri partiti.
Si prenda Forza Italia. Ancora frastornata per l'azzoppamento di Silvio Berlusconi, geniale e intuitivo come pochi nell'afferrare il mood del giorno, Forza Italia dall'opposizione si muove in reazione a Matteo Renzi, priva di sue idee e proposte, alternative o integrative a quelle di Renzi.
A ben vedere, il sindaco fiorentino è impegnato, più che a minare il governo, a lavorare per costruire basi nuove  a un bipolarismo che tutti vogliono civile ed europeo e in base al quale maggioranza e minoranza si confrontano, lealmente e talvolta duramente, alla luce del sole per condividere alcuni obiettivi generali.
Forza Italia subisce l'impostazione renziana perché del tutto priva di proposte e quindi costretta a un gioco di rimessa: ora applaude alla riforma elettorale con tutti, ora si divide sulle unioni civili, un'altra volta applaude al job act. Renzi detta il ritmo, gli altri danzano sulle sue note. La vera novità di Renzi consiste proprio in questo: lui parla di cose concrete da fare, gli altri replicano con slogan più o meno brillanti ma la cui efficacia è tramontata con il loro creatore. La politica si sta riappropriando di un alfabeto in cui la ragionevolezza e la ricchezza delle argomentazioni si sono ripreso il posto per vent'anni occupato da frasi a effetto ma decisamente vuote e prive di qualsiasi costrutto.

Altro errore marchiano, da matita blu, di Forza Italia. Attaccare il governo per negargli ogni merito nel calo dello spread è davvero infantile, da analfabeti della politica. Un politico con un minimo di intelligenza distingue fra la bontà di un risultato e l'attribuzione dei meriti. Se lo spread cala sotto i 200 punti soltanto un forsennato come Brunetta può impiccarsi nel negare ogni merito a Letta e non ammettere che quel calo è un bene inestimabile per le casse dello Stato. Allora, ogni dichiarazione dovrebbe partire dalla premessa: ottime notizie per l'Italia, cala lo spread ecc .... dopo di che, si distingue: si fa di conto sui costi sociali sopportati dal Paese, sull'efficacia limitata, se non sul danno, delle politiche fiscali dei governi Monti e Letta, e sull'indebolimento della crescita tedesca che ha fatto salire i rendimenti sul Bund decennale. Questo dovrebbe dire un politico moderato che avesse l'ambizione di candidarsi alla guida del Paese. In Italia, però, non si vedono leader di questa statura.

venerdì 27 dicembre 2013

I PANNICELLI CALDI DI LETTA DIVENTATO DI COLPO BABBO NATALE E BEFANA

 di Massimo Colaiacomo

Aveva detto Enrico Letta, da Bruxelles, che non si poteva chiedere a lui di diventare Babbo Natale senza con ciò compromettere l'andamento di finanza pubblica e riportare l'Italia dentro la procedura d'infrazione della Commissione europea da cui era uscita nel maggio 2013. Con il decreto "salva Roma", però, Letta ha subìto la metamorfosi che più temeva. È riuscito in un solo colpo a diventare Babbo Natale e la Befana, distribuendo regalie a dritta e a manca proprio come accadeva in altri tempi.
Quanto è successo ha dell'incredibile, e a poco vale invocare il clima affannoso in cui è stato partorito un decreto urgente senza il quale il sindaco di Roma avrebbe dovuto portare i libri in Tribunale. È dunque in un quadro confuso e in un Parlamento reso sempre ribollente dalle incursioni dei grillini che il governo ha partorito un pasticcio. Mettere la fiducia su un decreto, farlo controfirmare dal Capo dello Stato e, il giorno dopo, ritirarlo per le incongruenze che conteneva, trasmette l'immagine di un esecutivo allo sbando. Senza uno straccio di politica di bilancio che non preveda altro che tener fermo il deficit al 3%. Come dire, conseguito questo obiettivo Letta si ritiene sciolto da ogni altro obbligo verso il Paese. Un orizzonte tanto minimalista mal si concilia con i toni trionfalistici della conferenza di fine anno quando Letta aveva indicato nel 2014 l'anno dei quarantenni. Troppo facile ironizzare che se questo è il loro passo,  presto, molto presto, la scena politica dovrà riaprire qualche sarcofago per tirar fuori le mummie ...
È di tutta evidenza che l'esecutivo, come sostiene Brunetta, appare frastornato e la sua maggioranza solcata da tensioni politiche e contraddizioni programmatiche non facili da appianare. Lo stesso "job act" di Matteo Renzi, per ora più immaginato che elaborato, risente di un certo velleitarismo: assomiglia tanto a una bandiera da agitare in campagna elettorale e molto poco a un atto di governo di possibile se non facile realizzazione. Renzi ha taciuto sulle risorse necessarie per pagare due anni di reddito minimo agli over 18, invita ad abbassare i toni sull'art. 18 divenuto, a suo dire, una bandiera ideologica inservibile ma, così dicendo, dimostra anche lui di temere il conflitto con la Cgil. Perché l'art. 18, piaccia o meno, è un ostacolo ben concreto nella politica delle assunzioni per le imprese con più di 15 dipendenti. A Renzi non sono venute repliche dal centrodestra, che appare smarrito e confuso di fronte all'offensiva mediatica del sindaco fiorentino. Si sta parlando qui di un centrodestra che appare stravecchio e il cui leader sta lavorando a impostare un rilancio di immagine di Forza Italia nel più completo deserto di contenuti politici. A Renzi nessuno ricorda dal centrodestra che il socialdemocratico Gerhard Schröder in quattro ore di riunione del governo tedesco abolì, alla vigilia di Ferragosto 2003, l'equivalente dell'art. 18 italiano? E il tutto avvenne al termine di rapide consultazioni con sindacati e imprese?
Conta forse, come ricorda il ministro Quagliariello in un'intervista su l'Unità, una certa farraginosità dei meccaismi istituzionali, la macchinosità di un bicameralismo fatto più per complicare che per risolvere le questioni, ma alla fine dei giochi conta, e sempre è decisiva, la qualità della politica di governo. E in Italia rimane molto scarsa, ben al di sotto delle necessità del Paese per non dire rispetto agli standard europei.
La patologia non è di poco conto, come dimostra la vicenda rocambolesca e penosa del decreto "salva Roma". Un calesse su cui sono saliti gli interessi più disparati, in quella gara di campanilismi mai cessata in cui ogni parlamentare pensa ad arraffare qualcosa per sé o per il suo collegio, anche se il porcellum aveva cancellato i collegi. Ma siccome il tirono al giudizio degli elettori è sempre possibile, la gara a salire sul carro della finanza pubblica per saccheggiarlo non è mai venuta meno.
Che cosa è accaduto? Che il decreto "salva Roma", divenuto strada facendo uno di quei decreti omnibus che tanto male hanno fatto alle finanze pubbliche, è stato sostanzialmente bocciato dal Capo dello Stato dopo che il governo aveva messo e ottenuto la fiducia del Parlamento. Il risultato è stato una vera e propria ubriacatura della politica, in una hybris di populismi, da destra a sinistra, mai vista prima d'ora. Se un parlamentare di centrodestra, Francesco Aracri, presenta un sub emendamento con il quale si vuole impedire ogni esubero di personale nelle aziende comunali della Capitale, è evidente che l'ultimo liberale rimasto in Italia dovrà rassegnarsi e chiedere il passaporto per un qualsiasi altro Paese dell'Europa comunitaria. Il sub emendamento Aracri è stato naturalmente votato da tutti i gruppi, nessuno escluso. A conferma che la natura populista del ceto politico italiano non ha lasciato incontaminato nessun gruppo parlamentare.
Chi ritiene di essere un moderato e in quanto tale rappresentante di interessi sociali aperti al riformismo e al cambiamento pensa forse di essere moderato solo in quanto capace di "moderare" le iniziative altrui senza bisogno di averne di proprie. Se le cose stanno così, c'è di che disperare. I pannicelli caldi di Enrico Letta sono forse quanto di meglio (peggio) riesce a produrre la politica italiana in questaa stagione.




  

domenica 15 dicembre 2013

LETTA-ALFANO SOTTO LO SCIAME SISMICO DI RENZI

di Massimo Colaiacomo

Non c'è nessuna rottura all'orizzonte fra Renzi e Letta, ma non si vede neppure né il tempo né lo spazio per scrivere quel "patto" sulle riforme così solido e impegnativo da poter durare 15 mesi. L'incoronazione di Renzi leader del PD è avvenuta nel rispetto parziale delle liturgie di un tempo. Renzi ha smorzato i toni da palingenesi, ora che è segretario non gli sono consentiti. Ma non li ha abbandonati del tutto. Il suo discorso è stato un aut-aut non al governo ma agli alleati di maggioranza. O si fa così sul lavoro, sulle unioni civili, sulla Bossi-Fini oppure è "il pantano" e al PD, che porta il fardello del governo, tutto si può chiedere ma non di impantanarsi in nome di una astratta governabilità. Le sneakers che Letta indossava ieri, Renzi vuole metterle a tutto l'esecutivo per costringerlo a un cambio di ritmo.
Da ieri la sfida del sindaco ha un percorso più articolato, ma l'obiettivo è rimasto intatto. Disegnare per il governo l'orizzonte temporale di un mese entro cui fare la legge elettorale, la riforma del lavoro e non si sa quante altre cose, ricorda un po' l'ansia febbrile del vecchio massimalismo Anni '60 che Nanni Balestrini riassumeva nell'aforisma nenniano: "non sappiamo che cosa vogliamo, ma lo vogliamo tutto e subito".
Renzi ha colorato il suo discorso con qualche nuance populistica per lanciare la sfida a Grillo: un prezzo inevitabile da pagare per tentare di "agganciare" Grillo e costringerlo a combattere sul terreno della politica. Ma sul monitor del sindaco compare soltanto un bersaglio: la legge elettorale da fare prima di qualsiasi altro provvedimento.
Un'urgenza che Renzi non ha ritenuto di dover spiegare, né a Letta né a quello che da ieri è il "suo" partito. Si sa soltanto che dovrà conservare e rafforzare il bipolarismo e consentire appena contati i voti di sapere chi sarà il presidente del Consiglio e con quale maggioranza governerà. Per il resto, Renzi ha tenuto coperte le carte sui meccanismi e sulle tecnicalità. Per evitare, si presume, di mettere gli alleati nella condizione di "prendere o lasciare", il che equivarrebbe a dichiarare aperta la crisi di governo; dall'altro lato, tanta vaghezza consente a Renzi di lasciarsi aperte tutte le porte, per avere una legge elettorale approvata dalla "maggioranza residuale" o, in alternativa, da una maggioranza diversa. Difficilmente potrà cogliere l'obiettivo di avere insieme il voto di Alfano e Berlusconi, in aperta rotta di collisione, almeno fino a ieri, con il Cav favorevole al Mattarellum e Alfano al meccanismo del "sindaco d'Italia", maggioritario non si sa quanto ma sicuramente doppioturnista.
Come si regolerà Renzi di fronte a una matassa tanto intricata? Aspetterà che siano gli altri a fare la prima mossa, per capire quanto accidentato può essere il terreno di un'intesa, oppure lancerà la sua proposta con il rischio di trovare il primo Quagiariello che passa e proclama la crisi?
Forza Italia e Berlusconi per ora stanno a guardare. Il Cav ha lanciato un amo rispolverando, come Grillo, il Mattarellum. Renzi non ha battuto ciglio. Ma per Forza Italia, come per Grillo, c'è un problema che precede la legge elettorale: chi sarà il loro candidato premier? Il PD ha sciolto questo nodo. Si può supporre che il Cav aspetti di conoscere le disponibilità dei potenziali candidati prima di avanzare una proposta sulla legge elettorale. E anche Grillo non potrà sfuggire, come a febbraio, dall'obbligo di avere un candidato premier: quesa esigenza nel Mattarellum era più avvertita che nel "porcellum".
Sono ancora diverse le tessere del mosaico da mandare al loro posto. Le sortite di Renzi sul programma del governo (dalle unioni civili all'abolizione della Bossi-Fini) sono il tentativo scoperto, come ha riconosciuto un politico di razza quale Rosy Bindi, di alzare la temperatura fra gli alleati di governo, per provocarne la reattività. C'è da scommettere che una volta ottenuta la legge elettorale, con Alfano e gli altri che tengono botta e resistono, Renzi tornerà alla carica su qualche tema scabroso nel tentativo di provocare reazioni di rottura negli alleati. Il problema del sindaco fiorentino è di trovare qualcuno che gli levi le castagne dal fuoco, provocando la crisi di governo che il PD per evidenti motivi non può provocare.
Questa non è la strategia di Renzi, si sostiene da Palazzo Chigi, ma nessuno sa dire quale sarebbe l'alternativa a questo orizzonte. L'idea del "patto" è un espediente da assemblea, e ha funzionato egregiamente per mostrare, dopo alcuni anni, un PD finalmente unito attorno al suo segretario e nel sostegno al governo. Domanda: un PD unito attorno al segretario che ha fretta di portare a casa risultati, e unito attorno a un premier che deve camminare sulle uova per non rompere equilibri tenuti su con lo spillo, quanto può resistere senza finire in una crisi di nervi? Casini ha mostrato di avere intuito quanto il cambio di marcia voluto da Renzi finirà in tempi brevi col ripercuotersi sul governo. Il fiuto di un vecchio democristiano, sia pure acciaccato da mille battaglie, è rimasto intatto. Dovendo riaggiustare la linea in vista di nuove alleanze, Casini anticiperà tutti di qualche secondo nel salutare la maggioranza.

Il punto rimane sempre lo stesso: ma Berlusconi quale premier dirà di votare agli italiani? Finché questa domanda rimane senza risposta, Enrico Letta potrà contare su una navigazione relativamente tranquilla. Dopo, cambierà tutto e lo sciame sismico di Renzi potrà trasformarsi in un sisma vero e proprio.